venerdì 27 gennaio 2012

La Cina nell'anno del Dragone


L’economia cinese sembra subire una brusca battuta d’arresto. Ma è davvero così? Per capirlo dobbiamo sforzarci di ragionare “alla maniera asiatica”: ci affacceremo ad un mondo nuovo da cui, se saremo capaci, potremo trarne vantaggi enormi. L’anno del drago è un banco di prova anche per noi.
1. Coinvolge milioni di persone la festività più importante di tutto l’estremo oriente: è il capodanno cinese, che quest’anno prende il via il 23 gennaio e, per 15 giorni, vedrà il susseguirsi di festeggiamenti fino al giorno della festa delle lanterne. È tradizione in questo periodo spostarsi per raggiungere i propri villaggi d’origine ed i familiari. Il “protagonista” delle feste del 2012 sarà il drago, simbolo per eccellenza della cultura cinese e segno zodiacale a cui è associato il nuovo anno, coincidenza questa che aumenterà notevolmente gli spostamenti (e le nascite). Un calcolo per difetto, già parla di 3 miliardi di viaggi in programma in questi giorni.

2. Secondo Bank of China, nonostante il 2012 sia l’anno del drago - allegoria di prosperità e fortuna -, il Pil cinese registrerà performance inferiori a quelle degli anni precedenti: 8,8% contro il 9,3 del 2011 ed una costante crescita a due cifre del decennio precedente. A dicembre l’inflazione è scesa al 4,1%, segnando un deciso trend al ribasso (era il 5,1% il mese prima ed il 6,5% a luglio), mentre i prezzi, sull’onda del rincaro di materie prime ed alimentari, sono cresciuti ben oltre il tetto del 4% fissato dalle autorità (arrivando al 5,4%). In questo quadro non v’è dubbio che la crisi economica abbia giocato un ruolo non secondario: la Cina, da sempre, ha basato la sua forza sull’export ed oggi la congiuntura genera maggiori incertezze proprio rispetto ai partner commerciali di riferimento (Usa e Ue).
I tradizionali vettori dell’economia cinese (investimenti, export, consumi) stanno facendo molta fatica a raggiungere gli standard dei decenni scorsi. Secondo il Centro di Ricerca per lo Sviluppo del Consiglio di Stato, ci sono già segnali evidenti del fatto che il tasso di crescita in Cina rallenterà nei prossimi anni, proprio come già successo in Germania alla fine degli anni ’60, in Giappone nei primi anni ’70 e in Corea del Sud alla fine degli anni ’90. Questa decelerazione la riscontriamo in diversi campi. In primo luogo sugli investimenti infrastrutturali, il più importante motore di crescita, che è oggi in forte calo sugli investimenti totali: nel 2006 rappresentava più del 30% mentre nel 2011 è sceso a circa il 22%. In secondo luogo è calato negli ultimi tre anni l’apporto fornito al Pil nazionale da parte del tasso di crescita delle province e delle municipalità della costa sud-orientale. In terzo luogo si avverte una forte preoccupazione da parte dei risparmiatori rispetto agli investimenti fatti nel mercato immobiliare e nei portafogli finanziari dei governi locali.
3. Il sistema di pensiero tradizionale cinese, di cui la stessa figura del drago è figlia, è il frutto di millenni di sovrapposizioni ed intrecci di diversi pensieri filosofici e canoni culturali. Il drago è un animale mitico polimorfo, che include tutti gli altri della mitologia cinese. Codificato graficamente per la prima volta durante la Dinastia Song (960-1279) da Guo Ruonxu, è il frutto della composizione di nove animali tradizionali (cammello, carpa, cervo, coniglio, mucca, coccodrillo, rana, tigre, aquila). Le scaglie sul corpo sono quelle della carpa, di cui ne è probabilmente una rielaborazione e di cui mantiene i benauguranti colori principali (oro e rosso). Nella tradizione è stato usato per millenni dagli imperatori come emblema principale del potere imperiale.
Nella cultura occidentale i draghi sono invece associati all’epoca medioevale, ai castelli con fossati e cavalieri e, soprattutto, sono esseri mostruosi che sputano fuoco e terrorizzano sia la Terra che le fiabe. Nella tradizione cristiana, poi, il drago diventa la personificazione del male: «Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: se abbraccerete la fede in Cristo, riceverete il battesimo e io ucciderò il mostro», afferma San Giorgio che, stando alla tradizione, è colui che ha ucciso il drago, archetipo del “nemico del genere umano”.
