domenica 1 gennaio 2012

Hormuz: strategie di riposizionamento?


Ahmadin Ejad, il presidente iraniano, è un pazzo che vuol provocare gli Usa chiudendo lo stretto di Hormuz al passaggio del petrolio? Quella che si sta giocando è dunque solo l'ennesima guerra per il petrolio? Evidentemente no, e non solo perché il presidente iraniano si è già rimangiato la minaccia. L'Iran, comunque, continua a giocare con il fuoco e gli Stati uniti sembrano cadere nel tranello. Ma si tratta veramente di un tranello e per chi? L'impressione è che dietro la partita di Hormuz si stia giocando una ridislocazione geostrategica di tutta la regione, effetto dell'internazionalizzazione del conflitto siriano. Nessuno (in occidente) si è speso più di tanto contro il presidente siriano Assad o a favore dell'opposizione siriana, al contrario di quanto si è fatto in Libia. Quindi la Siria conta meno della Libia oppure, come io penso, ha in realtà un peso strategico maggiore?

Gli Stati Uniti attaccheranno l'Iran?


Nelle ultime settimane si vanno moltiplicando le prese di posizione statunitensi sulla questione dell'attacco preventivo all'Iran. Attacco preventivo, è il caso di premettere, che la dottrina politico-militare statunitense non esclude a priori, nonostante il diritto internazionale non lo riconosca come legittimo. Fin dal 1984, infatti, la cosiddetta "dottrina Shultz", dal nome del segretario di Stato durante la presidenza Reagan, aveva accolto con favore questa possibilità, legittimando azioni militari preventive, anche segrete; con il documento ufficiale americano sulla sicurezza nazionale del 2002, poi, tale concetto è stato esplicitamente introdotto nella dottrina militare nordamericana:
"studiosi e giuristi di diritto internazionale condizionano spesso la legittimazione dell'intervento preventivo (preemption) ad una minaccia imminente, generalmente una visibile mobilitazione di eserciti, unità navali e forze aeree in preparazione di un attacco. Noi dobbiamo adattare il concetto di minaccia imminente (imminent threat) alla capacità ed agli obiettivi degli avversari odierni. Gli stati canaglia ed i terroristi non cercano di attaccarci usando mezzi convenzionali.

Avidità, corruzione e “risparmi” causano un nuovo disastro su un sommergibile nucleare russo



Ancora un disastro su un sommergibile nucleare russo. Con meno danni alle persone rispetto ad altri disastri del passato recente (questa volta ci sono stati “solo” nove tra feriti e intossicati), ma pur sempre gravissimo e – al solito – molto misterioso. Come sia stato possibile che un banale lavoro di saldatura all’esterno, eseguito in cantiere, abbia provocato un incendio così terribile da resistere per ventiquattr’ore a undici squadre di vigili del fuoco e da mettere ko, forse definitivamente, uno dei vascelli più moderni, potenti e pericolosi della marina militare russa, è cosa difficile da comprendere: non meraviglia che il presidente Medvedev abbia affidato l’inchiesta a ben due vicepremier, nessuno dei quali con le stellette della marina.

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