venerdì 10 febbraio 2012

La Grecia è fallita, era ora


Non mi interessa cosa dicono i giornali, né mi impressionano i politici festanti per la nuova iniezione di austerity che ucciderà del tutto Atene in nome del rigore senza cervello. I numeri parlano chiaro, le parole si prestano invece a mille interpretazioni. Mentre i mercati festeggiavano l’accordo tra governo, partiti politici e troika, infatti, venivano diffusi i seguenti dati. A fronte del +8,9 per cento annualizzato di entrate fiscali che il piano di Fmi, Bce e Ue prevedeva per il mese di gennaio, il dato reale greco è stato del -7 per cento!
A dare la misura del disastro, ci sono le entrate relative all’Iva ellenica, la quale nonostante l’aumento delle aliquote ha portato nelle casse dello Stato 1,85 miliardi di euro contro i 2,29 miliardi dell’anno prima. Per forza, se riduci uno alla fame, come pensi che te le paghi le tasse!? O evade o non le paga, altrimenti mangia in sassi per strada!


Ma si sa, la troika non ha grossa elesticità mentale né capacità di adattamento alle situazioni: ha una ricetta sola, la famosa “one size fits all” di anglosassone memoria. Ma c’è di più. Il ministero delle Finanze, sempre ieri, ha comunicato il fallimento di 110mila aziende nel 2011, a fronte di soli 75mila nuovi business.I quali, però, non sono reali aziende ma semplicemente riaperture in scala molto minore di aziende già esistenti e andate a zampe all’aria. E ancora, la Grecia vanta la maglia nera su tre classifiche europee: quella del tasso di nuovi brevetti approvati, quella per il più alto costo per dar vita a un’impresa e quella per il più basso tasso di nascita nel settore corporate.

Per finire, Atene è al secondo posto del Corruption Perception Index dopo la Bulgaria, all’88mo dell’Index of Economic Freedom e al 90mo del Global Competitiveness Index. Ora capite, cari lettori, il perché nonostante proclami di accordi e nuovi aiuti, il cds greco a 5 anni ieri ha toccato nuovi record? Cifre, cifre e ancora cifre. Il tasso di natalità della Grecia è di 1,3 figli a persona, quasi un neonato sotto il cosiddetto “tasso di rimpiazzamento”, ovvero il numero dei bambini necessari per mantenere l’attuale popolazione. Al contempo, la popolazione greca sopra il 65 anni è cresciuta dall’11 per cento del 1970 al 24 per cento del 2010 e toccherà il 33 per cento nel 2050, mentre la popolazione lavorativa attiva decrescerà nello stesso periodo fino al 20 per cento. Alla luce di questo, la Grecia spende il 12 per cento del Pil in pensioni.
Se questo non bastasse, il tasso di disoccupazione tra i giovani greci di età compresa tra i 15 e i 24 anni è attualmente del 40 per cento. Non stupisce, alla luce di tutto questo, che sette giovani greci su dieci vogliano andare a lavorare all’estero: il 42 per cento delle tasse proveniente dal loro lavoro – ammesso che lo trovino – andrebbe infatti a coprire i costi esorbitanti del welfare ellenico. Ma anche chi lavora non è felicissimo di pagare tanto, visto che il 95 per cento dei circa 7 milioni di greci lavorativamente attivi dichiara un reddito annuale di meno di 30mila euro. Insomma, un inferno sociale alle soglie del default: come può un Paese con questi numeri restare nel’Ue senza essere condannato a vita al ruolo della vittima sacrificale? Un qualcosa di davvero drammatico cui l’Ue, per stessa ammissione dei suoi leader, non è pronta. L’Ue no, la Germania sì.
Già, negli ultimi sei mesi Berlino ha infatti deciso quanto segue: una legislazione che permette di lasciare l’euro senza lasciare l’Ue, una legislazione che permette di nazionalizzare le banche tedesche durante periodi di crisi e un aumento di capitale per i suoi istituti finanziari. Ecco spiegato perché la Germania, a differenza della Francia, negli ultimi giorni era pronta al default greco, permettendosi un atteggiamento oramai senza più un minimo di mediazione o diplomazia: se Atene vuole i fondi per il secondo salvataggio (il quale, detto tra noi, nell’immediato serve affinché Atene onori la scadenza obbligazionaria del prossimo 20 marzo, non certo per l’economia ellenica), deve cedere la propria sovranità fiscale. Altro che boutade prima del vertice della scorsa settimana, Berlino ha un piano chiaro e questo contempla anche il no agli eurobonds e alla monetizzazione del debito da parte della Bce.
Insomma, se la Grecia fosse una compagnia aerea potremmo tranquillamente dire che sta subendo un’opa ostile. I “barbari ai cancelli” ellenici non sono banche private ma banche centrali, il cui unico interesse è proteggere l’euro e i loro interessi nazionali. Il fatto è che la Grecia, se fosse una linea aerea, potrebbe far richiesta per il Chapter 11 e mandare a quel paese i propri creditori. I quali, in effetti, si siedono attorno a tavoli cui spesso la Grecia stessa non è nemmeno invitata: d’altronde non hanno bisogno di quella presenza, sono loro a dettare le regole. Vuoi i soldi (per pagare i coupon alle nostre banche)? A noi il controllo fiscale del paese. Tanto più che, ripeto fino alla nausea, i soldi che i creditori greci metteranno, finiranno in un calderone dal quale usciranno per tornare a casa sotto altra forma.
L’ultima opzione cui stanno studiando è quella di allegare warrants legati al Pil greco ai nuovi bonds ristrutturati dopo la swap, in modo che se per caso l’economia ellenica dovesse riprendersi, i detentori di quelle obbligazioni avranno un payout molto più grande attraverso titoli strategici dell’indice di Atene. Insomma, siamo di fronte al primo bond sovrano convertibile della storia! Capirete da soli, che l’intera situazione è assurda. Quando la Grecia è entrata nell’euro una dozzina di anni fa, Atene ha spalancato le sue porte agli investitori, i quali hanno fatto a cazzotti per poter comprare bond ellenici al tasso del libor più pochi punti base e questo perché la Grecia è sovrana e non soggetta all’approvvigionamento della BIS. Siccome questi investimenti sono andati male, le banche non hanno accettato le perdite per una scommessa sbagliata ma sono andate a piangere dai rispettivi governi, insistendo per un salvataggio. E i governi, per proteggere i loro interessi, hanno emesso fattura ai cittadini greci e a tutti quelli dei Piigs, mandando gli spread alle stelle a partire dallo scorso luglio. Inoltre, una nazione in una situazione simile ha tre strumenti a sua disposizione: stimolo fiscale, svalutazione della moneta e allentamento monetario.
I tassi, però, sono già di fatto a zero e non possono essere tagliati oltre, mentre le altre due leve sono impraticabili fino a quando Atene sarà nell’eurozona. Ma proprio come una linea aerea, la Grecia ha un’opzione: fare default sui suoi bonds e attivare le procedure di bancarotta, il chapter 11 statunitense. A quel punto, potrà tornare alla dracma e con una valuta meno forte potrà migliorare l’export, far crescere l’economia e allentare la pressione insopportabile dell’austerity sulla popolazione ellenica. Già, perché che ci crediate o meno – e io ammetto di averci messo un po’ prima di farmene una ragione – i soldi del primo salvataggio greco non solo servono per due terzi per ripagare le scadenze obbligazionarie ma anche per tamponare gli effetti collaterali delle politiche di austerity imposte da chi quei fondi li ha stanziati! La Grecia, infatti, sta per stanziare 800mila euro per dare un tetto e un pasto alla sempre maggiore pletora di senzatetto che vivono nelle strade di Atene e Tessalonica.
Il ministro della Sanità, Andreas Loverdos, ieri ha annunciato che 400mila euro di soldi pubblici saranno destinata alla municipalità della capitale e altri 100mila a quella dell’altra città ellenica, mentre 300mila saranno trasferiti nella casse della Chiesa greca per mantenere operative le mense: ogni giorno, sono 250mila i greci che usufruiscono di questo servizio su un totale di 11 milioni di abitanti! E la Chiesa ellenica rende noto, sottovoce, che questa stima va presa per difetto, visto che esiste ancora un “residuo di dignità” che tiene lontano dalle mense una fetta ampia di ex ceto medio che si vergogna ma quando la crisi peggiorerà, come si attendono, si potrà viaggiare a quota 350-400mila al giorno. Le due municipalità in questione useranno quei fondi per affittare alberghi in cui far dormire i senzatetto, dopo aver stretto una convenzione che permetterà di ottenere un posto letto per 3 euro a notte. Questa è la Grecia oggi, questo è il frutto di politici incapaci e corrotti e della testardaggine colpevole dell’intransigenza tedesca. E che nessun artificio potrà evitare il default ma solo spostarlo in avanti di qualche altra settimana, lo testimonia un articolo del China Financial News, tradotto e ripubblicato dall’agenzia Reuters.
Ecco il contenuto principale:
Le banche cinesi e le aziende della città portuale di Tianjin hanno tagliato la loro esposizione all’Europa per timori di un precipitare della crisi del debito. In un recente sondaggio su 53 banche e 15 aziende, 11 istituti di credito hanno dichiarato di aver tagliato o estinto del tutto il loro trade finanziario con nazioni europee con alto debito, sospeso tutti i business sui derivati con le banche europee, tagliato i prestiti agli istituti dell’eurozona.