Fintanto che continueremo a guardare a long (il drago cinese) solo con i nostri parametri culturali, difficilmente capiremo l’importanza che riveste questo simbolo allegorico e faremo fatica a comprendere il significato di quella danza che tante volte abbiamo visto rappresentata con la sfilata del dragone di cartapesta e stoffa dalle comunità cinesi anche nel nostro paese. Fintanto che long, per noi, continuerà ad essere un lungo serpente sputa fuoco, temibile e maligno, difficilmente potremo entrare in sintonia con i cinesi. Perché per loro il drago (long) sarà sempre un animale associato col Cielo, mentre per noi (il serpente) col sottosuolo.
4. Dopo questa digressione, riprendiamo il rovello del punto precedente: visti i dati sulla situazione economica a fine 2011, siamo alla crisi del modello di crescita cinese? Stando ai nostri canoni, la risposta non può che essere affermativa. Ma se ci sforziamo di fare nostra la lezione del drago e comprendere la differenza di approcci tra il nostro mondo e l’oriente, forze riusciremo a non confondere più il Cielo col sottosuolo.
Quello che viviamo è un mutamento di fase importante: l’anno del drago sarà quello in cui la Cina registrerà il passaggio ad una fase di crescita a velocità intermedia. Da un regime di sviluppo a due cifre si passerà gradualmente ad una crescita annuale del 6-7% per un periodo di 10, 15 o addirittura 20 anni. La lezione più importante che la Cina ha appreso dalla crisi finanziaria internazionale è che lo sviluppo dell’economia virtuale (finanziaria) e di quella reale non possano essere reciprocamente vantaggiosi: la ragione principale per cui i paesi occidentali non sono emersi dalla crisi è che l’economia reale, compresa la produzione, non cresce. La ricetta economica cinese prevede, di converso, l’attestarsi strategico su una produzione fortemente competitiva, sviluppando parallelamente l’industria dei servizi, ed in particolare la ricerca e lo sviluppo, la logistica ed i sistemi di informazione, al fine di migliorare l’efficienza produttiva. Difficilmente il settore delle infrastrutture potrà continuare ad avere nei prossimi anni le prestazioni straordinarie dei decenni passati, perché questo come le industrie connesse come quelle dei materiali o le aziende cementiere, sta entrando nella fase dei suoi picchi storici di domanda e capacità produttiva. Le stesse piccole e medie imprese del sud-est cinese hanno sperimentato notevoli difficoltà a causa della contrazione della domanda, dell’aumento dei costi di produzione e delle difficoltà col credito, quindi non potranno crescere come in passato. Per rispondere a queste esigenze Pechino si sta attrezzando all’avvio di un periodo di rallentamento della crescita e di una riconfigurazione del modello produttivo che sarà basato, d’ora in avanti, su poche grandi imprese con sostanziali aiuti nell’economia di scala, assieme ad una miriade di piccole e medie imprese con vantaggi specializzati. Ragion per cui, le parole d’ordine d’ora in avanti saranno: qualità, ricerca ed innovazione tecnologica.
Dopo lo sviluppo accelerato ed una crescita espansiva a seguito delle riforme di apertura del 1978, il nuovo Piano economico (il12mo) ha posto l’accento sull’aumento della qualità dello sviluppo medesimo: vengono abbassate le aspettative di crescita per elevarne la qualità. È questo il testimone politico che Hu Jintao lascia a Xi Jinping, che quest’anno verrà eletto nuovo presidente e segretario del Pcc, per ridurre gli squilibri (tra città e campagna, tra zone costiere e zone interne,…) e promuovere uno sviluppo armonioso della società. E per questo ci si pone come obiettivo l’aumento del livello di protezione ambientale, la creazione di 45milioni di nuovi posti di lavoro, la costruzione di 36milioni di case popolari e la costruzione di un sistema pensionistico che copra tutti i contadini cinesi.
5. La sfida di questo gigantesco piano riguarda anche noi. Finché in Occidente continueremo a vedere nel drago cinese una minaccia da cui stare alla larga, difficilmente riusciremo ad agganciare le nostre carrozze alla locomotiva dello sviluppo asiatico. Solo una messa in discussione profonda dei nostri pregiudizi ci aiuterà ad invertire la rotta. Anche per la nostra politica, quindi, l’anno del drago, può essere un importante banco di prova, ma anche una incombente necessità. Ne saremo all’altezza?
di Francesco Maringiò - PdCI – Responsabile Relazioni Internazionali
Fonte: Marx21

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