giovedì 8 dicembre 2011

L'Urss light di Putin


L'8 dicembre del 1991 veniva sancita la dissoluzione dell'Unione Sovietica. Oggi, a due decenni dal suo crollo, la nuova Unione proposta da Vladimir Putin può diventare il vettore per il futuro avvicinamento tra Europa e spazio postsovietico. Il suo prossimo mandato sarà decisivo.

(Carta di Laura Canali tratta da Limes 6/2007 "Il clima dell'energia" - Clicca sulla carta per ingrandirla)

La dissoluzione dell’Unione Sovietica fu sancita in una dacia a Viskuli, nella foresta di Belavezha in Bielorussia, l‘8 dicembre del 1991. Nella riunione a cui parteciparono i presidenti di Russia, Bielorussia e Ucraina furono fatti scorrere fiumi di vodka. Non si sa ancora bene se per festeggiare o per intorpidire nell’alcool quella che poi Vladimir Putin avrebbe definito come “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”.


Fatto sta che Boris Eltsin, Stanislav Shushkevich e Leonid Kravchuk decisero di mettere la parola fine all’esperimento comunista. La bandiera rossa con falce e martello fu ammainata dal Cremlino il 26 dicembre, dopo che gli accordi bielorussi furono ratificati il 21 ad Alma Ata, allora capitale della repubblica sovietica del Kazakistan, dalle altre repubbliche che nel corso dei mesi precedenti avevano dichiarato già la loro indipendenza da Mosca.

A vent’anni dalla notte dei forti spiriti, Vladimir Vladimirovic ha proposto nel 2011 la sua versione di “Urss light”, l’Unione Euroasiatica che ha ricevuto sino ad ora le adesioni di Bielorussia e Kazakistan, in attesa di quelle scontate di Kirghizistan e Tagikistan, gli anelli più deboli della catena centroasiatica.

Nicchia ancora l’Ucraina di Victor Yanukovich, impegnata a dover scegliere tra una cooperazione più stretta con Mosca e un avvicinamento a Bruxelles. Kiev è incagliatatra il caso di Yulia Tymoshenko e l’eterna questione del gas. Le altre due repubbliche dell’Asia centrale, Turkmenistan e Uzbekistan, sono ancora troppo impegnate a far regnare l’ordine interno, e il posizionamento sulla scacchiera internazionale passa in secondo piano.

Gli ultimi due decenni sono stati per Ashgabat e Tashkent all’insegna dell’immobilismo e della ricerca di un equilibrio tra le pressioni russe e statunitensi. Per ora non sembra che né Gurbanguly Berdymukhammedov né Islam Karimov si vogliano accodare al progetto del Cremlino. Mentre il Turkmenistan continua la sua politica multivettoriale in solitudine, l’Uzbekistan è comunque membro della Sco,l’organizzazione di Shangai trainata da Mosca e Pechino che si pone come alleanza un po’ ibrida in chiave antiamericana.

Non è però ben chiaro come la Sco potrà in futuro muoversi con due baricentri in concorrenza. Ecco dunque che l’Unione Euroasiatica, a vent’anni dal crollo dell’Urss sembra davvero un modello capace di svilupparsi sia a livello economico che politico sul solido asse Mosca-Astana (l’aggancio di Minsk è importante per la cosmesi e la psicologia, non per la sostanza; per Kiev il discorso è diverso).

I prossimi sei anni con Putin al Cremlino saranno decisivi per capire non solo che strada prenderà la Russia sul versante interno, ma per vedere se questo nuovo attore sarà in grado di reggere l’avanzata del drago cinese. Un futuro spazio economico “da Lisbona a Vladivostok”, seguendo le parole del primo ministro e futuro presidente russo, cioè una più stretta cooperazione tra Unione Europea e spazio ex sovietico, potrebbe risultare decisivo per evitare che l’area collassi su se stessa. Ma la miopia congenita che regna a Bruxelles come a Mosca fa sì che i problemi all’ordine del giorno siano altri.

di Stefano Grazioli
Fonte: liMes

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