mercoledì 4 maggio 2011

Cosa perde e da dove riparte al Qaeda?

Mediaticamente la morte di Osama bin Laden rappresenta un colpo enorme al terrorismo internazionale. Ma da un punto di vista strategico cosa cambia? Quale l'entità del danno inflitto ad al Qaeda? Quali le probabili dinamiche che segneranno la riorganizzazione del gruppo? Peacereporter lo ha chiesto ad Andrea Plebani, ricercatore dell'Università Cattolica, Fellow Research del Landau Network-Centro Volta, autore per il Combating Terrorism Center - Sentinel, della United States Military Academy di West Point, uno dei principali centri d'analisi al mondo sul terrorismo.

Tutti sappiamo chi era ritenuto Osama bin Laden nel 2001. Chi era il bin Laden ucciso nella primavera del 2011 dagli operativi americani?
Era un mito, un personaggio cui era rimasto un ruolo sostanzialmente mediatico, e non tanto perché appariva spesso, come Ayman al Zawahiri, nelle videointerviste e nei primi messaggi, ma per l'aura mitica che circondava il fondatore di Al Qaeda.. Stiamo parlando dell'erede di una ricca famiglia saudita che ha abbandonato il suo status di privilegiato per imbracciare le armi prima per il jihad afghano e poi in tutti i Paesi in cui si è spostato: Sudan, Arabia Saudita, Pakistan. Era importante per la legittimità che poteva fornire alla galassia islamista radicale. Faccio un esempio in proposito: in Iraq, è stata proprio l'autorità di cui godeva bin Laden all'interno della galassia islamista internazionale a spingere al Zarkawi a entrare in Al Qaeda, perché gli conferiva quella legittimità che gli mancava. Anche l'esser uscito vivo dal jihad contro l'Unione Sovietica e da dieci anni di caccia da parte della più grande potenza mondiale hanno contribuito a costruirne il mito dell'imbattibilità.

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