mercoledì 11 gennaio 2012

Il popolo nigeriano è in rivolta per il prezzo della benzina


Da lunedì scorso la Nigeria è bloccata da uno sciopero generale indefinito, proclamato per protestare contro l’improvvisa cancellazione dei sussidi governativi al prezzo dei carburanti. In seguito alla decisione presa a inizio anno dal presidente Goodluck Jonathan, il costo della benzina per i nigeriani è più che raddoppiato da un giorno all’altro, scatenando manifestazioni e scontri in tutto il paese che hanno già causato alcuni decessi e centinaia di feriti, vittime della durissima reazione delle forze di sicurezza.

Teheran, l'ombra di Israele sull'uccisione di uno scienziato nucleare



Lo studioso è morto in un attentato nei pressi dell'università 'Allameh Tatabai' della capitale. La vittima stava lavorando a un progetto per la produzione di membrane in polimeri per la separazione dei gas
Il luogo dell'attentato a Teheran (reuters)



TEHERAN - Un professore universitario iraniano è stato ucciso stamani in un attentato a Teheran. Mustafa Ahmadi Roshan lavorava al sito di arricchimento nucleare di Natanz. Una bomba è esplosa nei pressi della facoltà di Scienze Sociali presso l'Università 'Allameh Tatabai', situata nella parte nord-est della capitale iraniana. Secondo testimoni oculari, un motociclista ha piazzato una bomba accanto all'auto delle vittime.

Lo studioso, secondo l'agenzia di stampa semi-ufficiale 'Fars', era vice responsabile del dipartimento commerciale della strategica struttura, e si occupava di "un progetto per la produzione di membrane in polimeri per la separazione dei gas situata nella parte nord-est della capitale iraniana.

Quale la ricetta di tanta occupazione in Germania?



Nel 2011, in Germania il numero delle persone con un impiego ha fatto registrare un record. I liberali lo considerano un effetto del dinamismo dell’economia tedesca. In realtà, il paese porta avanti una politica sociale che finanzia il mantenimento dell’impiego e la riduzione delle ore di lavoro e che non deve nulla ad Angela Merkel. O a come lo Stato aiuti le imprese e il potere d’acquisto...



I dati pubblicati lunedì 2 gennaio dall’Ufficio federale di statistica tedesco si sono diffusi con la rapidità del fulmine. Se si crede ad un comunicato dell’Agenzia France Presse, il numero delle persone con un impiego in Germania ha registrato nel 2011 un record, oltrepassando per la prima volta la soglia di 41 milioni. In media, 41,04 milioni dei residenti in Germania, cioè uno su due, l’anno scorso lavoravano, un aumento di 535.000 unità o dell’1,3% in un anno.
Una prima spiegazione, un po’ breve, fornita da certi economisti: il mercato del lavoro tedesco ha approfittato della ripresa dinamica dell’economia del paese dopo la recessione del 2009 e si dimostra in piena forma. Conseguenza diretta, il tasso di disoccupazione è sceso al di sotto della soglia del 7%, il livello più basso da più di venti anni. Tuttavia, la Germania, che ha conosciuto nel 2009 una crisi economica due volte più grave di quella francese e ha subito in pieno il crollo delle esportazioni, come ha potuto mantenere un tasso di disoccupazione a questo livello?

Italia, le imprese e la crisi


Nel dibattito sulla crisi è stata data troppa importanza agli aggregati economici (debito, Pil, tassi) e all’umore dei mercati finanziari, troppo poca agli attori dell’economia reale, dove risiede il motore o il freno della ripresa. Quali imprese sono state in grado di rispondere meglio alla crisi?

In un articolo sul quotidiano La Repubblica (Affari & Finanza) del 12 settembre scorso [2], il professor Penati si pone questa domanda e per rispondere presenta un’analisi molto dettagliata dei dati dal 2005 ad oggi delle imprese non finanziarie italiane quotate, abbracciando un arco di tempo, che include anni di crescita (2005-2007), anni di crisi profonda (2008-2009) e il periodo attuale post-crisi. Dopo disamina dei dati di bilancio delle quotate non finanziarie in maniera aggregata, separa l’analisi per dimensione e trae alcune considerazioni principali: 1) l’effetto della crisi è stato più traumatico per le piccole; 2) la redditività delle piccole (sia prima che dopo la crisi) è meno della metà in valore assoluto di quella delle grandi; 3) il costo del lavoro delle piccole è sceso come quota percentuale del fatturato così come per le grandi, ma resta più elevato e quindi determinante (leggi preoccupante) per la loro redditività; 4) le piccole hanno attraversato la crisi mantenendo una certa solidità finanziaria, ma per preservare questa solidità per il futuro devono crescere di dimensione, per guadagnare economie di scala.

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