sabato 31 dicembre 2011

Dopo le elezioni al Cremlino arrivano i primi traslochi


Come previsto, dopo le elezioni legislative del 4 dicembre e in vista di quelle presidenziali del 4 marzo sono arrivati i primi spostamenti di pedine sulla scacchiera tra Cremlino e Casa Bianca. Da un lato lo scontato ritorno di Vladimir Putin alla presidenza e dall’altro il risultato scadente per Russia unita, il partito del potere alla Duma, hanno condotto ai primi traslochi. Il primo ministro, in procinto di rioccupare le stanze del Cremlino che il delfino Dmitrij Medvedev ha scelto di lasciar libere, ha già avviato il suo personale spoil system partendo forse dall’alfiere più importante.

Vladislav Surkov, l’ideologo del Cremlino e inventore della «democrazia sovrana» che è alla base del potere di Putin, è stato trasferito al governo, con il ruolo di vicepremier. Un passaggio a una posizione non molto ben definita (dovrebbe occuparsi dei processi di modernizzazione) che ha fatto sorgere qualche dubbio di interpretazione anche tra i più acuti osservatori. Surkov è stato infatti per 12 anni il vicecapo dell’amministrazione presidenziale, la macchina da guerra che sta alle spalle del capo dello Stato, il vero apparato del comando. Il 15 dicembre era diventato il numero uno, sostituendo Sergei Naryshkin, passato a presiedere la Duma. Ora il nuovo cambiamento.

Dall’amministrazione ha sorvegliato per conto di Putin i suoi capi, da Alexander Voloshin (l’ultimo esponente del clan di Boris Eltsin a far le valigie nel 2003) allo stesso Medvedev, da Sergei Sobyanin (ora sindaco di Mosca) e Naryshkin. Il compito di Surkov è ora, probabilmente, quello di guardare da vicino il nuovo premier che da marzo deve prendere il posto di Putin. Medvedev o forse un altro (si fa il nome di Igor Shuvalov), visto che il rimpasto governativo potrebbe arrivare sino al piano più alto seguendo altre varianti che non quelle dell’accordo che ha fatto indignare così tanto i russi.
Per alcuni analisti il passaggio di Surkov sarebbe invece una sorta di punizione per alcune recenti critiche verso il sistema e una concessione alla piazza in subbuglio. Al posto di Surkov nel ruolo di capo dell’amministrazione presidenziale è stato piazzato Sergei Ivanov, tra l’altro ex ministro della Difesa ed esponente dell’ala conservatrice putiniana. Il primo arrocco è avvenuto e altre mosse sono destinate ad arrivare prima delle idi marzo.
Dietro le mosse di Putin non ci sono le proteste di Mosca, che hanno avuto in realtà un ruolo minimale nei giochi di palazzo e la pressione dell’opinione pubblica non è un fattore che di solito impressiona chi siede al Cremlino. Lo stesso Putin ha confermato dopo la grande manifestazione nella capitale di sabato 24 dicembre che non è in programma la ripetizione del voto per il parlamento e ha detto in sostanza di infischiarsene dell’opposizione: «Il problema è che non hanno un programma unico. Hanno molti programmi individuali, ma nessuna indicazione su come raggiungere i loro obiettivi e non ci sono persone in grado di fare qualcosa di concreto».
Il premier non teme insomma le elezioni di marzo, sicuro che il sistema lo sostenga e che gli avversari non possano di certo impensierirlo, anche se non vuole ripetere gli errori del recente passato e per questo ha sottolineato che è necessario «fare tutto affinché le elezioni presidenziali siano trasparenti e oneste».
In attesa di assicurare la trasparenza elettorale, a poco più di due mesi all’appuntamento con le urne, la realtà è che non si vedono alternative all’orizzonte e anche il blogger Alexei Navalny si è messo il cuore in pace, affermando alla stazione radio Echo Moskvy che non questa volta non ha intenzione di candidarsi. Il giovane 35enne diventato improvvisamente la nuova bandiera antiputiniana, soprattutto per i media occidentali che sorvolano volentieri sul suo passato nazionalista e la sua vicinanza a movimenti radicali di destra, esaltando invece la sua vocazione di avvocato anticorruzione, è per forza fuori corsa solo per il fatto che i tempi tecnici per presentare la candidatura sono scaduti. Navalny ha annunciato però di voler ritornare in piazza a febbraio per far sentire la propria voce e di quella di tutti gli altri indignati. Ma intanto l’opposizione, vera e finta, è destinata ad andare un po’ in letargo, complici le feste e l’inizio dell’anno che in Russia si trascorre solitamente lontano dai problemi politici.
Tutto insomma sembra ancora fare il gioco di Putin, che ha tutt’altre preoccupazioni che quella di stare a sentire le voci della piazza, soprattutto se sono quelle a lui ben conosciute di Mikhail Prokhorov, Alexei Kudrin o di Xenia Sobchak, una specie di Paris Hilton in versione russa, figlia del defunto sindaco di San Pietroburgo Anatoly Sobchak, mentore di Putin.
 di Stefano Grazioli

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