giovedì 8 dicembre 2011

NATO chiamata a fronteggiare nuove sfide


Nell’ambito della ridefinizione del suo ruolo e della sua missione, la NATO è stata chiamata a predisporre nuovi strumenti di interventi per fronteggiare le sfide del mondo globalizzato. Alcune di queste sono note al grande pubblico per via del clamore mediatico che hanno suscitato, altre lo sono meno.

Nel caso della non proliferazione nucleare, sforzi sostanziali potrebbero concretizzarsi nel rendere più efficaci i già esistenti trattati di non proliferazione. Il trattato di non proliferazione (TNP) è il più importante impegno diplomatico in materia.
Incoraggia il disarmo nucleare e promuove la cooperazione per l’impiego pacifico dell’energia nucleare. Il TNP incoraggia in effetti numerosi Stati ad abbandonare le proprie ambizioni relative all’acquisizione di armamento nucleare. Ha reso inoltre anche molto più difficile l’acquisizione di materiali e tecnologie per la costruzione di armi nucleari. L’esistenza di un trattato multilaterale come il TNP è sicuramente molto importante, poiché non sarebbero molti gli stati disposti a voler affrontare i numerosi ostacoli derivanti dall’opposizione della comunità internazionale. In generale, le nazioni si rifiuteranno di partecipare ai trattati tipo il TNP o di non rispettare gli accordi ai quali avevano precedentemente aderito, se dovessero sentirsi minacciati e quindi spinti ad ottenere armi nucleari con le quali garantire la propria sicurezza. Questo è il motivo per il quale nel contesto globale della non proliferazione, le più grosse lacune si concentrano nelle regioni del mondo maggiormente soggette ad instabilità ed insicurezza, ovvero: Medio Oriente e Sud Est Asiatico.
Al momento vi sono numerose nazioni come India, Israele, Nord Corea e Pakistan, che sono in possesso di armi nucleari e che non aderiscono ad alcun trattato di non proliferazione. La NATO non è di certo l’istituzione deputata alla persuasione delle nazioni per l’adesione al TNP. Comunque, allo scopo di aumentare le probabilità che le suddette nazioni ratifichino il TNP e che altre nazioni, attualmente non partecipanti, in futuro aderiscano a questa iniziativa, è necessario mitigare gli effetti della causa principale della proliferazione nucleare, ovvero la profonda insicurezza percepita da quegli stati che sentendosi minacciati ricorrono al potenziale bellico nucleare come deterrente. Questo è con certezza qualcosa che la NATO è in grado di fare, ed è perfettamente in linea con gli obiettivi derivanti dal nuovo ruolo che l’Alleanza ha passo dopo passo assunto nel periodo post Guerra Fredda. La NATO si è infatti preposta di creare stabilità anche al di fuori della propria tradizionale aerea di responsabilità, di avere un ruolo attivo nella gestione delle crisi internazionali, nella risoluzione dei conflitti e nelle operazioni di mantenimento della pace (peacekeeping). Se la NATO sarà in grado di assolvere ai suddetti compiti, sarà indirettamente artefice della non proliferazione nucleare.
Qualcos’altro che la NATO può fare, sempre per quanto riguarda le armi di distruzione di massa, è proteggere i propri stati membri da possibili attacchi. Al summit di Praga del 2002, l’Alleanza decise di impegnarsi attivamente in una trasformazione volta al miglioramento ed allo sviluppo di nuove capacità militari in grado di fronteggiare le nuove minacce ed i nuovi scenari operativi. Singoli membri dell’Alleanza hanno assunto uno specifico impegno politico volto ad incrementare le proprie capacità nel settore della difesa chimica, biologica e radiologica, ed un particolare interesse nello sviluppo di nuove capacità nel settori dell’ ISTAR ( Intelligence, Surveillance, Target Aquisition, Reconnaissance) e della Combat Effectiveness. Da allora le capacità militari e le istituzioni sono state adattate e rimodellate allo scopo di poter fronteggiare la minaccia delle armi di distruzione di massa. Fin dal 2000 è stato istituito un centro per le armi di distruzione di massa presso il quartiere generale della NATO. La NATO ha anche creato un