giovedì 11 agosto 2011

Volpe 132, mistero italiano

Ci sono storie che non muoiono mai. Storie che sembrano quasi ribellarsi a un destino che le vuole far affondare nelle nebbie del tempo. Perché‚ sopravvivono tenacemente nella memoria di chi non riesce a trovare la consolazione della rassegnazione, ma soprattutto perché‚ queste storie portano nel proprio cuore profondo incongruenze, sospetti, bugie e inganni che, ciclicamente, scompongono fragili verità ufficiali, facendo riemergere il senso incompiuto della tragedia insieme alla crudele goffaggine della commedia. E' così per la storia di "Volpe 132", l'elicottero della Guardia di finanza misteriosamente svanito nel cielo di Capo Ferrato nella luminosa sera di luna piena del 2 marzo del 1994. A bordo c'erano due uomini in divisa: il maresciallo Gianfranco Deriu, 41 anni di Cuglieri, e il brigadiere Fabrizio Sedda, 28 anni di Ottana. I loro corpi non sono mai stati trovati e del velivolo il mare ha restituito solo qualche pezzo di lamiera.

L'inchiesta della procura di Cagliari, sviluppatasi tra incredibili difficoltà e qualche sospetto di depistaggio, non è mai approdata a un'ipotesi concreta di verità. Nel suo percorso ha dovuto addirittura anche superare l'inatteso ostacolo del segreto di Stato.E così, il 7 aprile scorso, per la terza volta la procura di Cagliari si è arresa, chiedendo al Gip l'archiviazione dell'inchiesta. Ma è possibile che il 22 ottobre prossimo il Gip decida di negare l'archiviazione e di aprire una nuova fase. Questa storia, infatti, ribattezzata "l'Ustica sarda", è come un infinito labirintico gioco di specchi e ogni atto, ogni capitolo, è segnato da un lato oscuro che ciclicamente fa riemergere tutte le ombre dell'inchiesta. E così è stato anche questa volta. Il sostituto procuratore della Repubblica Guido Pani, che finora ha proceduto per i reati di "disastro aviatorio" e "omicidio colposo plurimo", dice di doversi fermare perché, dopo 17 anni, la prescrizione ha inghiottito tutto. C'è però un "ma". Una serie di proroghe. Scrive infatti Pani (che chiede l'archiviazione, ma non è assolutamente convinto): "Allo stato, in assenza degli esiti della consulenza tecnica affidata al maggiore Giovanni Delogu del Ris di Cagliari e al professor Donato Firrao del Politecnico di Torino, non si dispone di elementi concreti per una modifica dell'ipotesi investigativa (...) nella direzione di un aggravamento nella prospettiva di condotte dolose". In parole povere: nel gennaio del 2005 Pani affidò una consulenza tecnica ai carabinieri del Ris e a un docente del Politecnico di Torino per verificare se, su alcuni frammenti dell'elicottero rinvenuti in mare, ci fossero tracce di esplosivo. Questo per accertare se "Volpe 132" sia stato abbattuto, come sostengono alcuni testimoni oculari. Una circostanza che avrebbe portato inevitabilmente alla modifica dell'ipotesi di reato in duplice omicidio volontario. Cioè un reato per il quale è prevista la pena dell'ergastolo e, perciò, è imprescrittibile. Ma qui ecco l'ennesima stranezza di questa inchiesta: con una serie di fax il Ris chiese al pm proroghe su proroghe di 30 giorni.La prima è del 19 maggio 2005 e l'ultima è del 18 agosto 2005. Poi, più niente. Nessuna richiesta di rinvio e nessuna spiegazione. Né il Ris di Cagliari, né il professor Firrao hanno risposto alle nostre reiterate richieste di capire. Proprio su questa incredibile incongruenza fa leva l'avvocato Carmelino Fenudi (che da anni segue l'inchiesta per conto delle famiglie di Deriu e di Sedda) per opporsi all'archiviazione.Scrive infatti Fenudi: "L'accertamento tecnico è stato ritenuto di rilievo più che decisivo sia dal Gip che dal Pm, al fine dell'accertamento dei fatti e della configurazione dell'ipotesi di reato (...) Appare pertanto non giustificata una richiesta di archiviazione fondata sul fatto che la consulenza tecnica disposta nel gennaio 2005, a tutt'oggi non sia stata ancora espletata e depositata". Ma bisognerebbe anche chiedersi per quale motivo non sia mai stata disposta una consulenza tecnica sulle registrazioni tra la centrale operativa di Cagliari e l'elicottero la sera del 2 marzo '94. Nella trascrizione, infatti, risultano 45 minuti di inspiegabile e incredibile silenzio.Altra opacità di questa storiaccia: la sera del 2 marzo '94 i radar erano tutti ciechi. Come nella tragica sera di Ustica nessuno ha visto alcunché. Solo il radar di Monte Codi, nel Poligono del Salto di Quirra (il poligono militare più grande d'Europa), era in funzione. Ma misteriosamente la registrazione si interrompe alle 