domenica 1 gennaio 2012

Gli Stati Uniti attaccheranno l'Iran?


Nelle ultime settimane si vanno moltiplicando le prese di posizione statunitensi sulla questione dell'attacco preventivo all'Iran. Attacco preventivo, è il caso di premettere, che la dottrina politico-militare statunitense non esclude a priori, nonostante il diritto internazionale non lo riconosca come legittimo. Fin dal 1984, infatti, la cosiddetta "dottrina Shultz", dal nome del segretario di Stato durante la presidenza Reagan, aveva accolto con favore questa possibilità, legittimando azioni militari preventive, anche segrete; con il documento ufficiale americano sulla sicurezza nazionale del 2002, poi, tale concetto è stato esplicitamente introdotto nella dottrina militare nordamericana:
"studiosi e giuristi di diritto internazionale condizionano spesso la legittimazione dell'intervento preventivo (preemption) ad una minaccia imminente, generalmente una visibile mobilitazione di eserciti, unità navali e forze aeree in preparazione di un attacco. Noi dobbiamo adattare il concetto di minaccia imminente (imminent threat) alla capacità ed agli obiettivi degli avversari odierni. Gli stati canaglia ed i terroristi non cercano di attaccarci usando mezzi convenzionali. (...) Gli Stati Uniti hanno a lungo considerato valida l'opzione di azioni preventive (preemptive actions) per contrastare un'effettiva minaccia (sufficient threat) alla nostra sicurezza nazionale. Maggiore la minaccia, maggiore il rischio in caso di inazione - e maggiormente cogente l'esigenza di intraprendere azioni anticipatorie per difenderci, anche se rimane incerto il momento ed il luogo dell'attacco nemico. Per anticipare o prevenire simili atti ostili da parte dei nostri avversari gli Stati Uniti, se necessario, agiranno preventivamente (act preemptively)" (1).
Il 16 dicembre scorso, il presidente Obama, parlando alla Union of Reform Judaism (organizzazione ebraica del giudaismo modernista) passa dal concetto difensivo, "un Iran nucleare è inaccettabile", a quello offensivo, "siamo decisi a prevenire l'acquisizione di armi nucleari da parte dell'Iran": dove viene fatto quindi esplicito riferimento al documento strategico nazionale del 2002.
Il 19 dicembre scorso, il segretario alla Difesa Panetta, fino a quel momento uno dei più decisi assertori dei rischi derivanti da un attacco contro l'Iran, improvvisamente dichiara che l'Iran potrebbe acquisire entro un anno la bomba nucleare e che questa è la "linea rossa" raggiunta la quale il governo Usa "adotterà qualsiasi passo necessario per affrontare la situazione".
Il 20 dicembre, il presidente del consiglio dei comandanti in capo delle Forze Armate Usa, gen. Martin Dempsey, dichiara alla CNN che "le opzioni che stiamo sviluppando hanno raggiunto un punto che le rende eseguibili ove necessario", e aggiunge: "la mia maggiore preoccupazione è che gli Iraniani sottovalutino la nostra determinazione".
Il 21 dicembre, Dennis Ross, uno degli strateghi filo-israeliani che da oltre trent'anni opera nelle posizioni più rilevanti della politica estera americana trasversalmente a tutte le amministrazioni Usa, come ho già avuto modo di documentare dettagliatamente (2), dichiara alla televisione israeliana Channel 10 che il presidente Obama sarebbe pronto a "fare un certo passo", se necessario, e che "questo vuol dire che quando tutte le opzioni sono sul tavolo, se si sono esauriti tutti gli altri mezzi, si fa quello che è necessario".
Il 22 dicembre il ministro della difesa israeliano Ehud Barak, dopo avere svolto negli Usa una serie di incontri coi massimi vertici politico-militari americani (vedi clarissa.it ), dichiara, a commento delle dichiarazioni ricordate finora: "esse confermano un fatto che ci era già noto a seguito dei nostri incontri riservati. Queste dichiarazioni mettono in chiaro all'Iran che si trova difronte ad un bivio vero e proprio".
