domenica 8 gennaio 2012

L’Economist e l’umore dei boss dell’economia globale


La lettura dell’Economist è un salutare esercizio intellettuale che consente di sondare l’umore dei boss dell’economia globale – umore che, a scorrere gli articoli dell’ultimo numero, sembra volgere al nero. 

A preoccupare lorsignori, diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare, è, più che il pessimo andamento dei mercati, la rabbia che monta ovunque contro le loro ruberie. La furia del 99% – per usare lo slogan di Occupy Wall Street – somiglia troppo a un salutare ritorno dell’odio di classe per non turbare i sonni dell’1%. I quali hanno quindi commissionato al loro più prestigioso organo mondiale il lancio di una vigorosa campagna di “controinformazione”. 

Una campagna che parte con tre articoli che, in questo caso, si concentrano sull’obiettivo di difendere dignità e ruolo del più grande hub finanziario globale, la City di Londra. È un impegno comunicativo a trecentosessanta gradi, che si sforza di toccare tutte le corde che possano influenzare l’opinione del lettore: argomentazione razionale, appello all’orgoglio e all’interesse nazionale (nella circostanza inglese), perfino lo spauracchio di nuove, possibili esplosioni di odio razziale. La razionalità consisterebbe, come argomenta il più lungo dei tre articoli, nella necessità di valutare quali potrebbero essere gli effetti dell’introduzione di regole troppo stringenti per la finanza da parte dei governi. 

Tre i nemici più temuti: l’obbligo per le banche di separare i servizi commerciali a privati e imprese dagli investimenti ad alto rischio, l’introduzione di tasse elevate sulle transazioni finanziarie, l’introduzione di vincoli stringenti nei confronti degli eccessi di “creatività” che hanno innescato la crisi globale. Si tratterebbe, sostiene il settimanale, di medicine destinate a uccidere il malato, perché, invece di riequilibrare l’economia a favore dei settori produttivi, aggraverebbero il rischio di recessione strozzando il credito. 

Il secondo articolo cerca di accendere l’orgoglio nazionalistico britannico: attenzione, si scrive, perché penalizzare la City vorrebbe dire colpire l’unico settore che, in questo momento, consente all’Inghilterra di essere competitiva sul mercato mondiale (neanche una parola, ovviamente, sul fatto che il disastro inglese fatto di deindustrializzazione, immiserimento di un terzo abbondante della popolazione, disoccupazione di massa, feroci tagli al welfare, ecc. affonda le radici proprio nel dirottamento di tutte le risorse del Paese nelle mani dei signori della City). 

Infine il capolavoro: l’odio per la finanza è antico (già, e non per caso!) e ha antecedenti illustri nella predicazione di Cristo, Maometto e di quasi tutti i movimenti religiosi (ad eccezione di Luterani e Calvinisti che, “per fortuna”, hanno salvato la situazione), ma questo odio si è spesso tradotto in odio per i gruppi etnici che, come gli ebrei, sono i più abili nello svolgere questa attività. Come a dire: si comincia a inveire contro i Goldman Sachs e i Rothschild, e si finisce con chiedere la riapertura dei forni crematori. 

Peccato che, a scatenare guerre di sterminio e a compiere delitti contro l’umanità, non siano stati movimenti come gli Indignati, bensì regimi totalitari che incarnavano gli interessi di agguerrite borghesie nazionali, e che sfruttavano ideologie scioviniste e razziste per dirottare l’odio dei proletari contro falsi bersagli. 

In ogni caso, il fiotto di bugie, depistaggi e disinformazioni vomitato dall’Economist un merito ce l’ha: ci fa capire che i nuovi movimenti cominciano a fare davvero paura. 


di Carlo Formenti
Fonte: MicroMega

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