sabato 4 febbraio 2012

Egitto strategicamente in tensione


Far credere che la follìa ultras sia svincolata da qualsivoglia logica nella Premier League d’ogni latitudine è un boomerang che già sta colpendo chi l’ha orchestrato. Appare chiaro come la strage di Port Said (74 morti sugli spalti più 3 fuori nella coda di scontri di ieri) che ha visto supporter del team di casa Al-Masry scagliarsi con attrezzi e coltelli contro quelli del pur odiato Al-Ahly cairota sia innescata da una regìa esterna alle curve. Così la pensano anche taluni osservatori della violenza negli stadi. Nel parapiglia, che come in un remake dell’Heysel ha visto fra l’altro morire soffocate e schiacciate decine di persone, ci saranno pure stati ragazzotti della tifoseria locale infoiati da uno scontro fisico aiutato dalla passività delle Forze dell’Ordine ma difficilmente ci si accanisce a morte sul nemico di classifica in un momento di schiacciante vittoria. Tre a uno a proprio favore era il risultato finale della partita. E per quello che l’Egitto sta vivendo ormai da tredici mesi, la strage dello stadio si ricollega a precedenti episodi di violenza gratuita e pilotata contro inermi cittadini.
Quella dei cammellieri assoldati dal clan di Mubarak proprio un anno fa (era il 2 febbraio) scatenati sui sit-in di protesta in piazza Tahrir; gli assalti dei baltagheyah – i picchiatori di regime – sia a luglio contro i giovani del movimento 6 Aprile cui s’accompagnavano parecchi ultrà del club Al-Ahly, sia a ottobre contro i copti al Maspero.
Gli slogan che la tifoseria colpita e centinaia di attivisti hanno ripetuto in due luoghi vicini a Tahrir – la sede del ministero dell’Interno e quella dell’Assemblea del Popolo – riassumono l’ennesimo atto d’accusa contro la giunta Tantawi. Per i manifestanti e anche per qualche politico del nuovo Egitto come il Fratello Musulmano Essem Al-Erian, neo eletto in Parlamento “militari e polizia sono complici della violenza”. I primi puntano il dito contro l’esplicita regìa, il deputato è meno diretto e afferma che “la tragedia è frutto d’un intenzionale riluttanza delle Forze dell’Ordine a mantenere l’ordine”. In una fase in cui il suo partito ha canali aperti con lo Scaf per disegnare il passaggio del potere alla società civile si tratta comunque d’una posizione critica, chiaramente insufficiente per i circa mille attivisti che nel corteo di giovedì cadevano nuovamente soffocati dal cloroacetofenone presente nei letali lacrimogeni riutilizzati dalle truppe. Sibilline risuonano le parole del Feldmaresciallo che nuovamente ha ripetuto “Se qualcuno sta complottando per l’instabilità dell’Egitto non avrà successo”. Gli oppositori dicono che Tantawi parla di se stesso. E’ sua la strategia della tensione con cui, accanto agli espliciti attacchi sanguinari al movimento del cambiamento, il vecchio sistema introduce criticità camuffate, come il massacro dello stadio, per seminare paura fra la gente. Diffondendo caos i militari possono intimorire la popolazione che vuole vivere la nuova stagione politica pensando a lavoro, salute, miglioramento del quotidiano e barattare con gli attori del futuro governo scambi di favori utili alla conservazione di potere e privilegi.
Per Tantawi – e chi lo asseconda in più d’uno schieramento politico – il nuovo Egitto deve somigliare al vecchio almeno su un punto: l’apparato militare che dovrà restare il cardine della nazione per la sicurezza esterna e interna (sic). Col disegno d’una destabilizzazione “misurata”, usando violenze che nascono e scompaiono senza richiedere restrizioni particolari modello stato d’assedio, gli uomini dello Scaf puntano al logorio dell’egiziano medio che guarda con preoccupazione la mancanza di tranquillità, l’assenza della ripresa economica a causa di disordini che si perpetuano. A questa maggioranza del Paese Tantawi prospetta il fantasma della rivoluzione che complotta e che va messa in condizione di non nuocere. L’antidoto è naturalmente il suo Esercito, la “salvezza” della nazione. Nell’ultimo atto della strategia della tensione andato in scena a Port Said gli ultras locali sono probabilmente stati le inconsapevoli comparse che si muovevano al fianco dei picchiatori d’un regime mai morto per punire una tifoseria (quella cairota) schedata come ostinatamente ribelle. Dichiaratamente ribelle, da quanto risulta dalle affermazioni rilasciate ai media da alcuni giovani supporter del club Al-Ahly  “I militari tuttora al potere vogliono punirci e giustiziarci per la nostra partecipazione attiva contro la loro oppressione”.

di Enrico Campofreda
Enrico Campofreda è laureato in Storia presso ‘La Sapienza’, e specializzato a ‘RomaTre’. Giornalista dal 1988, ha collaborato con Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto scrivendo di sport. Attualmente collabora con Terra e con testate web seguendo politica estera e sociale. Ha pubblicato due romanzi “L’urlo e il sorriso”, Di Salvo, Napoli, 2007;  “Hépou moi”, ABao AQu, Rovigo, 2010

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