giovedì 8 dicembre 2011

Il Vaticano e l’Ici, troppo comodo, don



I vescovi bacchettano i bottegai che non pagano le imposte. Ma poi non guardano in casa loro. Dove l’elusione dell’Ici sugli immobili usati per le attivita commerciali è stimata in almeno 700 milioni. Grazie a una legge davvero balorda. Voluta dal centro-sinistra. E finita nel mirino delle autorita di Bruxelles. Un estratto da "I senza Dio. L'inchiesta sul Vaticano" di Stefano Livadiotti (Bompiani).



La partita intorno al pagamento dell’Ici si gioca da quasi vent’anni. E tanto accanimento ha una spiegazione semplice: secondo i calcoli molto prudenziali messi a punto dai comuni, la posta in palio (cioe i quattrini che gli enti ecclesiastici risparmiano eludendo l’imposta) vale 700 milioni l’anno. 

Tutto è iniziato nel 1992, quando il Parlamento ha messo la propria firma sotto la legge istitutiva dell’imposta comunale sugli immobili. Una norma che non riguarda gli edifici destinati ad attività legate al culto; a differenza di quanto vorrebbero far credere piagnucolando i vescovi italiani, infatti, neanche i mangiapreti più incalliti si sono mai sognati di far pagare tasse sulle chiese, mettendo tra l’altro in discussione gli accordi tra Stato e Vaticano. 

A essere interessati sono solo gli edifici adibiti ad attività come quelle turistiche, assistenziali, didattiche, sportive e sanitarie, svolte spesso in concorrenza con azienda private che al fisco non possono opporre scudi di sorta. In ogni caso, i municipi e gli enti ecclesiastici hanno cominciato fin da subito ad accapigliarsi, con i primi che accusavano i secondi di interpretare a loro piacimento l’Ici, per evitare di pagarla. Nel 2004, per dividere i contendenti è dovuta scendere in campo addirittura la Corte di cassazione, che ha dato ragione ai sindaci e condannato le migliaia di sigle-satellite del Vaticano a pagare pure gli interessi. 

Ma la débâcle della Chiesa è durata poco: già l’anno successivo, il governo di Berlusconi e del suo braccio destro Gianni Letta (che è pur sempre Gentiluomo del papa, famiglia per la verità un po’ in ribasso dopo le vicissitudini di Angelo Balducci e della cricca Grandi Eventi) ha dato un’interpretazione autentica della norma. Nel senso, provate a indovinare, che ha legalizzato l’esenzione della Chiesa. Almeno fino all’anno successivo, quando a metter becco nella vicenda si sono cimentati il nuovo governo di Prodi e il suo ministro per lo Sviluppo, Bersani. Tirati da una parte da Fausto Bertinotti e compagni e dall’altra dai baciapile di sinistra, i due, per sottrarsi alla morsa, hanno avuto un’autentica alzata d’ingegno, stabilendo nel decreto (all’articolo 39, comma 2-bis) l’esenzione per gli immobili destinati ad attività “non esclusivamente commerciali”. 

Una formula così balzana da aver tratto in inganno, almeno sulle prime, perfino alcuni dei parlamentari impegnati nella sua discussione, a partire dal relatore di maggioranza, il senatore dei Verdi Natale Ripamonti. Anche perché in un documento presentato nel 2006 dallo scaltro Bersani a palazzo Madama, gli effetti del provvedimento venivano descritti in maniera un po’ diversa: “L’articolo 39 ripristina il pagamento dell’Ici per gli enti ecclesiastici e le Onlus relativamente agli immobili in cui vengono svolte attività esclusivamente commerciali. La stima prudenziale è di 100 milioni di euro.” Una furbata. Alla quale Ripamonti, capita l’antifona, ha cercato di ovviare con un emendamento, caduto però davanti alla fiducia prontamente chiesta dal governo per rendere il tutto intoccabile. 

Né ha incontrato miglior sorte il tentativo di rimettere le cose a posto dell’infaticabile Turco che, se l’inferno esiste davvero, se lo merita tutto: il suo successivo emendamento ha racimolato 29 “sì” ed è stato poi sommerso da una valanga di 435 “no”. Così, la bersanata si è salvata. Quando l’hanno letta nero su bianco, i giuristi, che pure alle soluzioni all’italiana sono ormai abituati, hanno strabuzzato gli occhi, facendo presente che l’innovativo concetto risultava del tutto sconosciuto alla giurisprudenza. E che l’invenzione, non proprio degna di un Nobel, avrebbe ulteriormente ingarbugliato la vicenda. Una cosa della quale non si sentiva alcun bisogno e che si è subito verificata, come avrebbe potuto facilmente pronosticare anche uno studente di diritto alle prime armi. Con il mostriciattolo partorito da Prodi, infatti, qualunque gestore di ostello sia in grado di ricavare una cappella da uno sgabuzzino in disuso può sostenere di non limitarsi a offrire ai suoi clienti un semplice ricovero per la notte. Ed evitare così di versare l’odiato balzello. A quel punto, e su iniziativa tanto per cambiare dei radicali, che saranno pure un po’ monomaniaci ma almeno non difettano di tenacia, la pratica ha traslocato nei severi uffici della Ue. 

