lunedì 21 febbraio 2011

Roberto Benigni sacrifica la sua travolgente scioltezza istrionica e vena creativa sull'altare dell'Unita' d'Italia

Esibendosi sul palcoscenico del teatro Ariston di Sanremo, un Roberto Benigni sottotono, meno istrionico e brillante del solito, ha celebrato con enfasi ufficiale il 150esimo anniversario dell'unità d'Italia, sudando molto e visibilmente a disagio a causa delle direttive imposte dai vertici Rai che lo hanno bloccato, temendo evidentemente qualche frecciatina maligna scoccata all'indirizzo del sultano nazionale. Ma l'unica battuta di spirito è stata concessa nel momento in cui il giullare toscano ha menzionato un altro celebre Silvio, autore de "Le mie prigioni", alludendo ai guai giudiziari del premier.

Lo sfacelo della scuola tra PON e progetti vari


La scuola pubblica è ormai privata dei beni più preziosi: risorse umane, intellettuali e finanziarie. I fondi economici sono reperibili, ma sono sottratti alle scuole statali e dirottati per sovvenzionare gli istituti privati, depauperando le strutture pubbliche. La scuola è un ambiente esanime, senza vita né cultura, un luogo alienante in cui il piacere della lettura, la passione per l’arte, l’amore per il sapere e il libero pensiero, per la convivenza e la partecipazione democratica, sono diritti negati.  La scuola, sostiene qualcuno, sarebbe un covo di “fannulloni”“pelandroni”,“assenteisti” “disertori”.
La scuola è un’istituzione abbandonata a se stessa, in cui si recita una desolante commedia corale, un teatro permanente in cui si segue un tirocinio che prepara i giovani alla futura commedia sociale della vita piccolo-borghese di cui scriveva Sartre. Ma senza la scuola il destino dei giovani potrebbe essere anche peggiore. Si pensi al sistema statunitense, dove decenni di neoliberismo hanno scardinato ogni elementare diritto, compreso il diritto all’istruzione.

Libia, il serbatoio di petrolio italiano fallirà?

Saif al Islam, il figlio del leader libico Muammar Gheddafi
La Libia è in fiamme. Le proteste, sfociate in disordini a causa della violenta repressione compiuta dalle forze di sicurezza libiche, erano scoppiate a Bengasi, importante città portuale nella Libia orientale. Paradossalmente potrebbe essere stato lo stesso Gheddafi ad accelerare la sua fine ed a mettere a rischio le sorti del regime arrestando alcuni oppositori come misura preventiva per evitare che le forze di opposizione si organizzassero.
La mossa del leader libico era avvenuta alla luce dei venti di ribellione che spiravano dalla Tunisia e dall’Egitto. Nelle settimane passate, Gheddafi aveva espresso il proprio appoggio sia al presidente tunisino Ben Ali che a quello egiziano Hosni Mubarak.

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