mercoledì 28 dicembre 2011

Il petrolio saudita sarà la causa della terza guerra mondiale?


Voglio dichiarare guerra alla Cina”, ha detto il promettente candidato alle presidenziali Rick Santorum nel corso di un recente dibattito del Partito Repubblicano, mostrando una cavernosa mancanza di un qualsiasi buonsenso che è diventata il suo segno distintivo. Tuttavia, Santorum stava probabilmente parlando a nome di molti americani che temono che la Cina presto potrebbe superare gli Stati Uniti nel ruolo di prima potenza mondiale.

Per contro, molti di quegli stessi Americani pensano forse all’Arabia Saudita, i cui prìncipi riconoscenti sembrano sempre essere sul punto di pompare più greggio nei mercati mondiali per moderare i picchi del prezzo del petrolio, come farebbe il migliore amico dell’automobilista americano.


Ma che succederebbe se le cose cambiassero e il Regno diventasse il flagello degli Americani infedeli, mentre la Repubblica Popolare si trasformasse nel nostro più grande alleato? Queste sono le premesse geopolitiche del nuovo thriller sul picco del petrolio di R. Michael Conley, Lethal Trajectories.
Orgoglio e pregiudizioOgni thriller ha bisogno del cattivo e Conley ci regala Mustafà, un principe saudita simile a Bin Laden che si propone di intraprendere la jihad a Riad dall’interno delle più alte sfere della società saudita.
Conley – da non confondere con Michael Connelly che ha scritto The Lincoln Lawyer – dota Mustafà di una tale consistenza da elevarlo al di sopra di un perfido semplice e melodrammatico. Con “la mascella quadrata assomiglia a un giovane Omar Sharif e [Mustafà] odia il modo peccaminoso con cui l’economia guidata dal petrolio a poco a poco allontanato la società islamica dalla retta via”.
Per riportare il regno alla religione di un tempo, il pio principe recluta un gruppo segreto di golpisti, tra cui un mullah estremista e una banda di ufficiali militari, per rovesciare i propri consanguinei della decadente Casa di Saud, cacciare tutti gli Occidentali e quindi dichiarare una jihad globale utilizzando il petrolio saudita come ultima arma di ricatto politico.
I cospiratori aspettano il loro momento fino a quando gli Stati Uniti non vengono distratti da uno scontro tra Cina e Giappone riguardo una piattaforma petrolifera contestata nel Mar Cinese Orientale. Mentre le navi statunitensi si dirigono verso il Pacifico e la Casa Bianca è bloccata nel tentativo di calmare gli agitatori di Pechino e Tokyo, Mustafà coglie l’opportunità di colpire Riad.
Il risultato, come Conley dice, è una “tempesta perfetta” di crisi geopolitiche che manda al collasso la già agonizzante economia mondiale del 2017. Una volta stabilitisi nel palazzo a Riad, i cospiratori vittoriosi, sotto il comando del nuovo re Mustafà, richiamano tutte le petroliere saudite in porto. Poi annunciano un embargo globale immediato e iniziano a fare pressioni affinché i loro piccoli, inermi vicini di casa si uniscano loro, bloccando di fatto la maggior parte del petrolio OPEC per costringere le altre nazioni ad accettare una serie di dure richieste, tra le quali l’isolamento di Israele.
E, come se non bastasse, la tempesta aumenta di intensità. Il Presidente degli Stati Uniti sta morendo di cancro, mentre la crisi del Pacifico resta su livelli alti, l’economia nazionale inizia a collassare, i prezzi del gas arrivano a 10 dollari al gallone e l’ala destra politica e i vari esperti chiedono la testa del presidente morente e del suo successore. Persino i climatologi non possono evitare di gettare benzina sul fuoco, avvertendo che il mondo ha infine raggiunto il punto di non ritorno verso l’anarchia atmosferica.
Ragione e sentimentoQuest’ultimo tipo di persone ci porta all’altro importante cattivo del romanzo, il magniloquente esperto televisivo Wellington Crane (chiaramente modellato su Rush Limbaugh), che vede come il gradimento radiofonico diventa oro nel periodo di profondo stress della nazione. Mentre colpisce la Casa Bianca per la sua linea morbida sia contro i comunisti che la jihad islamica, la sua popolarità decolla. Ma la sua stessa arroganza lo spinge troppo oltre.
Una delle mie scene preferite è quando l’ultra fiducioso Crane discute con il vicepresidente Clayton McCarty in un dibattito finanziario in televisione. McCarty se ne intende di energia e di ambiente, mostra una passione per la scienza climatica paragonabile ad Al Gore e un buonsenso sul picco del petrolio pari al deputato repubblicano Roscoe Bartlett. È soddisfacente vedere McCarty trionfare sull’antipatico e male informato Crane, che chiaramente segue la scuola di Daniel Yergin, ovvero che il picco del petrolio è molti anni di là a venire.