Chemical Biological Radiological Nuclear (CBRN) Battalion, che è stato concepito allo scopo di poter rispondere e gestire le conseguenze di un uso di armi CBRN contro i paesi dell’Alleanza. Il CBRN Battalion è stato successivamente inglobato nella Combined Joint CBRN Task Force. Al di là delle suddette capacità, sono state implementate numerose altre iniziative di difesa contro l’impiego di armi nucleari, batteriologiche e chimiche (NBC) che si sono affiancate al Civil Emergency Planning Action Team, il quale ha sua volta ha il compito di incrementare la capacità di risposta della popolazione civile nel caso di possibili attacchi CBRN.
Negli ultimi anni, la NATO ha esaminato numerose opzioni finalizzate alla risoluzione delle problematiche derivanti dalle minaccia missilistica nei confronto dei propri territori e delle popolazioni degli stati membri. Attualmente, l’Alleanza sta portando avanti tre programmi relativi alla difesa missilistica. In primo luogo, la capacità denominata Theatre Missile Defence (TMD) è stata concepita per proteggere le truppe NATO da missili balistici a corto e medio raggio, e consiste nella capacità di intercettare la minaccia nella fase iniziale di lancio, percorso intermedio e fase finale. In secondo luogo, è in fase di studio la già citata capacità di difesa missilistica che dovrà difendere i territori europei da attacchi nucleari da paesi come l’Iran. La realizzazione di quest’ultimo progetto è stata oggetto di numerosi dibattiti tra USA e Russia, ed è oggi legata a quelli che saranno gli sviluppi dei compromessi e delle negoziazioni sulle quali la NATO e la Russia dovranno lavorare per arrivare ad una soluzione condivisa.
Per quanto riguarda il terrorismo cibernetico, la NATO vede la Cyber Defence come una parte integrante delle funzioni dell’Alleanza, vista la necessità di difendere i propri sistemi informatici. Sebbene la NATO non sia responsabile della protezione dei sistemi informatici nazionali, può comunque prestare assistenza in questo settore ai membri dell’Alleanza. Dopo l’attacco cibernetico avvenuto in Estonia nella primavera del 2007, il governo Estone richiese l’aiuto della NATO.
Questo evidenzia quanto sia importante approfondire questa problematica. La NATO ha in effetti incrementato le proprie capacità di risposta contro l’intrusione e la distruzione dei propri sistemi informatici e di comando e controllo. Recentemente, l’Alleanza ha approvato una propria politica relativamente alla Cyber Defence, che è finalizzata ad assicurare un approccio e procedure comuni per la componente militare e civile dell’Alleanza nel fronteggiare un’aggressione cibernetica. La NATO fornisce inoltre agli Stati membri raccomandazioni per la protezione dei propri sistemi di comunicazione ed informatici, incrementando al tempo stesso la cooperazione in questo specifico settore partner esterni all’Alleanza.
Infine, la minaccia dei mutamenti climatici sta divenendo sempre più pressante. Ovviamente, la NATO non è il genere di istituzione in grado di ridurre questa minaccia o che può prevenire un escalation di questa minaccia. Comunque, la NATO può giocare un ruolo nell’alleviare conseguenze dirette o indirette derivanti dai cambiamenti climatici: disastri naturali, il rischio di failed-states, il verificarsi di resource wars ed i flussi di migrazioni di massa. Ad esempio, consulenti militari NATO furono inviati in Darfur nel 2005 e nel 2006 per fornire supporto alle truppe di peacekeeping dell’Unione Africana, fornendo inoltre capacità di aviotrasporto per facilitare la mobilitazione degli aiuti umanitari. Oggi con l’alta prontezza operativa garantita dalla NATO Response Force (NRF), l’Alleanza può garantire una maggiore capacità di gestione dei disastri naturali, ponendosi come valida alternativa nell’ambito delle Disaster Relief, evacuation e civilian assistance operations. L’NRF è stata a tale proposito utilizzata la prima volta negli Stati Uniti in occasione dell’Uragano “Katrina”.

di Olesea Cazimir
Fonte: geopolitica.info

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