Un dato che preoccupa, tanto più che per il porto di Tianjin, l’Europa rappresenta la seconda destinazione dell’export dopo gli Stati Uniti ma

gli esportatori locali stanno provando a vendere più a livello interno o ad avventurarsi sui mercati emergenti, pur di tagliare la loro dipendenza dal mercato dell’eurozona.

E’ la stessa Cina che pochi mesi fa, per la quinta volta in un anno, si diceva pronta ad aiutare l’Europa, da subito e con 20 miliardi di dollari. Non ce ne siamo accorti. In compenso, ci siamo accorti dello shopping mirato, un cherry picking in grande stile sul mercato equity e utilities, da parte del Dragone in Grecia e Portogallo: porti, aeroporti, aziende di gestione di gas, acqua ed elettricità, shopping strategico a prezzi di saldo per le SOES cinesi e i fondi sovrani stracarichi di cash di Stato. Se questo è l’aiuto della Cina, meglio farne a meno: altrimenti ci ritroveremo tra l’incudine tedesca (che chiede dismissioni in nome del regole e dell’equilibrio fiscale ed evitare i default) e il martello di Pechino (che non disdegna di colonizzare il suo primo mercato per export). Un capolavoro, non c’è che dire.
P.S. Da più parti sento pareri e analisi ottimistiche rispetto al rally borsistico innescatosi a dicembre, a dispetto dell’aggravarsi della crisi greca. Bene, quel rally è proprio figlio di questo peggioramento e, come tale, è destinato a finire presto e male. Questo rally è stato nulla più che una delle più grandi corse alla copertura di short della storia. Ne parleremo domani.

di Mauro Bottarelli

Fonte: www.rischiocalcolato.it
Link: http://www.rischiocalcolato.it/2012/02/greciail-fallimento-del-rigore-senza-cervello.html

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