Sì, è poco realistico pensare che un vice-presidente degli Stati Uniti possa mai essere così sensibile e ben informato riguardo al picco del petrolio. Ma non si può biasimare un uomo per voler sognare.
Crane sciorina una teoria dietro l’altra su come i combustibili fossili non convenzionali possano produrre abbondanza di petrolio: i giacimenti di scisto nelle Montagne Rocciose, l’Arctic National Wildlife Refuge in Alaska, il petrolio nelle acque profonde nel Golfo, eccetera. Quindi, McCarty le confuta tutte, non per ragioni ambientali ma economiche. Ciò permette al vicepresidente di dare una spiegazione magnificamente esaustiva del perché l’attuale situazione del picco del petrolio sia peggiore di quanto possiamo immaginare, se a questa si aggiunge il problema del picco della produzione.
Cosa sto suggerendo? Solo questo – a differenza del concetto geologico di picco del petrolio, il picco di produzione riflette limitazioni sia geologiche che post-estrazione, come le condizioni del mercato, i costi di produzione, le considerazioni geopolitiche, la disponibilità degli impianti e delle attività di perforazione in acque profonde, le sfide tecnologiche e simili. Quando si perfora, attraverso diecimila piedi di acqua, per ventimila piedi sotto il pavimento oceanico in cerca di petrolio, il costo della perforazione, dell’estrazione e della lavorazione alla fine supera il valore commerciale del petrolio. […] Il picco di produzione è come dire “Potrei anche trovare nuovo petrolio a venti dollari al gallone, ma chi lo comprerà?”
PersuasioneIn definitiva, l’esito della storia verte su una domanda: cosa succederà con la Cina, che rimane il maggior partner commerciale degli USA nonostante una nascente guerra fredda tra le due potenze.
Conley, che ha prestato servizio come tecnico delle comunicazioni nella Marina, conosce la sua geopolitica bene come il suo armamentario, esperienza che dimostra in quaranta pagine di appunti piazzati discretamente alla fine del libro. Eppure, per essere un deciso militare, che ha anche lavorato nel campo delle assicurazioni, Conley mostra un cuore tenero.
Alcune delle scene più coinvolgenti del libro hanno luogo nella città di Mankato, nella depressa Rust Belt, nello stato nativo di Conley, il Minnesota, dove il ministero del pastore Veronica Larson, “Life Challenges”, presta soccorso alle persone messe male finanziariamente nell’ottica di un circolo di resilienza, con appoggio fornito ai disoccupati e la condivisione dei mezzi per coloro che ancora fanno i pendolari, ma che non possono affrontare il costo del carburante delle proprie auto.
So che Conley è un vecchio sentimentale, perché alla fine quelli che cooperano con alleati improbabili vincono su quelli che competono semplicemente per i propri interessi. E questo è un messaggio che non troverete in ogni thriller politico. O in nessun romanzo sul picco del petrolio, molti dei quali tendono a un’apocalisse intensamente individualistica dove le comunità si sgretolano rapidamente e la sopravvivenza proviene dalla canna di un fucile.
Chiamatelo ingenuo, ma Conley pensa che la civiltà industrializzata sia in grado di salvarsi dal collasso programmato del petrolio se i cittadini, insieme con i dirigenti mondiali, smettessero di pensare con il portafogli e iniziassero a farlo con il cuore.
I cittadini potrebbero già essere pronti. Ma, anche se il movimento Occupy ci ha permesso di metterlo in luce, i nostri leader sono ancora ben finanziati dalle multinazionali. Così, dato per certo il potere dei plutocrati, prima che possiamo mai eleggere un vicepresidente McCarty disposto a traghettare l’America oltre il petrolio, dobbiamo prima far sloggiare Exxon Mobil e la Camera di Commercio da Washington.
Un grande compito, forse impossibile in questa fase. Ma a meno che non vogliate alzare le mani per la disperazione, un buon inizio potrebbe essere smettere di ascoltare persone come Rick Santorum, di promuovere entusiasticamente i propri spaventosi interessi e di mercanteggiare la guerra e iniziare ad ascoltare più da vicino persone come Comley. Cosa succederebbe se i nostri più grandi rivali diventassero i nostri migliori amici e le nostre più grandi sfide diventassero le opportunità che ci riscattano?


di ERIK CURREN

Fonte: How Saudi oil could start World War III
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ALESSANDRA BALDELLI

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