Gli uomini di Bruxelles hanno spiegato di voler indagare se, dietro alla pasticciata formulazione, non fossero nascosti aiuti di Stato, vietati dalla normativa comunitaria. Prodi, che al profumo d’incenso diventa ancor più tremebondo del consueto, si è subito allarmato. E, per non sbagliare, lesto come un gatto ha passato la palla al suo ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa. Questi, anziché alzare il telefono e chiedere lumi a Bersani, ha scelto a sua volta di liberarsi della grana, calciandola il più lontano possibile. E non ha trovato di meglio che insediare in via XX Settembre una bella commissione di esperti. Con un incarico, per una volta, preciso: capire dove diavolo andasse a parare il decreto-Bersani. Un compito, questo va senz’altro riconosciuto, da far tremare le vene ai polsi. E infatti gli esperti, proprio in quanto tali, fiutata al volo la trappola, hanno deciso di sottrarsi, trovando un nascondiglio che a tutt’oggi nessuno ha mai individuato. 

Sulle prime, l’intervento degli eurocrati ha messo in subbuglio anche i sacri palazzi. Poi, però, i tecnici di Bruxelles hanno preso carta e penna e spedito a Roma una bella lettera, piena di timbri e numeri di protocollo, con la quale chiedevano addirittura di sapere “la lista degli immobili della Santa Sede, l’indicazione del loro valore catastale, nonché dell’Ici che sarebbe annualmente dovuta per l’utilizzo di tali beni in assenza dell’esenzione”. Poveri ingenui. La missiva è arrivata in qualche modo alla segreteria di Stato. Mettendo di buon umore i papaveri del Vaticano, che, essendo a tratti anche spiritosi, l’hanno trovata irresistibilmente comica. Così, hanno cominciato a ridere di gusto dandosi di gomito. E non hanno più smesso. 

Un ottimismo, quello dei sacri palazzi, più che fondato. Almeno in prima battuta. Pur avendo costretto la Spagna ad abolire l’esenzione dall’Iva per la Chiesa, infatti, Bruxelles ha archiviato per due volte consecutive il dossier italiano. Salvo riaprirlo in fretta e furia quando gli autori della denuncia, stanchi dell’infinito traccheggiamento, hanno chiamato in causa la Corte di giustizia. Così oggi l’argomento è di nuovo all’ordine del giorno. Intanto il pacchetto si è pure allargato, raggiungendo un valore dell’ordine di due miliardi l’anno. 

Oltre alla faccenda dell’Ici, nel mirino (si fa per dire) della commissione ci sono altri due tra i tanti trattamenti di favore accumulati negli anni dalla Chiesa. Il primo è lo sconto del 50 per cento sull’Ires (l’imposta sul reddito delle società, che nel 2003 ha sostituito l’Irpeg) per gli enti che operano nella sanità e nell’istruzione (circa 500 milioni l’anno). Il secondo è l’articolo 149 del Testo unico delle imposte sui redditi che, in base a una logica stringente, conferisce a vita agli enti ecclesiastici la qualifica (e i relativi benefici fiscali) di enti non commerciali, indipendentemente dalla loro reale attività. Cioè, “a prescindere”, per dirla con Totò. 

Davanti al montare delle polemiche, oggi la Santa Casta nega addirittura l’evidenza. Fa finta di niente. Per lei si sta parlando del nulla. La classica tempesta in un bicchier d’acqua. “La Chiesa paga l’Ici su tutti gli immobili di sua proprietà che danno reddito,” ha puntigliosamente ribadito, sabato 27 agosto 2011, il solerte quotidiano dei vescovi, “Avvenire”, cui è andato inopinatamente in soccorso il giovane numero uno del Pdl, Alfano. Entrambi clamorosamente sbugiardati, una manciata di giorni dopo, da “l’Espresso” (a scanso di equivoci, meglio chiarire subito: autore dell’articolo in questione è chi scrive), che è andato a scovare dieci casi di contenzioso sull’Ici tra il comune di Roma e altrettanti enti ecclesiastici. Come, per esempio, quello da 60 mila euro l’anno che vede il Campidoglio opposto alla Provincia religiosa dei S.S. Apostoli Pietro e Paolo dell’opera di Don Orione. 

