lunedì 10 ottobre 2011

La Primavera egiziana va via per lasciare posto al caos


Gli almeno 24 morti provocati dagli scontri di domenica, al Cairo, fra manifestanti copti e polizia militare hanno sprofondato nuovamente l’Egitto nel caos. Il degenerare della protesta, avvenuta in un clima già pesante di tensione confessionale che si protrae ormai da mesi, ha gettato la capitale egiziana nello scompiglio per diverse ore.

Immediate sono state le condanne internazionali dell’accaduto, le sottolineature riguardanti la necessità di rispettare la libertà di culto, le espressioni di preoccupazione per la situazione dei cristiani copti (tanto per fare due esempi, si possono citare gli interventi dell’Alto rappresentante della politica estera dell’UE, Catherine Ashton, e del ministro degli esteri italiano Franco Frattini) – condanne che hanno contribuito a far leggere questi incidenti in un’ottica di intolleranza religiosa e confessionale.
Tuttavia, a un esame più attento dell’accaduto ben altri elementi sembrano trasparire, i quali destano forti preoccupazioni per il futuro dell’evoluzione democratica del paese, e della primavera egiziana nel suo complesso – e non solo per la minoranza copta, che pure è stata una delle principali vittime del clima di tensione di questi mesi.
Il primo ministro Essam Sharaf ha ammonito che il paese sta di nuovo scivolando nell’instabilità, ed ha parlato di una “cospirazione” ai danni del paese. Resta però da vedere da chi tale cospirazione sia veramente orchestrata.
Molti indizi in effetti lasciano sospettare che gli scontri siano stati pianificati. La manifestazione di copti che protestavano per alcuni precedenti attacchi contro le loro chiese, in particolare nel sud dell’Egitto, è stata attaccata da non meglio identificati “teppisti” in abiti civili. Gli scontri hanno a loro volta provocato l’intervento dell’esercito, che ha agito con inusitata brutalità contro i copti.
Il meccanismo che ha innescato gli scontri richiama alla mente diversi episodi verificatisi nei mesi scorsi tra cristiani e musulmani. Tali episodi ebbero per protagonisti alcuni gruppi salafiti (movimenti eterogenei che però condividono un’interpretazione conservatrice e intransigente dell’Islam), ma è opinione diffusa tra gli analisti egiziani che ad innescare la violenza furono provocatori infiltrati, arruolati fra gli elementi delle forze dell’ordine fedeli al vecchio regime o fra le bande di teppisti ad esse affiliate.
Esistono in Egitto spezzoni del vecchio apparato di potere securitario, politico e finanziario – di cui, del resto, lo stesso esercito attualmente al governo  era un pilastro essenziale – il cui obiettivo è quello di sabotare la transizione democratica, anche fomentando le tensioni confessionali.
Al di là della dinamica degli scontri di domenica, e del brutale intervento dell’esercito contro i dimostranti (il noto giornalista e blogger egiziano Issandr El-Amrani ha affermato che l’atteggiamento violento dell’esercito farà ricordare tali scontri come “la prima volta in cui le forze armate hanno ucciso deliberatamente manifestanti cristiani”), altri elementi lasciano dubitare della “spontaneità” e ineluttabilità di quanto è avvenuto.
La televisione di Stato, sempre più apertamente schierata con i militari, ha immediatamente invitato gli egiziani “rispettabili” a proteggere l’esercito contro gli attacchi dei copti. Subito dopo, bande di uomini armati con pietre, bastoni e bombe incendiarie hanno cominciato a vagare per il centro del Cairo attaccando i cristiani. Le forze armate e la polizia non sono intervenute per fermarli.
Nel corso dell’intera notte, il canale di Stato ha continuato a dipingere i manifestanti copti come una folla violenta che attaccava l’esercito e le proprietà pubbliche. Ad un certo punto lo stesso ministro dell’informazione è intervenuto, giustificando la copertura giornalistica come “dettata dall’emozione”, e negando che rappresentasse un’istigazione di carattere settario.
Nel frattempo una televisione privata che stava seguendo in diretta l’evoluzione dei disordini è stata chiusa dalle forze di sicurezza.
Alla gestione quantomeno “criticabile” degli scontri di domenica da parte delle autorità si possono poi aggiungere altri dati non meno allarmanti: l’annuncio che i tribunali militari rimarranno attivi in alcune circostanze, malgrado l’ondata di pubblico sdegno nei loro confronti e le pressanti richieste di chiuderli; l’insistenza dell’esercito a mantenere in vigore le odiate leggi di emergenza, reintrodotte dopo l’aggressione all’ambasciata israeliana nel mese di settembre; le misure intimidatorie nei confronti dell’informazione non ufficiale, e l’atteggiamento repressivo nei confronti di qualsiasi manifestazione popolare.
