giovedì 19 gennaio 2012

America Latina, strategie politiche 2012



Non sono molti gli appuntamenti elettorali in America Latina per il 2012, ma almeno due sono di peso. Prima di ciò che accadrà occorre però ricordare quel che è accaduto in Giamaica. Tecnicamente non sarebbe America Latina, dal momento che si tratta di un paese anglofono.


Ormai si è imposta quella definizione per cui tutte le Americhe sono America Latina eccetto Stati Uniti e Canada. Gli stessi giamaicani si mettono nel calderone, e si può dunque dire che è stata la Giamaica a chiudere il 2011 elettorale latinoamericano e ad aprire il 2012.

Il 29 dicembre si è votato per il parlamento e il 5 gennaio si è insediato il nuovo primo ministro. Che, come a voler rivendicare questo legame con i trend latinoamericani, è una donna: Portia Simpson-Miller, del Partito nazionale del popolo (Pnp), già premier dal marzo del 2006 al settembre del 2007. Le elezioni del 3 settembre del 2007 erano state vinte dal Partito laburista di Giamaica, che malgrado il nome e l’origine sindacale si colloca oggi al centro-destra. Non è stata un’esperienza troppo positiva, se si pensa che la Giamaica dopo quattro anni era una delle 13 nazioni più indebitate del mondo, massacrata dal crollo del turismo dovuto non solo alla crisi, ma anche alla cattiva immagine della rivolta delle gang contro l’estradizione negli Usa del boss Christopher Dudus Coke.

Non solo i laburisti ma anche il Pnp ha fatto storicamente ricorso alla famigeratagarrison politics: una politica di alleanza con gang e narcos in cambio di impunità che ha storicamente riempito le campagne elettorali di piombo e sangue. Nel maggio 2010, però, il premier Bruce Golding non ha potuto più sostenere la pressione Usa, e ha violato il patto con Coke. Ne è nata una specie di mini-guerra civile, con 76 morti; Golding è stato poi sostituito da Andrew Holness, ora 39enne, il più giovane premier della storia del paese, cui va riconosciuto di aver assicurato alla Giamaica la campagna elettorale più tranquilla del suo mezzo secolo di esistenza come Stato indipendente. Holness comunque l’ha persa: il 53,28% è andato al Pnp, il 46,61% ai laburisti: un distacco che il sistema uninominale all’inglese ha ulteriormente accentuato, con 42 seggi contro 21.

Il voto è passato quasi inosservato tra i media internazionali, ma nel suo primo discorso da premier Portia Simpson-Miller si è subito fatta notare: ha annunciato l’intenzione di togliere alla regina Elisabetta II il rango di capo dello Stato che ancora mantiene, per rendere l’isola una repubblica. “Io voglio bene alla Regina, è una bella signora, e a parte l’essere una bella signora è anche una signora saggia e una signora meravigliosa. Ma penso che il tempo sia arrivato”. Quest’ultima frase l’ha detta nel dialetto giamaicano (patwa), tanto per rendere il sottinteso nazionalista più forte.

Il 6 agosto decorrono i cinquant’anni dell’indipendenza della Giamaica, anche se c’è chi sospetta che più dell’anticolonialismo a motivare questa scelta sia una deriva forcaiola (letteralmente). Nell’annuncio di voler “rimuovere tutti i legami con la Corona britannica, diventando dunque una nazione pienamente indipendente”, la neo-premier ha infatti incluso anche la “fine della sorveglianza giudiziaria di Londra”: cioè, la sostituzione della Corte di giustizia dei Caraibi di Trinidad al Comitato giudiziario del consiglio privato di Londra come suprema corte di appello del paese.

Giova ricordare che con 1.428 morti ammazzati, pari a un tasso di 52,1 omicidi ogni 100 mila abitanti, nel 2010 la Giamaica è stato il quarto paese più pericoloso del mondo; nel 2005 era il più pericoloso in assoluto. Ovviamente questa violenza crea una domanda di law and order alla quale nel novembre del 2008 il parlamento di Kingston ha risposto con un voto che ha mantenuto la pena di morte per impiccagione. Il Consiglio privato di Londra invece, in omaggio alle idee abolizioniste in voga in Europa, tende a commutare le condanne capitali in ergastolo.

Il 2012 elettorale dell’America Latina iberofona inizierà a El Salvador, l’11 marzo: si voterà solo per le politiche e le municipali, mentre per le presidenziali bisognerà aspettare il 2014. La maggior parte dei sondaggi dà la destra in ripresa, ma le forbici dimostrano una grande incertezza: l’Alleanza repubblicana nazionalista (Arena) oscilla infatti tra il 24 e il 30%, mentre il Fronte Farabundo Martí per la liberazione nazionale (Fmln) sta tra il 22 e il 30%. Tra il 3,5 e il 7,6% si colloca la Grande alleanza per l’unità nazionale (Gana, che inoltre significa in spagnolo “vince"), gruppo di transfughi di Arena che hanno deciso di appoggiare il presidente Mauricio Funes, indipendente candidato dall’ex guerriglia di sinistra dell’Fmln.

Questo nuovo centro ha praticamente cancellato il centro-destra tradizionale del Partito di conciliazione nazionale (Pcn) e del Partito democratico cristiano (Pdc). Anzi, li ha cancellati il Tribunale supremo elettorale. Loro si sono riscritti rispettivamente come Concertazione nazionale e Partito della speranza; ma stanno l’uno poco sopra il 2%, l’altro sotto l’1.

