venerdì 10 febbraio 2012

Le vie del gas finiscono in Russia



Sino a 20 anni fa le forniture energetiche dal fronte orientale erano targate Urss. Anche durante gli inverni rigidi della Guerra fredda, gas e petrolio arrivavano puntuali in Europa, andando talvolta a tappare le falle che si creavano dal Golfo. Mosca è dunque stata sempre un partner affidabile, sia per gli Stati satelliti sia per l’Occidente. Non senza una certa retorica, il più lungo oleodotto del mondo, che ancora oggi trasporta dalla Russia petrolio sino in Germania e Italia, era stato chiamato «Drushba» (amicizia): erano gli Anni 60 e nessuno avrebbe pensato che l’amicizia di allora si sarebbe trasformata qualche decennio più tardi in duello.


Lo scontro risale al 2007, quando la Russia chiuse brevemente il rubinetto per costringere la Bielorussia a pagare la bolletta arretrata. La cosiddetta guerra del petrolio su «Drushba» arrivava dopo quelle del gas tra Mosca e Kiev sul gasdotto «Soyuz» (ovvero unione, altro nome simbolico), iniziate già negli Anni 90, ben prima che la questione della sicurezza degli approvvigionamenti arrivasse alla ribalta internazionale.
Quando l’Unione sovietica crollò, il controllo sugli idrocarburi – dall’estrazione al trasporto – non fu più in mano di un solo attore: si moltiplicarono i fornitori (le Repubbliche centroasiatiche e quelle caucasiche della vecchia Urss) e i Paesi di transito (le ex Repubbliche sovietiche e non solo, a Ovest di Mosca). Anche in Russia il ministero dell’Energia a cui tutto faceva capo fu smembrato e nacquero altri colossi, pubblici e privati. E nel settore del gas il monopolio passò a Gazprom. Molti più attori in campo hanno creato naturalmente una moltiplicazione d’interessi che negli ultimi anni è stata difficile da conciliare a Est, visto anche l’aumento della domanda proveniente dall’Europa occidentale.
In questo contesto è cominciato il grande gioco delle pipeline nello spazio postsovietico che coinvolge soprattutto chi il gas ce l’ha (Russia, Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Azerbaigian) e chi ne ha più bisogno (Europa), lasciando il ruolo di spettatore a chi sta nel mezzo (dalla Polonia all’Ucraina, inclusi gli altri Paesi che cercano disperatamente nuove alternative). I due principali gasdotti con cui il gas russo arriva in Europa (Yamal e Soyuz) passano attraverso Bielorussia e Ucraina prima di ramificarsi verso Occidente: un problema secondo Mosca che ha puntato sulla costruzione di altri due condotte, una a Nord e una a Sud, per aggirare gli Stati interposti e raggiungere direttamente il cuore dell’Europa.
Da novembre 2011 è entrato in funzione Nordstream, il gasdotto che passa sotto il Mar Baltico bypassando anche la Polonia. Il progetto, nato sotto l’egida dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder e del premier russo Vladimir Putin, è stato inaugurato in pompa magna alla presenza della cancelliera della Germania Angela Merkel e del presidente della Russia Dmitrij Medvedev. Al consorzio appartengono non solo Gazprom (51%) e i tedeschi di Wintershall ed E.On (a ciascuno il 15,5%), ma anche i francesi di Gdf Suez e gli olandesi di Gasunie (entrambi al 9%). Delle due condotte parallele previste ne è stata ultimata solo una, per la seconda la fine dei lavori è prevista entro la fine del 2012.
L’altra pipeline che dovrebbe andare a costituire il secondo pilastro della nuova architettura energetica targata Gazprom è invece Southstream, che dovrebbe arrivare dalla Russia passando prima sotto il Mar Nero per poi risalire il continente dalla Bulgaria e separarsi in due tronconi, uno verso Grecia e Italia, l’altro verso Slovenia e Austria. Al progetto partecipano oltre ai russi (50%), gli italiani di Eni (20%), i francesi di Electricité de France e i tedeschi di Wintershall (entrambi al 15%): per il momento è ancora sulla carta, dato che l’inizio dei lavori è previsto per il 2013 e il primo gas dovrebbe scorrere nel 2015 (63 miliardi di metri cubi all’anno). L’incertezza è dovuta agli alti previsti costi (25 miliardi di euro) e al fatto che potrebbero intervenire decisioni geopolitiche a modificare il contesto. Se per esempio Gazprom ottenesse il controllo del sistema di trasporto ucraino come ha fatto con quello bielorusso, cadrebbe la necessità strategica di un nuovo gasdotto. Mosca e Kiev stanno discutendo da diversi mesi senza però essere approdate a una soluzione.
Nel frattempo sembra aver perso consistenza l’idea di Nabucco, il gasdotto sponsorizzato dall’Unione europea, che dal Mar Caspio arriverebbe in Europa, facendo a meno della Russia. Si tratta però di un progetto che taglierebbe fuori in ogni caso anche la Mitteleuropa e andrebbe ad affidarsi alle forniture non solo dell’Azerbaigian, ma anche di Turkmenistan e Iran, partner la cui affidabilità è tutta da discutere. Il Nabucco si è così arenato di fronte ai tentennamenti di Baku e Ankara. Turchia e Russia sono legate dal Bluestream (realizzato da una joint venture formata da Gazprom, dai turchi di Botas ed Eni e in funzione dal 2005). In attesa di vedere, forse, le nuove pipeline, nel puzzle energetico una cosa rimane certa, e cioè che il ruolo del gas, considerando che diversi Paesi (Germania in primis) stanno abbandonando il nucleare e le rinnovabili non sono in grado di supplire alle necessità a breve termine, sarà sempre maggiore.
Fonte: Lettera 43

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