mercoledì 21 dicembre 2011

Pearl Harbour, Roosevelt sapeva


Un documento di 20 pagine dei servizi di spionaggio della marina militare americana (ONI) del 3 dicembre 1941, appena declassificato, viene ora pubblicato dallo storico Craig Shirley nel suo recente volume December 1941: 31 Days that Changed America and saved the World.
Settanta anni dopo l'attacco a sorpresa della flotta giapponese contro la base hawaiana di Pearl Habor del 7 dicembre1941, questo documento viene ad aggiungersi ai numerosi altri noti da tempo per dimostrare chiaramente che l'intelligence Usa era ampiamente edotta dei preparativi giapponesi per l'attacco che portò gli Stati Uniti d'America nella Seconda Guerra Mondiale.
Nel documento, gli analisti della US Navy scrivevano espressamente che "il Giappone si sta attivamente servendo di ogni canale utilizzabile per garantirsi informazioni militari, navali e commerciali, concentrando la propria attenzione sulla West Coast, sul Canale di Panama ed sulle isole Hawaii". Aggiunge poi che la marina giapponese stava raccogliendo "dettagliate informazioni tecniche" sulle installazioni militari americane.
Lo storico, non sospetto di simpatie complottiste, essendo un esponente della storiografia conservatrice americana, conclude che erano davvero numerosi i pezzi del puzzle noti all'amministrazione Roosevelt, fornendo in questo modo ulteriori elementi a sostegno della tesi, ormai validamente supportata documentalmente, che i vertici politico-militari Usa fossero al corrente dei preparativi giapponesi e che abbiano preferito sostenere l'attacco a sorpresa nipponico, nella certezza di riuscire solo in questo modo a motivare un Paese maggioritariamente propenso alla neutralità, ad entrare in guerra.
Si tratta di conferme non sorprendenti, considerato che clarissa.it si è da tempo occupata con ampiezza di questo fondamentale aspetto della storia della Seconda Guerra Mondiale, grazie allo studio di Huygens, "L'arte di farsi attaccare " nel quale veniva giustamente valorizzato un documento, sempre proveniente dall'ONI, ad opera del capitano di corvetta Arthur H. McCollum, capo del reparto Estremo Oriente, datato 7 ottobre 1940. In questo ormai celebre "memorandum McCollum", si suggerivano all'amministrazione Roosevelt otto azioni che "miravano ad incitare virtualmente un attacco giapponese nei confronti delle forze armate terrestri, aree e navali americane alle Hawaii, oltre agli avamposti coloniali olandesi nella regione del Pacifico", come ha scritto lo storico americano Robert Stinnet nel suo fondamentale Il Giorno dell'inganno - Pearl Harbor: un disastro da non evitare, (Saggiatore, Milano, 2001).
Si tratta di una questione che tiene ancora impegnata l'opinione pubblica americana, se si pensa che le inchieste sull'attacco a Pearl Harbor sono arrivate quasi fino ai primi anni del nostro secolo ed hanno comportato una lotta senza esclusione di colpi, da parte delle agenzie di spionaggio americano, per tenere quanto più a lungo possibile nascosti documenti fondamentali per la comprensione di quell'evento fondamentale.
La propensione statunitense ad utilizzare sofisticate strategie di provocazione per scuotere un'opinione pubblica di norma assai restia all'impegno bellico, è un tema che ricorre assai frequentemente nella storia dell'imperialismo americano, come dimostrava assai ampiamente Huygens nel suo studio. Un tema che torna di grande attualità, dopo gli eventi dell'11/9 e dell'attacco all'Iraq, proprio in queste settimane, in presenza di una nuova crescente tensione in Medio Oriente intorno ad un possibile conflitto che avrebbe per obiettivo la "normalizzazione" dell'Iran.


di J. Howeis

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