mercoledì 23 febbraio 2011

Dalla Libia al Bahrein: divampa la ribellione, trema l’Italia, tremano gli USA


La ribellione divampa. Continua a divampare. In Nord Africa, dove la sollevazione libica ha cancellato quello “spazio di stabilità” che ancora separava la Tunisia dall’Egitto, e dove alle ricorrenti manifestazioni algerine si sono sommate le crescenti proteste in Marocco. E nel Golfo, dove, mentre lo Yemen continua a bruciare, il Bahrein è improvvisamente precipitato anch’esso nel caos, e focolai di protesta continuano a esplodere perfino in Iran, cercando di ridar vita a quel Movimento Verde che era stato represso dal regime di Teheran nel 2009.
Per decenni è sembrato che la storia si fosse fermata nel mondo arabo, pietrificata sotto le sembianze di regimi autocratici e dittatoriali insediatisi intorno alla metà del secolo scorso e apparentemente rimasti uguali a se stessi per decenni, i quali imponevano il loro dominio su società ingessate e paralizzate dal controllo capillare che veniva esercitato dagli apparati di sicurezza di tali regimi.

Un ironico commento sulle recenti vicissitudini dell’esecutivo di Belgrado

Le lotte interne alla coalizione del governo serbo sono sfociate nelle dimissioni del ministro delle Finanze Mlađan Dinkić. Il governo del premier Cvetković per ora sta in piedi, ma non si sa ancora per quanto. 
Il premier serbo Mirko Cvetković ha recentemente dimissionato il ministro dell’Economia Mlađan Dinkić. Dinkić si è detto sorpreso dalla notizia. Il governo cade. Il governo non cade. Dinkić intanto dà le dimissioni “per rendere a Cvetković il compito meno gravoso” e promette appoggio al governo fino alla fine del mandato. Ma quando sarà, nessuno lo sa.
Così, grosso modo, è apparsa la scena politica serba dal 7 febbraio scorso quando è stata data la notizia dell'allontanamento di Dinkić. Di sicuro non c’è stato nessuno che non sia rimasto sorpreso dalla decisione del premier di destituire il ministro “più pericoloso” e “meno ubbidiente”, a causa del quale sono caduti del resto i due governi precedenti all'attuale.

Italy has the most to lose from a revolution in Libya, because of its business ties with Muammar Gaddafi's government, according to one energy analyst


As military jets pound protesters in the Libyan capital, oil analysts around the world are watching apprehensively from comfortable offices.
"The price for crude oil is up by five dollars per barrel, and most of the press is relating this rise to the tensions that are escalating as we speak," said Stephen Jones, the vice president of market services with Purvin & Gertz, an energy consultancy based in Houston, Texas.
“Unrest in the greater Middle East market-place is becoming a greater concern to global oil markets," Jones told Al Jazeera in a phone interview.
The price of Brent crude hit $105 per barrel on Monday, and pushed as high as $108 in after-hours trading, levels not seen since September 2008.
Libya, Africa's third largest oil producer, pumps out around 1.6 million barrels of oil per day, meeting roughly two per cent of global demand.
Fuelling revolt
Wealth from light sweet crude has allowed Muammar Gaddafi, an autocrat described as a "mercurial and eccentric figure who suffers from severe phobias” by US diplomats in WikiLeaks documents, to hold power for more than 40 years.

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