Ha scritto il settimanale di largo Fochetti: “Nella capitale l’ente risulta proprietario, nella lussuosa via della Camilluccia, di un gigantesco complesso accatastato come b/1 (la sigla che all’anagrafe del mattone identifica collegi, convitti, educandati, ricoveri, orfanotrofi, ospizi, conventi, seminari e caserme), dove si svolgono attività religiose ma sono stati anche ricavati una casa per ferie, un centro sportivo e una struttura di riabilitazione a pagamento. Il municipio, attraverso la controllata Aequitalia, ha fatto le sue verifiche e pretende il pagamento dell’Ici, dalla quale i religiosi ritengono invece di essere esenti a termini di legge. Così, si è arrivati alle carte da bollo.” 

I religiosi del Don Orione sono in buona compagnia. In base ai tabulati, gli accertamenti (cioè le richieste di pagamento per Ici non versata inoltrate al Campidoglio) avrebbero raggiunto, tra gli altri, anche la Congregazione delle mantellate serve di Maria (si è opposta alla pretesa di 45 mila euro, ma ha perso), la Chiesa evangelica metodista d’Italia (ha presentato un ricorso accolto solo a metà: restano in ballo 24 mila euro), la Società San Paolo (40 mila euro l’anno), la procura generale dell’Istituto delle suore di carità di Namur (90 mila euro; posizione apparentemente regolarizzata dal 2010), l’Istituto ancelle riparatrici del S.S. Cuore di Gesù (3 mila euro, peraltro pagati). E ancora: la Casa delle religiose figlie di Nostra signora del S. Cuore d’Issoudun (70 mila euro), la Provincia d’Italia fratelli maristi delle scuole (100 mila euro), la Provincia italiana suore mercedarie (120 mila euro) e le Comunità cistercensi trappisti Tre Fontane (100 mila euro). 

L’“Espresso”, ripreso nei giorni successivi dal quotidiano confindustriale “Il Sole 24 Ore”, ha pubblicato due documenti ufficiali e inediti che raccontano quanto valga nella capitale, almeno secondo le valutazioni dei tecnici e come ordine di grandezza, l’evasione dell’Ici da parte della Chiesa e dei suoi enti-satellite. Il primo, del segretariato generale del Comune, è datato 17 marzo 2009 e protocollato con la sigla “Rc 3825”. Si tratta della risposta del sindaco a un’interrogazione sul mancato incasso dell’imposta sugli immobili nel 2006. Si legge nel testo: “Le stime indicano in circa 25,5 milioni la perdita di gettito parziale per l’Ici ordinaria. Va aggiunto il minor introito per arretrati, stimato in circa 8 milioni al momento dell’introduzione della nuova normativa.” Il secondo, sempre firmato da Gianni Alemanno, è invece del marzo 2011. E dice: “I competenti uffici dell’amministrazione capitolina hanno effettuato una ricognizione, a decorrere dal periodo di imposta 2005, delle attività svolte dagli enti ecclesiastici. Tale attività di accertamento e controllo ha consentito un recupero dell’imposta pari a euro 9.338.143,82 (comprensivi di interessi e sanzioni). Per quanto riguarda il corrente anno, sono in fase di predisposizione atti di recupero per un importo complessivo pari a circa 1,5 milioni di euro.” 

I complotti anticlericali evocati un giorno sì e l’altro pure da vescovi e compagnia cantando non c’entrano dunque un accidenti. Si tratta invece di (tentata, almeno) evasione pura e semplice. Che, ancorché messa in atto da enti religiosi, in nulla e per nulla si differenzia da quella dei bottegai, oggetto, loro sì, degli strali di Bagnasco & C. Lo dimostrano ampiamente i dati del settimanale di largo Fochetti. Dove si sono anche presi la briga di ricordare la risposta a un lettore fornita solo pochi giorni prima dal direttore di “Famiglia Cristiana”, settimanale edito da quella stessa Società San Paolo che figura nell’elenco degli enti in contenzioso con il Comune. “Non si può andare a messa e, al tempo stesso, sottrarsi al proprio tributo per il bene comune,” aveva scritto don Antonio Sciortino all’inizio di agosto. “Si vede che non vale per chi, invece, la messa la dice,” ha chiosato “l’Espresso”. Attirandosi così gli strali dei vescovi, che, mentre la Società San Paolo confezionava una smentita che non ha smentito un tubo, hanno ritenuto di poter chiudere la faccenda parlando di “inchiesta di pastafrolla”. Insulti contro documenti, insomma. Parole contro numeri. Troppo comodo, don.


di Stefano Livadiotti
Fonte: MicroMega

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