martedì 18 ottobre 2011

Roma 15 ottobre 2011, l'errore di Maroni e quelli degli altri


Chi ha organizzato il corteo ha fatto molto male a lasciare autonomia a ogni gruppo, senza un controllo complessivo. Ma Maroni ha commesso un errore gravissimo: arroccare le forze dell'ordine a difesa dei palazzi del potere lasciando che si devastasse il resto della città. Parla Donatella Della Porta, la maggiore studiosa italiana di proteste di piazza.


L'equazione «Genova 2011 come Roma 2011» porterebbe a risultati sbagliati. Per capire quello che è successo sabato pomeriggio nella Capitale, non si devono evocare i fantasmi degli scontri al G8 di dieci anni fa. Ma gli errori sono stati tanti. Primo frea tutti quello di schierare il grosso delle forze dell'ordine a difesa dei palazzi del potere (da piazza Venezia in su) lasciando che la guerriglia si scatenasse altrove.

Donatella Della Porta, sociologa, docente all'Istituto Universitario Europeo, è considerata la più autorevole esperta in tema di dinamiche e controllo della protesta di piazza. Dieci anni fa, con la sua relazione ha messo a nudo errori e le scelte sbagliate compiute dalle forze dell'ordine nei giorni infuocati di Genova. Nel frattempo ha scritto diversi libri sul tema, come 'La protesta e il controllo. Movimenti e forze dell'ordine nell'era della globalizzazione' (Terre di mezzo 20049).




La battaglia che messo in ginocchio la Capitale è ancora troppo recente per essere analizzata con altrettanta precisione, ma ancora una volta il sistema italiano di protezione e controllo del territorio è andato in crisi. «La mia impressione è che si tratti di manifestazioni difficili da controllare proprio per le nuove caratteristiche che presentano», dice Della Porta. «Parliamo di tantissimi gruppi non organizzati che condividono lo stesso percorso, anche in senso politico. Sono nella stragrande maggioranza pacifici, ma la loro natura spontanea svela uno dei principali punti deboli: non esiste alcun sistema di controllo, non hanno un servizio d'ordine per la difesa del corteo dalla infiltrazioni di quei pochissimi soggetti che cercano lo scontro violento.

Per i gruppi non violenti esiste un modello a cui ispirarsi?
«In Italia c'è una grande tradizione nello "stare in piazza". Un servizio d'ordine è necessario: negli anni Sessanta e Settanta i grandi partiti democratici, primo fra tutti il Pci, avevano un sistema complesso che consentiva il controllo dei cortei e la risoluzione dei conflitti, lasciando ai margini chi tentava le provocazioni e cercava la violenza. Se analizziamo quello che è successo sabato, vediamo bene che il corteo ha tentato di espellere i violenti. Ma alzare le mani e fischiare contro non è bastato e non basterà».

Se parliamo degli anni Settanta, c'è chi ha visto nella rabbia dei black bloc i prodromi di una nuova stagione eversiva?
«No. Il movimento è veramente pacifico. Siamo lontani da una deriva. Comparare quella stagione del terrore con ciò che accade oggi è sbagliato. Anche i nuclei piu' violenti non sono composti da sabotatori di mestiere. A quei livelli, a mio parere, non si arriverà. Pero' esistono due aspetti delicati. Sono soggetti radicalizzati che hanno scelto la guerriglia perché in loro è forte l'idea che attraverso la violenza riescano ad attirare l'attenzione dell'opinione pubblica e dei media. Ma pagano e pagheranno un prezzo "sociale" alto. Come abbiamo visto a Roma. Rischiano il doppio isolamento. Si sentono fuori dall'estabilshment, ma anche il "movimento" li abbandona e li emargina perché non accetta la radicalizzazione del conflitto. Potrebbe amplificarsi la loro visione 'militarista' della vita. Ma c'è anche da dire che rispetto a Genova di dieci anni fa si sono evoluti sul piano delle tattiche che hanno esibito».

Le forze dell'ordine come hanno reagito questa volta?
«Alcuni errori di Genova non sono stati ripetuti. Un esempio su tutti: il corteo di sabato, comunque, aveva delle vie di fuga. Ma l'Italia è chiaramente in ritardo nella difesa dei cortei pacifici. La prima scelta strategica non condivisibile è stata quella di affidare ai gruppi che dimostrano la gestione della sicurezza. Insomma, è come se gli si dicesse vedetevela un po' voi. Così, non funziona. E' una scelta di fondo sbagliata: è stato deciso di presidiare i "simboli" del potere. Opzione che vuol anche dire, difendo il simbolo e non la manifestazione pacifica e la sicurezza dei cittadini».

Ma i giovani che scendono in piazza, hanno fiducia nella polizia e nelle forze dell'ordine?
«Purtroppo no. Da Genova in poi non è stata riacquistata la necessaria legittimità agli occhi dei ragazzi. I responsabili di quelle giornate di battaglia, seppur condannati dalla Giustizia, sono stati quasi tutti promossi. C'è grande sfiducia tra i giovani e manca quel dialogo e quel canale di comunicazione che sarebbe necessario per prevenire gli incidenti».

Mettiamoci dalla parte dei poliziotti. 

«Sono scoraggiati anche loro, è evidente. L'unica politica applicata nei loro confronti è quella dei tagli. Per essere pronti a intervenire in situazioni così complicate avrebbero bisogno di addestramento, risorse, nuove tecnologie, e soprattutto fiducia nelmondo della politica. Ma in Italia, per essere buoni, viviamo unmomento di grande incertezza».

 di Piero Messina
Fonte: l'Espresso

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