martedì 13 marzo 2012

Il Fiscal Compact per arginare la politica

Fiscal compact può essere tradotto come “compattezza fiscale”, un'espressione che si contrappone a “dispersione fiscale”. La compattezza si manifesta nell'impossibilità che i debiti pubblici dei paesi dell'euro possano andare ciascuno per proprio conto creando una crisi comune, che è quel che è avvenuto negli ultimi tempi. La compattezza fiscale di oggi è diversa da quella degli accordi di Maastricht di venti anni fa, e anche le sue implicazioni politiche sono diverse.

Con il fiscal compact di oggi i debiti pubblici dell'Eurozona debbono convergere diventando simili come percentuale del pil (il 60%). Ciò avviene impedendo che possa formarsi del nuovo debito – ossia i bilanci pubblici debbono essere in pareggio - mentre la crescita dell'economia riduce nel tempo il peso del debito pubblico. Se così andasse, i paesi dell'Eurozona, mantenendo un deficit nullo, avrebbero un debito in rapporto al pil che nel tempo arriverebbe al 60%.

Non ci sarebbero più i paesi mal messi – quelli che a causa dei grandi debiti possono essere messi in ginocchio quando la crescita economica implode – e quindi non ci sarebbero più dei “focolai di crisi”. Ossia, il rapporto debito/pil si riduce perché il numeratore è fisso mentre il denominatore varia positivamente.

Anche con il fiscal compact di ieri (Maastricht) i debiti pubblici dovevano convergere verso il 60%. Laddove si assumeva che ci fosse nel lungo termine un tasso di crescita nominale dell'economia del 5% - un 3% di crescita reale e un 2% di inflazione. In questo caso, pur con dei deficit che arrivavano fino al 5% non si aveva un aumento del peso del debito pubblico. (Se il debito alimentato dal deficit cresceva del 5% - il numeratore - e l'economia cresceva del 5% - il denominatore – il rapporto debito/pil restava invariato).

Perciò, con dei deficit inferiori al 5% si aveva una riduzione tendenziale del debito. A seconda del debito di partenza, si potevano stabilire dei deficit che portavano alla convergenza del 60%. Ossia, tanto maggiore il debito, tanto minore il deficit obiettivo. Sotto gli accordi di Maastricht, quindi, il deficit non era un elemento di squilibrio perché c'era crescita. L'importante era che il deficit non fosse superiore all'aumento del pil in termini nominali.

Con Maastricht avevamo perciò un'Europa dell'euro che, immersa nella crescita, convergeva lieta verso valori simili di debito, mentre con il nuovo fiscal compact (il cui vero nome è Treaty on Stability, Coordination and Governance in the Economic and Monetary Union) firmato alla fine del gennaio scorso l'Europa dell'euro converge tristemente verso valori simili di debito con o senza crescita.

La differenza non è da poco. Convergere verso un valore comune di debito/pil potendo avere dei deficit, purché non superiori al 5%, è una cosa. Convergere con dei deficit pari a zero è letteralmente un'altra. I conti pubblici, nel secondo caso, debbono essere “strizzati”. Il punto non è meramente contabile, ma eminentemente politico.

Il fiscal compact di oggi possiamo definirlo come una sorta di “contrazione espansiva”. I deficit pubblici sono ridotti fino ad annullarli. Da una parte cade la domanda per effetto della contrazione fiscale, dall'altra (questa è l'aspettativa) la domanda potrebbe crescere perché torna la fiducia nella tenuta del sistema. Nel breve termine avremo una contrazione (a meno che torni la fiducia), nel più lungo termine avremo un debito pubblico sotto controllo.

La decisione europea di annullare la generazione di debito mette un cappio alle opzioni politiche. In futuro - per una spinta demografica che non può essere arrestata - le spese per sanità e pensioni cresceranno. In assenza di deficit pubblico, o le succitate spese sono messe sotto controllo, oppure si alzano le imposte. Poiché si ha un limite all'innalzamento delle imposte, perché nell'area dell'euro sono già alte, ecco che le spese saranno prima o poi frenate.

Il programma di François Hollande è l'opposto di quanto appena detto. Il candidato socialista alle presidenziali francesi chiede che ci sia un deficit minimo (il 3%) per poter agire. Suppone – per far “girare” il suo programma - che ci sia una crescita reale (intorno al 2%) che lenisca la crescita del debito. Chiede un maggior intervento pubblico, che però non incide sul deficit perché alle maggiori spese corrispondono delle maggiori imposte.

Insomma, un programma vicino agli accordi e allo spirito di Maastricht e non all'accordo del gennaio scorso. Perciò chi pensa che l'Europa dell'euro possa essere messa in salvo velocemente solo con la “contrazione espansiva” teme Hollande. Si spiega così la gran polemica sulle elezioni francesi, laddove Sarkozy ha l'endorsement del cancelliere tedesco.

di Giorgio Arfaras

Fonte: Limes.it

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