domenica 12 giugno 2011

Se non voti ti cancello (da Facebook). Passaparola!

“Chi oggi o domani non va a votare per i 4 Referendum, diventerà bello come Amicone, simpatico come Sallusti, gioviale come Stracquadanio, sexy come Sechi, elegante come la Santanchè, intelligente come la Ravetto. E non sarà più mio amico. Tiè”.

Questo è lo status che terrò fino alle ore 15 di domani nella mia pagina Facebook. Anche se non sembra, è un piccolo tam tam mediatico ideato con gli amici di MicroMega. Ognuno, se vuole, faccia lo stesso nel suo profilo. Attiviamo più gente possibile. Il quorum non è sicuro e ogni voto è prezioso, mai come stavolta.

Washington vuole il petrolio venezuelano

Sembra proprio che il Venezuela con le sue ricchezze petrolifere sia il prossimo paese sulla lista della spesa degli Stati Uniti. Bisogna essere degli idealisti senza speranza per credere che, dopo la crociata scatenata dagli USA contro i paesi produttori di petrolio asiatici e africani, i giacimenti di petrolio venezuelano, rimasti finora al di fuori del controllo degli Stati Uniti, non fanno gola a Washington. Secondo varie stime, le riserve petrolifere del Venezuela dovrebbero durare per 100-150 anni in caso di forte sfruttamento.

La guerra ormai permanente degli Stati Uniti per il petrolio e ora contro il Venezuela è iniziata nel dicembre del 2002 quando il gigante petrolifero PDVSA dovette far fronte a uno sciopero che coinvolse circa 20.000 dipendenti. I nemici di Chavez si aspettavano che la destabilizzazione nel settore petrolifero venezuelano, le file alle pompe di benzina e i problemi con fornitura di gas nelle abitazioni case avrebbe fatto a pezzi un regime così insolente, ma i sostenitori di Chavez non si sono arresi. Lo sciopero terminò con una sconfitta nel febbraio del 2003 e PDVSA fu trasformata in una compagnia di Stato. La quinta colonna pro-USA che era radicata nel PDVSA fu rivelata al pubblico e molti dei suoi leaderfuggirono dal Venezuela. Circa 15.000 dipendenti del settore petrolifero furono licenziati e le perdite causate dalla rivolta si aggirarono sui 10 miliardi di dollari.

Al referendum con 2 reattori nucleari USA nel Golfo di Napoli

Due pericolosissimi reattori nucleari con una potenza di 194 MW a presidio del voto referendario dei napoletani. Da sabato 11 giugno sono approdate nel Golfo di Napoli le unità navali USA componenti il George H.W. Bush Carrier Strike Group,la task force navale salpata un mese fa dal porto di Norfolk (Virginia) e diretta dalla USS George H.W. Bush, l’ultima portaerei della classe “Nimitz”, una delle più grandi imbarcazioni militari mai costruite nella storia, 333 metri di lunghezza, 77 di larghezza e un peso di 104.000 tonnellate. I due reattori nucleari che consentono la propulsione della portaerei sono del tipo A4W (dove A sta per Aircraft Carrier Platform4 per quarta generazione e W perWestinghouse Electric, la società statunitense produttrice) e hanno un’autonomia di circa 20 anni.
Rispetto alle unità della stessa classe, la George H.W. Bush ha un design innovativo che include una torre radar protetta, sistemi di navigazione e di telecomunicazione di ultima generazione, sofisticati apparati di stoccaggio e distribuzione del carburante, servizi semi-automatici di rifornimento e più moderne ed efficienti aree di atterraggio, lancio e ricovero per oltre 70 aerei.

