lunedì 19 settembre 2011

Lehman Brothers, a tre anni dal fallimento del colosso finanziario, la crisi Usa continua

A tre anni dal fallimento del colosso finanziario, la crisi continua, ma almeno adesso sappiamo perché è scoppiata. Alla radice c’è un mancato aumento della produttività. Anzi, una divergenza di produttività tra i settori industriali americani.

SAN FRANCISCO -  Il terzo anniversario del collasso di Lehman Brothers presenta una situazione quasi identica a quella del secondo, con una differenza.

La situazione è talmente simile che potrei riprendereparola per parola quello che scrissi un anno fa. Cioè: “di fronte alle dimensioni della crisi economica si può dire di tutto: che gli stimoli non bastano, oppure - al contrario - che gli stimoli non servono. Si può dire di tutto perché ad oggi una soluzione alla crisi non è stata trovata. Dice Paul Krugman che la gestione della crisi ha raggiunto un punto morto perché lo stimolo era troppo grande per non suscitare attese spropositate e troppo piccolo per produrre effetti duraturi. Così oggi l’amministrazione Obama non ha la credibilità e il capitale politico per procedere ad un nuovo stimolo. E senza il nuovo stimolo, l’economia continuerà a languire. I repubblicani sostengono il contrario. Cioè che lo stimolo ha ulteriormente appesantito i conti pubblici e di fatto precluso la possibilità di attuazione dell’unica strategia possibile: il taglio delle tasse. Così, a due anni dal fallimento di Lehman Brothers, il cielo è sempre cupo sull’economia americana”.


Un anno dopo, il cielo è sempre cupo. Casa Bianca e repubblicani non hanno sciolto l’impasse teorica-pratica (più spesa pubblica o meno tasse) e così hanno siglato un accordo che prevede entrambe. La politica americana è bloccata in un braccio di ferro che l’avvio della stagione delle primarie certo non aiuterà a sciogliere.

La differenza rispetto all’anno scorso è che il tempo aiuta a mettere in prospettiva gli eventi. Rispetto a un anno fa sono diventate molto più chiare le ragioni della crisi. Ce ne sono parecchie, ovviamente, ma la più importante è la perdita di produttività dell’economia americana. Si tratta di un problema che risale agli anni Sessanta e che già dovettero affrontare Jimmy Carter (senza riuscire a risolverlo) e Ronald Reagan (che ci riuscì in parte). La supply-side economics era prima di tutto uno stimolo rivolto alla componente produttiva del paese, in quel momento sotto pressione a causa della concorrenza giapponese, e insieme al taglio delle tasse risolse soltanto parzialmente il problema.

L’unico vero antidodo alla perdita di produttività fu trovato nel decennio successivo, quando ci fu l’esplosione della Silicon Valley. L’innovazione tecnologica non soltanto creò nuovi giganti tecnologici ma aumentò la produttività di parecchi settori industriali tradizionali. L’effetto della tecnologia si interruppe bruscamente nel 2000 e da allora niente ne ha preso il posto. Nell’ultimo decennio, la produttività è aumentata in alcuni settori specifici, ma in generale il sistema industriale americano non ha mostrato segni di miglioramento.

Ovviamente, le cose sono un po’ più complicate di così. Esiste al centro della crisi economica americana una divergenza tra la produttività di certi settori e quella di altri. È questa divergenza che ha creato la crisi e che la foraggia. Potremmo sintetizzarla in questo modo: da una parte ci sono i settori a più bassa produttività – istruzione, sanità, immobiliare, ecc. – che pesano di più sul bilancio delle famiglie americane; dall’altra parte ci sono i settori a più alta produttività – informazione, comunicazione, divertimenti, ecc. - che pesano meno sul bilancio familiare. Tuttavia i settori a più bassa produttività sono anche quelli con più alta occupazione, mentre quelli a più alta produttività sono quelli a più bassa occupazione. In altre parole, se sei un dipendente di un ospedale, hai più probabilità di lavorare di un ingegnere che lavora sui computer. C’è però un terzo elemento da considerare: i settori a minore produttività garantiscono salari più bassi di quelli a maggiore produttività. Il che significa che se sei un ingegnere che lavora sui computer hai più probabilità di poter mandare i tuoi figli all’università di un dipendente di un ospedale.

Come si vede, il problema della produttività è abbastanza complesso da risolvere. Ma, almeno, gli analisti cominciano a mettere insieme i pezzi del puzzle. Tre anni dopo la fine di Lehman Brothers.

di Enrico Beltramini
Fonte: liMes

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