Il 23 dicembre, infine, viene pubblicato sulla prestigiosa rivista del Council on Foreign RelationsForeign Affairs, il contributo di Matthew Kroenig, un giovane promettente esperto delle problematiche dell'anti-terrorismo, con una già brillante carriera alle spalle: prima come analista militare della Cia nel 2004; poi come membro dell'ormai famoso Policy Planning Staff, l'ufficio di pianificazione politica del ministero della difesa nel 2005, periodo nel quale afferma di avere elaborato il primo piano di deterrenza Usa contro le reti terroristiche; quindi membro del già citato Council of Foreign Relations, il più importante think-tankdi politica internazionale statunitense, nel quale ha più volte rivestito il ruolo di consigliere; infine, dal 2010 al luglio 2011, consigliere speciale del ministro della Difesa Usa per lo sviluppo e l'attuazione della politica e la strategia di difesa americane in Medio Oriente.
Questo testo, intitolato senza mezzi termini "Il momento di attaccare l'Iran - perché un attacco è il male minore" (3), è un'accurata analisi delle obiezioni finora sollevate contro l'ipotesi di una attacco militare chirurgico americano contro le installazioni nucleari iraniane. Kroenig si propone di dimostrare che "la verità è che un attacco militare rivolto a distruggere il programma nucleare dell'Iran, se gestito con attenzione, potrebbe evitare alla regione [mediorientale] ed al mondo una minaccia davvero concreta e potrebbe aumentare straordinariamente la sicurezza nazionale degli Usa a lungo termine".
Kroenig esamina i rischi di una politica di semplice deterrenza, per concludere che la "deterrenza implicherebbe giganteschi costi economici e geopolitici e dovrebbe essere mantenuta fintantoché l'Iran resta ostile agli interessi Usa, vale a dire come minimo per decenni". Afferma che militarmente, grazie in special modo alle nuove bombe ad lato potenziale ed alta penetrazione (MOD,Massive Ordnance Penetrator), la distruzione dei maggiori siti nucleari iraniani è tecnicamente fattibile, senza il rischio di grandi perdite fra i civili. L'attacco, se ben condotto, potrebbe nello stesso tempo rendere chiaro all'Iran che è consigliabile evitare un allargamento del conflitto ed evitare anche brillantemente, come già avvenuto con l'Iraq, il rischio di un intervento diretto israeliano. Anche da quest'ultimo punto di vista, prima l'attacco viene attuato e meglio è, sia per prevenire autonome operazioni israeliane, sia per evitare il rafforzamento dell'Iran e l'adozione di maggiori misure di protezione dei siti obiettivo. Per concludere:
"Con i conflitti in Afghanistan ed in Iraq in via di esaurimento e con gli Usa che stanno affrontando una dura crisi economica all'interno, gli Americani hanno poca voglia di ulteriori scontri. Tuttavia il rapido sviluppo del programma nucleare iraniano costringerà prima o poi gli Usa a scegliere tra un conflitto convenzionale ed una possibile guerra nucleare. Di fronte a questa decisione, gli Stati Uniti devono condurre un attacco chirurgico contro le installazioni nucleari iraniane, assorbire l'inevitabile ritorsione e quindi tentare rapidamente di evitare l'escalation della crisi. Affrontare subito questa minaccia eviterà agli Usa di affrontare una situazione assai più pericolosa in futuro".
Alcuni commentatori israeliani, i più attenti in questo momento alla posizione Usa, interpretano come sintomo particolarmente significativo di una nuova impostazione americana questa lunga serie di prese di posizione e cominciano ad ipotizzare che davvero Obama potrebbe essersi convinto che l'attacco americano ai reattori iraniani sia preferibile ad un'autonoma azione israeliana, per una serie di ragioni importanti: in primo luogo, l'attacco Usa eviterebbe ai Paesi arabi di doversi affiancare all'Iran, cosa che non potrebbero evitare di fare nel caso in cui fosse lo Stato ebraico a colpire; poi, il recente ritiro delle truppe dall'Iraq evita agli Usa di offrire il destro a possibili ritorsioni, in un'area che gli iraniani potrebbero essere in grado di raggiungere; infine, Obama potrebbe essere tentato di adottare l'opzione militare anche alla luce delle elezioni dell'autunno 2012, perché in questo modo spunterebbe una delle armi più insidiose della propaganda repubblicana, l'accusa di essersi dimostrato debole nella politica estera, mediorientale in special modo (4).
