È inevitabile in questi giorni non occuparsi del disastro di Chernobyl, che il 26 aprile di venticinque anni fa colpì le tre repubbliche sovietiche di Ucraina, Russia e Bielorussia. Quei giorni di primavera, in attesa delle grandi feste tradizionali del Primo maggio e del nove maggio (l’anniversario di quella che in Occidente viene chiamata Seconda Guerra Mondiale, mentre nella vecchia Urss è conosciuta come Grande guerra patriottica), sono rimasti un ricordo indelebile per tutte quelle persone che sono state testimoni in qualche modo della tragedia.
L’onda emotiva del dramma giapponese di Fukushima, dove però non è stato l’uomo a scatenare la catastrofe, ma la natura, ha fatto aumentare i brividi. In Ucraina, dove Chernobyl si trova, a un passo dal confine con la Bielorussia e poco più di 100 chilometri della capitale Kiev, la gente ha un approccio molto pratico con l’energia nucleare: da un lato sa che, almeno al momento, non se ne può fare a meno, visto che circa il 50 per cento dell’energia elettrica arriva proprio dall’atomo e senza questo il Paese non andrebbe avanti; dall’altro, proprio perché sono milioni coloro che hanno vissuto direttamente i giorni di Chernobyl, è diffusa la paura. E molti temono che la tragedia possa ripetersi.