Paesi arabi: “la controrivoluzione non sarà televisiva”

Parafrasando l’ultimo grande jazzista soul Gil Scott-Heron, “la controrivoluzione non sarà televisiva”.
Fa schiantare gli ascolti e fa perdere un sacco di soldi.Prendete l’Egitto. La Casa di Saud ha dato a Tantawi, leader del Concilio Supremo Militare, 4 miliardi di dollari in contanti- anche la Sfinge sapeva quanto fosse potente il 75enne Tantawi, dopo la deposizione del tiranno Mubarak che ricopriva il ruolo del ministro della difesa.Washington inoltre ha devoluto al Cairo 1 miliardo di dollari a fondo perduto e un altro miliardo in prestito. Non è molto se lo paragoniamo a ciò che Washington dona ad Israele, ma quello del Cairo è certamente un segnale interessante.Come se non bastasse il Fondo Monetario Internazionale ha prestato altri 3 miliardi di dollari sempre all’Egitto. Allora ll “nuovo” Egitto, come è chiaro, partirà già zavorrato da catene di “debito” indistruttibili.Questo spiega che l’”apertura” di Rafah, dei confini con Gaza, non è stata una vera e propria apertura.La quota di abitanti di Gaza che hanno libertà di movimento sono di 400 al giorno, ma non meno di 5000 abitanti sono rimasti sulla blacklist. Così la situazione da Gulag russo rimane praticamente uguale a quando c’era Mubarak.Questo inoltre spiega perché ora si vede il non più provvisorio candidato presidente egiziano Mohamed ElBaradei in televisione tessere le lodi di Re Abdullah mentre fa finta di dimenticare il supporto saudita a Mubarak fino a quel momento.

Assassinato il simbolo del crimine russo in Cecenia


Yurij Budanov, tristemente noto per avere strangolato una diciottenne cecena.

Abbattuto in una via di Mosca a colpi di pistola da un killer davanti a casa, l'ex colonnello dell'esercito Yurij Budanov, uomo-simbolo dei crimini di guerra russi in Cecenia. Sul movente dell'omicidio e sulla sua matrice, certamente politica, si scontrano due ipotesi: c'è chi punta il dito sui gruppi organizzati ceceni, che avrebbero così voluto vendicare una ragazza uccisa undici anni fa da Budanov; e c'è chi pensa che il delitto possa essere una provocazione dell'estrema destra per eccitare il risentimento anti-caucasico e avviare una spirale di violenze incontrollate. Non si possono escludere nemmeno altre ipotesi, per esempio che qualcuno molto potente (magari nelle alte sfere militari) abbia voluto sbarazzarsi di un personaggio ormai scomodo. 
La vicenda giudiziaria di Yurij Budanov ha spaccato la Russia per anni, collocandosi al centro dello scontro fra nazionalisti e difensori dei diritti umani. Nel marzo 2000 il colonnello, che comandava un'unità di tank in Cecenia, violentò, torturò e infine uccise strangolandola una ragazza di 18 anni, Elsa Kungayeva, da lui accusata (a torto) di essere una "cecchina" dei guerriglieri. Arrestato pochi giorni dopo, il suo processo andò avanti per oltre due anni tra perizie psichiatriche e colpi di scena vari; al termine, Budanov venne condannato a 10 anni per omicidio, ma nella sentenza non vennero più nominate la violenza carnale e le torture, pur ampiamente provate.

Un doppio Obama

Va bene che la giustizia e la coerenza non sono cosa di questo mondo, tanto meno in politica. Però i due pesi e le due misure che usa Obama nelle crisi internazionali sono talmente squilibrati da rivelare una doppiezza che lo squalifica sempre di più. Ad esempio su Siria e Bahrain. Nei confronti della Siria di Assad, un giorno sì e l'altro pure il presidente USA chiede sanzioni in nome dei diritti umani violati, con lo stesso schema - e le stesse falsità - che hanno portato alla guerra di Libia. Nei confronti del Bahrain di Al-Khalifa, che ha schiacciato le opposizioni con l'aiuto dell'esercito saudita e con massacri e torture, invece, Obama ha disteso i tappeti rossi.
Non davanti a tutti, però. Il Principe del Bahrain Salman al-Khalifa infatti è stato ricevuto da Obama lo scorso 7 giugno alla Casa Bianca, senza conferenza stampa, né imbarazzanti foto ricordo, lasciate alla Clinton, ma con una dichiarazione di encomio per la volontà del regnante di perseguire il dialogo interno, senza menzione per le violenze. Bel dialogo davvero, con le corti marziali a pieno regime, le sparizioni di oppositori in stile argentino, e la Quinta flotta statunitense placidamente ospite dell'isola-stato araba. Il giorno che le truppe saudite hanno prestato il loro fraterno aiuto alla satrapia in difficoltà, il segretario USA della Difesa era lì a coordinare le operazioni.

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