domenica 1 gennaio 2012

Avidità, corruzione e “risparmi” causano un nuovo disastro su un sommergibile nucleare russo



Ancora un disastro su un sommergibile nucleare russo. Con meno danni alle persone rispetto ad altri disastri del passato recente (questa volta ci sono stati “solo” nove tra feriti e intossicati), ma pur sempre gravissimo e – al solito – molto misterioso. Come sia stato possibile che un banale lavoro di saldatura all’esterno, eseguito in cantiere, abbia provocato un incendio così terribile da resistere per ventiquattr’ore a undici squadre di vigili del fuoco e da mettere ko, forse definitivamente, uno dei vascelli più moderni, potenti e pericolosi della marina militare russa, è cosa difficile da comprendere: non meraviglia che il presidente Medvedev abbia affidato l’inchiesta a ben due vicepremier, nessuno dei quali con le stellette della marina.

Il sommergibile d’attacco Ekaterinburg, classe Delta-IV, è uno strumento bellico micidiale in grado di lanciare 16 missili intercontinentali R-29, ciascuno dotato di quattro testate nucleari indipendenti, dunque da solo è potenzialmente in grado di annientare 64 grandi città in ogni angolo del pianeta; insieme ai suoi 42 “fratelli” (in realtà ormai molti meno, visto che parecchi sono stati decommissionati) costituisce il nerbo delle forze strategiche nucleari di Mosca. Ci si chiede quindi che razza di gestione sia quella che fa avvolgere un ordigno simile da rozze impalcature di legno, infiammabili, e consente lavori di saldatura a caldo su una superficie a sua volta altamente infiammabile perché rivestita in gomma anti-rumore. A prima vista, sembrerebbe di essere in presenza di una superficialità e approssimazione a dir poco inquietanti, al punto che è lecito chiedersi se siano vere le affermazioni dei comandi della marina secondo cui prima dell’inizio dei lavori i due reattori nucleari del sommergibile erano stati spenti e i missili sbarcati a terra. Ma ancora una volta, nonostante la terrificante e tragica esperienza del Kursk, il sommergibile affondato con tutti i 118 membri dell’equipaggio dopo una misteriosa esplosione nel Mar di Barents, mentre i comandi supremi con menzogne e segreti rendevano impossibile il salvataggio, si ha soprattutto l’impressione che gli stati maggiori cerchino di coprire una realtà assai poco gloriosa, fatta di avidità e corruzione e “risparmi” a spese della sicurezza nazionale e soprattutto a spese della vita di marinai e tecnici – come pare sia tradizione consolidata nella marina russa, visto che i casi non si contano. La storia della corazzata Potemkin, dove la rivolta dei marinai fu per il cibo marcio che veniva loro somministrato dallo stato maggiore, non sembra aver insegnato nulla.
di Astrit Dakli

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