La stessa questione siriana, del resto, potrebbe avere una lettura più rivolta all'Iran ed al Libano che non all'obiettivo di abbattere Assad. I sintomi sono tanti: il rapimento di tecnici iraniani ospitati nel paese; lo spostamento di alcune unità americane ritirate dall'Iraq in prossimità della frontiera giordana che fronteggia il sud della Siria; la pressione militare turca da nord sul regime di Damasco; la possibilità che la caduta del regime di Assad crei le condizioni per un regolamento dei conti finale con Hezbollah in Libano, magari utilizzando i risultati dell'inchiesta sull'uccisione di Hariri, finora congelata nei suoi effetti giuridici. Caduto il regime di Assad in Siria, l'Iran si troverebbe completamente isolato e circondato da Paesi in grado di ospitare forze militari ostili.
L'Iran per parte sua, proprio negli ultimi giorni, sta concentrando le proprie mosse dimostrative politico-miliari sul golfo di Hormuz, quasi a richiamare l'attenzione mondiale su l'effetto ritenuto più immediato di un'eventuale crisi militare nel Golfo - la possibile interruzione del flusso del petrolio, in un momento in cui la crisi economica mondiale non ha certo bisogno di un rialzo del prezzo delle materie prime strategiche. Nei giorni di Natale, l'Iran ha infatti svolto delle esercitazioni navali, assai modeste tecnicamente ma molto propagandate, proprio nell'area dello stretto. Proprio mentre l'amministrazione Obama si prepara a varare ulteriori misure economiche che porterebbero ad un vero e proprio strangolamento economico dell'Iran, il primo vice-presidente Mohammad-Reza Rahimi ha poi dichiarato che "nemmeno una goccia di petrolio passerà dallo stretto di Hormuz", nel caso in cui gli Usa decidessero di imporre sanzioni che minaccino di impedire le esportazioni petrolifere iraniane.
Non è quindi facile stabilire quanto la nuova posizione americana intenda semplicemente accrescere la pressione politica sull'Iran e quanto essa preluda invece realmente all'opzione militare. Certo è che sul piano strategico complessivo, l'eliminazione della questione iraniana nel 2012 rappresenterebbe un risultato decisivo per gli Stati Uniti, consentendo di presentare al mondo un Medio Oriente dal quale sono stati spazzati via tutti i nemici degli Usa e di Israele, un'area da plasmare secondo il modello della Primavera Araba, che, pur senza risolvere nessuno dei problemi del mondo arabo né del Medio Oriente, ha però sicuramente eliminato dalla scena qualsiasi forza anti-occidentale ed anti-israeliana, in particolare gli ultimi residui del nazionalismo arabo, il cui terzaforzismo aveva molto impensierito gli anglo-sassoni per alcuni decenni: in cambio, promette al futuro di questi Paesi una frammentazione etnico-religiosa che non promette nulla di buono per la loro stabilità interna.
Certamente in queste settimane decisive una serrata partita di diplomazia e di intelligence è sicuramente in corso anche fra Usa ed Israele: lo Stato ebraico ha infatti tutto l'interesse a che siano gli Usa a incaricarsi dell'eliminazione dell'ultimo possibile avversario, ma non intende aspettare ancora molto prima di colpire, sapendo di essere perfettamente in grado di farlo; gli Stati Uniti devono valutare fino a che punto il proprio impegno diretto in Iran consentirà poi loro davvero di controllare, in un eventuale Medio Oriente normalizzato, l'ambizioso alleato. L'esperienza del passato ci insegna infatti che il solo reale beneficiario di un attacco militare contro l'Iran sarà lo Stato ebraico, che, regnando sul Medio Oriente come unica, incontrastabile potenza economica politica e militare, sarà pronto a risolvere in modo draconiano anche il problema palestinese.
In ogni caso, la pace resterà ancora molto lontana.

di G. Colonna

(1) The National Security Strategy of the United States of America, 20 settembre 2002, p. 15. Si veda la discussione di dettaglio di questo argomento in G. Colonna, Medio Oriente senza pace, Edilibri, Milano, 2009.
(2) G. Colonna, Medio Oriente senza pace, cit., pp. 226-227.
(3) M. Kroenig, "Time to Attack Iran", Foreign Affairs, vol. 91, n. 1, p. 76-86.
(4) Si veda in particolare, C. Shalev, "Will a U.S. Attack on Iran become an Obama's "October Surprise"?", Haaretz, 27 dicembre 2011.

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