domenica 15 gennaio 2012

Egitto, le pretese e le alleanze dei ‘MUBARAKIANI’


Se n’era già parlato nei mesi successivi alle varie ribellioni di Tahrir, le elezioni hanno evidenziato il fenomeno. I mubarakiani,gli aderenti e i sostenitori del sistema del raìs che non hanno nomi altisonanti alla Suleiman e Tantawi né costituiscono la canaglia pagata per picchiare come i cammellieri del 2 febbraio, insomma i componenti della massa grigia che formava la ragnatela del trascorso potere inseguono sogni di revanche accanto a quelli d’un ritorno ai facili arricchimenti. Lo strumento per attuarli, come in ogni epoca e angolo di mondo, resta la politica. Infatti costoro si sono in buon numero infilati da indipendenti nelle tante liste elettorali, oppure ne hanno create di proprie. Alcuni sono attivisti di medio cabotaggio, definiti dalla stampa egiziana “vecchi attrezzi” della stagione delNational Democratic Party, la formazione dell’ex presidente. Altri sono businessmen restati per anni nell’ombra a curare affari d’impresa o di commercio più o meno leciti, che comprendono la necessità di doversi riciclare per rilanciare i propri interessi.
Si sono presentati in parecchi collegi, da nord a sud, privilegiando le aree rurali dove fanno leva su disinformazione e condizioni di arretratezza del corpo elettorale. Hanno strizzato l’occhio (in parte corrisposti) alla comunità copta che rappresenta il 10% della popolazione d’Egitto, cavalcandone la rinfocolata contrapposizione confessionale con gli islamisti. Una tattica a metà fra “l’infiltrazione” e la libera concorrenza, comunque tutte legittime e legittimate dal sistema elettorale che fa dire alla gente che quelle in corso sono consultazioni veramente libere dopo decenni di pressioni e brogli.
Per attivare la prima mossa i nostalgici hanno scelto, ma solo in qualche collegio, il Blocco Egiziano. La formazione finanziata da Naguib Sawiris ha un’impronta laica e interclassista. E’ comunque molto politicizzata, e lì la mimetizzazione può avvenire solo attorno a tematiche economiche che sostengono, ad esempio, il liberismo d’impresa. Inoltre il rapporto privilegiato che il patròn stabilisce coi candidati cristiani lascia in certi casi poco spazio per emergere. L’altra opzione è quella dell’auto-organizzazione tramite nuove sigle – il Partito della Libertà è quella più nota – una denominazione che s’avvicina al FJP dei Fratelli Musulmani sebbene la possibilità d’errore anche per l’elettore più sprovveduto risulti davvero minima. Nelle recenti votazioni nella regione di Minya, a circa 300 km sud dal Cairo, i mubarakiani hanno attuato un’ulteriore azione. Hanno fatto capolista un famoso personaggio del mondo copto, Ihab Ramzi, che poteva calamitare sul Partito della Libertà una cospicua quantità di voti anti-islamisti. Quella zona ha un passato turbolento per essere stata negli anni Novanta la culla d’uno dei più intransigenti gruppi del Jihad – Gama’a al-Islamiyya – già accusato dell’attentato mortale al presidente Sadat, quindi di tentativi di eliminazione fisica di Mubarak e della campagna che colpendo il turismo mirava ad attaccare il regime (sono gli autori della strage di Luxor del 1997). La tattica catalizzatrice nell’urna è riuscita: in quella circoscrizione Ramzi è stato eletto ai danni di Abul Mady esponente di Wasat, una formazione islamica moderata. Ma è un caso unico che avvantaggia solo i nostalgici del raìs e ha diffuso dissapori fra i cristiani.
A detta dell’intellettuale copto Soliman Shafiq la loro comunità non riceve benefici votando “avanzi” del vecchio regime che difficilmente andranno in Parlamento, per lui in questo modo si disperdono voti a vantaggio degli islamici. In effetti il successo della Fratellanza Musulmana e il buon risultato di Al Nour nella prima fase elettorale hanno l’aria di ricevere conferme anche nella Camera Alta (si voterà il 29 gennaio e il 22 febbraio) e l’Islam politico potrà contare su un numero davvero ampio di parlamentari che si dedicheranno alle proposte per la nuova Costituzione e alla successiva approvazione. Per i copti questa è una minaccia ai loro diritti di minoranza, sebbene il messaggio lanciato dai leader delle formazioni finora vincenti sia stato aperto e conciliante contro qualsiasi logica di contrapposizione fra le fedi. Eppure la Chiesa cristiana d’Egitto ha invitato i seguaci a non fidarsi dei candidati con la mano sul Corano e preferirgli quelli che seguono la via secolare, legati magari anche al passato regime. Parecchi elettori copti in più d’una circoscrizione periferica li hanno scelti al posto dei nomi della Fratellanza Musulmana perché è ancora vivo il ricordo della trascorsa intransigenza di quel gruppo ed è diffuso il timore che nonostante le promesse sia il FJP, e soprattutto i salafiti, non rinunceranno a introdurre norme della Shari’a nella futura Carta Costituzionale. Una paura che sembrerebbe smentita dall’orientamento del voto dell’egiziano medio, che però sul fronte opposto cementa un’opposizione di copti, laici conservatori e democratici, più i nostalgici dei tempi andati. Se nel processo che lo vede principale imputato il raìs dovesse aggirare la ‘condanna a morte per impiccagione’ prevista dalla legge per i reati contestatigli, i mubarakiani tuttora presenti nel Paese potrebbero avanzare ulteriori pretese.

di Enrico Campofreda
Enrico Campofreda è laureato in Storia presso ‘La Sapienza’, e specializzato a ‘RomaTre’. Giornalista dal 1988, ha collaborato con Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto scrivendo di sport. Attualmente collabora con Terra e con testate web seguendo politica estera e sociale. Ha pubblicato due romanzi “L’urlo e il sorriso”, Di Salvo, Napoli, 2007;  “Hépou moi”, ABao AQu, Rovigo, 2010

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