sabato 2 aprile 2011

In Costa d'Avorio sono cannonate



ABIDJAN - "Sparano come pazzi. Anche col cannone. Tremano le pareti. Lo hanno fatto per tutta la notte. Sono chiuso in casa, non ho coraggio di affacciarmi alla finestra. Anche adesso, non accennano a fermarsi un attimo. Hanno attaccato la sede della televisione e stanno facendo la stessa cosa al palazzo presidenziale di Gbabo. Ma io resto chiuso in casa..." E' la testimonianza di Salvatore Zarlengo, un operatore commerciale italiano, da anni ad Abidjan per lavoro, che ha contattato Repubblica.it per dare la sua testimonianza diretta su quanto sta accadendo in Costa d'Avorio. 


Un'altra testimonianza. "Sono arrivati stanotte, verso l'una e mezza. Le cannonate hanno fatto vibrare i palazzi. Ci siamo svegliati di soprassalto. Poi hanno continuato con le mitraglie". E' invece il racconto di padre Dario Dozio, provinciale della società Missioni Africane, alla MISNA 1.
"Lo avevano annunciato e ci sono riusciti - prosegue il religioso- Pare che l'attacco sia partito dai quartieri di Cocody e Plateau, dove c'è la residenza di Gbagbo e il palazzo presidenziale. Il nostro quartiere (Abobo Doumè - Yopougon) è ancora nelle mani dei patrioti e di miliziani non bene identificati", aggiunge il missionario. "Tutt'intorno - continua padre Dozio-  si vedono miliziani armati,  ma che non sembrano appartenere nè all'uno nè all'altro schieramento".

La pace impoverita dall'uranio nei Tomahawk

L'obiettivo dichiarato dell'attacco alla Libia è «proteggere i civili». Ci si attenderebbe, dunque, quantomeno l'uso di armi «pulite», osia prive di «effetti collaterali» a lungo termine. 
Ma soltanto la prima sera di guerra - hanno spiegato gli attaccanti - sono stati sparati 112 missili Tomahawk. Non è un'arma nuova. Anzi, viene usata per la prima volta in Kosovo nel '99 (poi anche in Iraq e Afghanistan). Lo si sa perché sono stati ritrovati i frammenti al suolo, mentre i comandi Nato lo negavano.

Il perché è noto da tempo: il nostro ministero della difesa, per quella guerra, elaborò «un decalogo distribuito a tutti» i soldati italiani, con il seguente ordine: «evitate ogni mezzo o materiale... che possa essere stato colpito da munizioni contenenti uranio impoverito o missili da crociera Tomahawk». Ciò malgrado, parecchi soldati (e soprattutto gli abitanti civili) furono poi vittime di tumori e leucemie.

Italia: produciamo strumenti di guerra di ogni tipologia per il mercato globale

Cannoni, missili, carri armati, fucili, pistole, caccia e bombardieri. Produciamo strumenti di guerra di ogni tipologia per il mercato globale, finanche braccialetti e manette che produco scariche elettriche da 50.000 volt, veri e propri sistemi di tortura per detenuti e migranti. Un business che non conosce crisi e che consente all’industria militare di affermarsi tra le prime cinque produttrici al mondo. Tra il 2008 e il 2009, quando tutti i settori produttivi del made in Italy registravano tassi di crescita negativi, l’export di armamenti è cresciuto del 74%. Un mercato che si caratterizza per essere tre volte criminale e criminogeno. Perché genera morti in ogni angolo della terra, orami quasi sempre e solo vittime civili ed innocenti, donne, bambini. Perché divora enormi risorse economiche-finanziarie e naturali, depauperando il pianeta e condannando inesorabilmente miliardi di persone alla fame e al sottosviluppo. Perché gli immensi profitti si dividono tra una ristretta minoranza di attori, manager, industriali, generali, politici, trafficanti (o più prosaicamente “mediatori”) e l’immancabile corte di faccendieri in odor di mafia.

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