Il 16 maggio ci saranno le presidenziali nella Repubblica Dominicana. Poiché il presidente Leonel Fernández non si ricandida, il suo Partito della liberazione dominicana (Pld) candiderà l’ex presidente della Camera ed ex ministro alla Presidenza Danilo Medina, mentre per il Partito rivoluzionario dominicano (Prd) correrà l’ex presidente Hipólito Mejía. La definizione ideologica di questa forze è complessa: il Prd, oggi riconosciuto dall’Internazionale socialista, nacque in principio come ala moderata del più radicale Pld, ma in questo momento è forse più collocabile alla sua sinistra. Anche qui i sondaggi non sono chiari, e a entrambi i principali candidati a dicembre è stata attribuita la possibilità di andare oltre il 50%. Dopo di loro il candidato meglio piazzato è l’ex magistrato Guillermo Moreno, che col suo partito di sinistra sta tra l’1,5 e il 2,5%.

A maggio in data da stabilire votano le Bahamas, dove nel 2007 la destra del Free national movement si affermò sul Progressive liberal party: 49,86% e 23 seggi contro 47,02% e 18. 

Il primo voto veramente importante sarà quello del primo luglio per il Messico, dove si rinnovano presidente e Congresso. Il Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) candiderà Enrique Peña Nieto, ex governatore dello Stato del Messico, un’entità diversa sia dal Distretto federale di Città del Messico sia dagli Stati Uniti Messicani nel loro complesso. Il Partito della rivoluzione democratica (Prd), di sinistra, ripresenta invece l’ex governatore del Tabasco Andrés Manuel López Obrador: questi già sei anni fa fu sconfitto, non lo accettò, denunciò brogli e si autoproclamò presidente. Fu abbandonato dopo pochissimo dai suoi stessi compagni di partito, il che rende ora il suo ritorno in scena piuttosto debole.

Per il divieto assoluto di rielezione è invece il Partito di azione nazionale (Pan) al governo, di centro-destra, che deve ancora decidere tra l’ex ministro delle Finanze Ernesto Cordero, l’ex ministro dell’Interno Santiago Creel e la rappresentante e carismatica imprenditrice Josefina Vázquez Mota, che ripeterebbe in Messico la recente moda latinoamericana delle presidentesse. Effetto Josefina a parte, però, a 12 anni dallo storico ricambio di governo al Pri il Pan appare in fase di stanca, anche per le sanguinose conseguenze della guerra ai cartelli dei narcos lanciata dal presidente Calderón. Il governo, per la verità, assicura che la situazione starebbe migliorando. I 12.903 morti ammazzati tra gennaio e settembre sarebbero infatti l’11% in meno rispetto al 2010, quando erano aumentati del 70% rispetto al 2009.

A Ciudad Juárez, che resta la città più violenta, gli omicidi si sono addirittura dimezzati: da 2.500 a 1.206. Viene confermato che la violenza riguarda 8 dei 32 Stati messicani, e che dall’inizio della “guerra ai narcos” lanciata dal presidente Calderón ci sono stati 47.515 morti. Stime non ufficiali dicono però che sarebbero almeno 60 mila, e i segnali sono che i cartelli messicani hanno risposto spostandosi verso l’America Centrale e addirittura le Ande, al punto che il Perù ora vuole chiedere il visto ai cittadini messicani.

Sondaggi e risultati locali sembrano dunque riportare sulla cresta dell’onda il vecchio Pri, sotto banco accreditato della capacità di raggiungere accordi di non belligeranzacon i narcos. Anche se Peña Nieto ha fatto una recentissima figuraccia a una Fiera del libro, per non essere riuscito a dire i titoli di tre libri che hanno influito sulla sua vita.

L’altro voto chiave è quello del 7 ottobre: le presidenziali in Venezuela. Da una parte, si ripresenta Hugo Chávez. Dall’altra, c’è un avversario che sarà definito dalle primarie che l’opposizione terrà il 12 febbraio. Sei i candidati: l’ex rappresentante del Venezuela all’Onu Diego Arria; il governatore dello Stato di Miranda Henrique Capriles; l’ex sindaco di Chacao Leopoldo López; la fondatrice della ong Súmate Corina Machado; il sindacalista e leader di un settore dell’estrema sinistra già alleato di Chávez Pablo Medina; il governatore dello Stato di Zulia Pablo Pérez Álvarez.

C’è un convitato di pietra: il tumore di Chávez. Secondo alcune indiscrezioni, sarebbe talmente grave da non consentire al presidente di arrivare a ottobre. Nell’immediato ha contribuito per naturale senso di empatia a rialzare una popolarità piuttosto appannata; recenti sondaggi indicherebbero però che proprio per l’insicurezza sul suo futuro questa empatia potrebbe non tradursi automaticamente in voti.

Il voto del 6 novembre negli Stati Uniti non è America Latina. A parte il ruolo che vi avrà l’elettorato ispanico, però, quel giorno si voterà anche a Porto Rico: non solo per rinnovare governatore, Senato, Camera dei rappresentanti e sindaci, ma anche per due referendum. Il primo è sul mantenimento o no dello status quo; il secondo su cosa fare in caso di superamento dello status di Stato liberamente associato: passare all'indipendenza, a una nuova libera associazione “sovrana”, o diventare il 51esimo Stato Usa.

Infine a dicembre, in data da stabilirsi, si vota alle Bermuda: uno degli ultimi Territori britannici d’Oltremare, dove le tre ultime elezioni sono state vinte dalla sinistra del Progressive labour party contro lo United Bermuda party.

di Maurizio Stefanini
Maurizio Stefanini, giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il FoglioLiberoLiberalL’OccidentaleLimesLongitudeTheoremaRiskAgi Energia. Ha redatto il capitolo sull’Emisfero Occidentale in Nomos & Kaos Rapporto Nomisma 2010-2011 sulle prospettive economico-strategiche. Specialista in politica comparata, processi di transizione alla democrazia, problemi del Terzo Mondo, in particolare dell’America Latina, e rievocazioni storiche.
Fonte: liMes

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