Tutti questi fattori hanno da tempo fatto sì che la “luna di miele” tra l’esercito e i rivoluzionari egiziani si concludesse definitivamente. Piazza Tahrir è diventata a più riprese un teatro di scontro tra queste due forze – uno scontro che ha lasciato molte vittime sul terreno. Tra la fine di gennaio e la fine di agosto, quasi 12.000 civili sono stati giudicati dai tribunali militari, e le torture da parte della polizia e delle stesse forze armate rimangono assai diffuse.
Il Supremo Consiglio delle Forze Armate (SCFA), che ha assunto il governo in Egitto all’indomani della caduta di Mubarak l’11 febbraio scorso, è accusato sempre più apertamente, e da un numero crescente di movimenti e forze politiche, di non voler cedere il potere e di boicottare la transizione democratica. Diversi analisti e commentatori egiziani hanno lanciato l’allarme a questo proposito, addirittura ventilando un imminente golpe nel paese.
L’evoluzione degli scontri di domenica fa sospettare che le autorità abbiano voluto fomentare la contrapposizione settaria e la paura di complotti per far crescere il nervosismo nel paese. Esistono del resto elementi del fronte islamico – in particolare i summenzionati gruppi salafiti – che non sono contrari all’inasprimento delle tensioni settarie, perché andrebbero a vantaggio della loro agenda politica. In un clima di questo genere sarebbe facile per l’esercito lanciare appelli all’unità nazionale, giustificare l’uso della forza per “garantire la stabilità del paese”, e motivare l’adozione di misure impopolari come le leggi di emergenza.
La verità è che l’SCFA sembra ormai esercitare lo stesso potere autocratico che fino a pochi mesi fa era nelle mani di Mubarak. Sono le forze armate a stabilire tempi e modi della transizione “democratica”, sono loro a gestire l’ordine pubblico a proprio piacimento, sono loro a definire le scadenze elettorali e persino i dettagli della legge che regolerà le elezioni.
La rivolta popolare ha perso gran parte della propria spinta iniziale e del proprio potere contrattuale nei confronti dell’esercito. Il panorama politico è estremamente frammentato, e caratterizzato da un’aspra contrapposizione fra islamici e laici. In questi mesi decine di nuovi partiti hanno fatto la loro comparsa, rendendo estremamente fluida la situazione sia all’interno del fronte laico che di quello islamico. In quest’ultimo, ad esempio, oltre alla comparsa di nuovi partiti, si è assistito all’emergere di numerose spaccature all’interno dello stesso movimento dei Fratelli Musulmani, che hanno dato vita a differenti formazioni politiche in reciproca competizione.
L’accordo raggiunto una settimana fa da molte forze politiche con l’SCFA, riguardo alle date e alle modalità di svolgimento delle elezioni, fa capire fino a che punto i vertici militari siano in grado di dettare l’agenda politica del paese e di tenere a bada la classe politica. In cambio della decisione dell’esercito di ritirare la norma che prevedeva che un terzo del parlamento fosse riservato a candidati indipendenti (una misura che avrebbe permesso a esponenti del vecchio partito di governo di ripresentarsi e farsi rieleggere) e di vaghe promesse riguardo a un possibile ridimensionamento delle leggi di emergenza, l’SCFA potrà continuare ad applicare tali leggi, e rimarrà al potere almeno fino al 2013.
Nel frattempo, l’Egitto prevede di eleggere un nuovo parlamento sulla base della costituzione vigente ai tempi di Mubarak, solo parzialmente emendata dal referendum di marzo. Le elezioni parlamentari, inizialmente previste alla fine di settembre, sono slittate alla fine di novembre, e si concluderanno solo dopo quattro mesi: a fine marzo. A quel punto le due camere del nuovo parlamento dovrebbero riunirsi per scegliere i membri di un organismo che avrà il compito di scrivere una nuova costituzione. All’indomani dell’approvazione del nuovo testo costituzionale tramite referendum, sarà aperta la strada per le elezioni presidenziali, che però – come accennato – in base al recente accordo firmato da diversi partiti con l’SCFA, non avranno luogo prima della fine del 2013.
E intanto corrono voci secondo cui i vertici militari starebbero addirittura meditando di presentare un proprio candidato alla carica presidenziale. Una recente “passeggiata” in abiti civili, ampiamente pubblicizzata dalla televisione, del capo dell’SCFA, il feldmaresciallo Mohammed Tantawi, ha spinto molti a temere che i militari cerchino di “sdoganare” la candidatura del loro leader.
Ma anche se ciò non dovesse accadere, è opinione diffusa fra gli analisti che l’esercito voglia “rientrare nelle caserme” solo dopo essersi assicurato di poter controllare dietro le quinte le principali questioni di politica interna ed estera del paese. Non a caso alcuni esponenti dell’SCFA hanno parlato di “modello turco” per l’Egitto, dando però l’impressione di non riferirsi all’attuale Turchia, ma a quella dell’era precedente all’ascesa di Erdogan, quando l’esercito aveva il controllo dello Stato.

di Redazione - Medarabnews
Fonte:  Medarabnews

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