giovedì 12 gennaio 2012

Africa, la crescita economica della terra di conquista cinese



Una crescita media del 2% all’anno nel reddito pro capite, prolungata per un intero decennio: non è ancora un exploit a livelli “asiatici”, ma equivale al boom economico del Sudamerica. E’ la performance messa a segno dall’Africa, secondo uno studio pubblicato dal Dipartimento dell’agricoltura Usa. Non più solo il Sudafrica, ma vaste aree del continente nero aspirano ormai alla qualifica di “emergenti”. Uno dei loro motori di sviluppo sono gli investimenti cinesi.
La banca mondiale prevede che entro pochi anni la Cina avrà “esportato” ben 85 milioni di posti di lavoro in Africa. E lo avrà fatto in parte con una ricetta che risale a Deng Xiaoping, il padre delle riforme economiche che lanciarono la Repubblica Popolare verso il capitalismo 30 anni fa: la creazione di “zone speciali”, parchi tecnologico-industriali con esenzioni fiscali e incentivi per attirare gli investimenti esteri.
Di tutto questo in Occidente arrivano quasi soltanto gli echi negativi. E ce ne sono, naturalmente, in abbondanza. La Cina non fa beneficienza, anzi in molti settori gli africani lamentano l’effetto distruttivo dei “cing-ciong”, come sono battezzati in senso spregiativo i prodotti a basso prezzo made in China, la cui invasione ha fatto fallire molte imprese locali provocando fenomeni di deindustrializzazione regressiva. Altre lamentele riguardano gli abusi contro i diritti dei lavoratori, nei settori dominati dalle imprese cinesi in Africa. Una denuncia recente viene dallo Zimbabwe, l’ultima tra le “terre di conquista” che la Cina ha scoperto e su cui si è avventata con avidità, attirata dai diamanti e altre risorse minerarie. Violenze e soprusi sono stati rivelati in un cantiere a nord di Harare, dove il colosso cinese Afecc (Anhui Foreign Economic Construction Corporation) sta costruendo su richiesta di Mugabe una sontuosa accademia militare. Per i 600 operai africani che vi lavorano, alle dipendenze di 300 manager e tecnici cinesi, la futura accademia militare è un cantiere di sfruttamento. Le condizioni di lavoro riportare dalle ong umanitarie sono 4 dollari di salario al giorno per turni dalle 7 del mattino alle nove di sera. Intimidazioni, pestaggi, licenziamenti “politici” sono all’ordine del giorno, contro chi osa ribellarsi. Lo Zimbabwe, che improvvisamente è inondato da 10 miliardi di dollari di investimenti in arrivo da Pechino, sta scoprendo così un problema già esploso in altri paesi africani. Il più noto è l’esempio dello Zambia, teatro di ribellioni violente nelle miniere gestite dai cinesi.
Tuttavia l’attenzione unilaterale che gli occidentali riservano a questi risvolti degradanti della “sinizzazione” dell’Africa, rischia di svilire le dimensioni e la portata di questo fenomeno. Ancora nel 2000 gli investimenti cinesi in Africa erano un’inezia, appena 60 milioni di dollari. Il continente nero era ancora saldamente sotto l’influenza americana ed europea; e bloccato in una stagnazione economica disperante. Da allora il flusso di capitali cinesi si è ingigantito in modo spettacolare, fino a raggiungere livelli 200 volte superiori. E siamo solo all’inizio, perché nell’invasione cinese si sta aprendo una nuova fase. La prima stagione è stata una classica espansione “neo-coloniale” alla ricerca di materie prime (energia, minerali, derrate agricole e perfino terre coltivabili); in cambio della quale tuttavia la Cina ha saputo costruire infrastrutture di ampiezza e qualità spesso migliore a quelle lasciate dagli occidentali. La seconda fase, che si sta aprendo ora, è all’insegna di una vera e propria delocalizzazione. Intere industrie cinesi, afflitte da aumenti salariali in casa propria, stanno trasferendo non solo in altri paesi asiatici (Bangladesh, Vietnam, Cambogia) ma anche nelle aree sub-sahariane alcune produzioni ad alta intensità di manodopera come il tessile. La politica delle “zone franche”, con incentivi ed esenzioni fiscali, punta proprio a questo. Un esempio è la Chinese Eastern Industry Zone in Etiopia, dove sorge già un cementificio. Una “zona” analoga in Zambia ospita una maxi-fonderia di rame con 6.000 posti di lavoro ed esportazioni per 450 milioni. Ghana, Uganda e Congo sono destinatari di progetti analoghi. Anche in questo campo è possibile trovare risvolti negativi – la “delocalizzazione dell’inquinamento” rientra in questa strategia – e tuttavia l’Occidente ha lasciato della sua presenza in Africa ricordi peggiori.

di Federico Rampini

1 commento:

  1. Certo se l'Europa non comprende la necessità dello sviluppo dell'Africa, non potrà poi lamentarsi di avere lasciato libero il posto.

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