19,14. Guarda caso, proprio un minuto prima del blackout delle comunicazioni di Volpe 132. Il cuore di tenebra di questa vicenda di omissioni e morte resta comunque la presenza di una misteriosa nave porta container nella rada di Feraxi la sera del 2 marzo 1994. I militari e la Finanza la smentiscono, ma tre dei quattro testimoni oculari ne parlano e la descrivono dettagliatamente. Arrivano addirittura a riconoscerla nel mercantile Lucina che, il 7 luglio dello stesso anno, fu teatro del massacro dell'equipaggio nel porto algerino di Djendjen. La giustizia algerina accusò e condannò alcuni presunti terroristi del Gia, ma la misteriosa sparizione di 600 tonnellate di carico fece pensare a un oscuro traffico di armi. Tanto che il fascicolo sulla sparizione di Volpe 132 venne acquisito agli atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte dei giornalisti della Rai Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, che indagavano proprio su un traffico di armi e scorie nucleari tra Europa e Africa.Le informative degli 007. Dunque, nonostante le testimonianze di Giovanni Utzeri, Gigi Marini e Antonio Cuccu, la Guardia di finanza e i militari hanno sempre negato ostinatamente la presenza di una nave alla fonda a Feraxi. E' evidente che qualcosa che non torna. Tra le carte dell'inchiesta c'è un particolare che potrebbe dire molto. Eccolo. Nel 2005 la procura chiese alla Finanza atti e documenti sull'eventuale presenza di navi nel mare della Sardegna sud orientale nei primi giorni del marzo 1994. Il comando provinciale di Cagliari rispose con una nota (protocollo 16977/262) nella quale riferì di una comunicazione del comando generale del Corpo che parlava di documenti "classificati" e faceva riferimento a una direttiva della presidenza del consiglio dei ministri (la n. 2119.3.4/635/1) nella quale si legge: "... le comunicazioni dei Servizi, in linea di massima, non sono di per sè‚ direttamente utilizzabili...". Implicitamente, quindi, si faceva riferimento a segnalazioni dei servizi segreti che non potevano essere svelate. Domanda: se la Finanza dice che a Feraxi non c'erano navi, cosa contenevano allora quelle segnalazioni riservate degli 007? C'è poi il caso delle testimonianze "cancellate" dalla relazione della Commissione d'inchiesta militare, coordinata dal tenente colonnello Enrico Moraccini del Poligono interforze del salto di Quirra. Moraccini (che la sera della tragedia era nella sala operativa e quindi era contemporaneamente investigatore e possibile teste) il 4 marzo 1998 dichiarò al procuratore militare: "Per il ritrovamento dell'elicottero non fu trascurata alcuna indicazione testimoniale".Non è così perché dei verbali di interrogatorio di due testimoni oculari (Utzeri e Marini) nella relazione tecnico-formale non c'è alcuna traccia.I quattro testimoni. Giovanni Utzeri, Gigi Marini, Antonio Cuccu e Giuseppe Zuncheddu. Il primo è un giardiniere di Feraxi con un passato di emigrazione e di lavoro in miniera. Il secondo è un operaio di Villacidro in pensione con l'hobby della pesca. Il terzo era il presidente della cooperativa pescatori di Feraxi ed ex assessore comunale a San Vito. Il quarto, infine, è un capraro originario di Burcei. Vite parallele di persone normali. Uomini che non hanno evidentemente alcun interesse a raccontare storie fantasiose. Tanto meno la stessa storia. Nelle loro parole senza reticenze c'è esattamente quello che videro e quello che sentirono la sera del 2 marzo 1994 tra le 19,30 e le 20.Le differenze nei loro racconti, alla fine, sono solo dettagli: lo scenario che le quattro testimonianze compongono ha infatti quelle piccole asimmetrie che derivano dai diversi punti visuali. E i rumori sentiti e raccontati, di conseguenza, sono la risultante delle alterazioni dovute al rapporto della posizione fisica dei quattro testimoni con il vento di maestrale. C'è perciò chi ha sentito un boato e chi un tonfo, chi ha visto un bagliore e chi una fiammata. Ma tutto, alla fine, coincide. Utzeri, Marini, Cuccu e Zuncheddu dicono sicuramente la verità: l'elicottero A-109 della Guardia di finanza precipitò in mare a Feraxi vicino a una nave porta container che era lì alla fonda da tre giorni; il boato (o il "botto" come ha raccontato uno dei testimoni) prova che il velivolo esplose in volo. La fuga precipitosa della misteriosa nave fa logicamente pensare a una stretta relazione con la fine di Volpe 132. Quindi, l'elicottero dovrebbe essere nel mare davanti alla rada di Feraxi. Ma l'A-109 là non c'è. E allora esiste solo una spiegazione: qualcuno lo ha spostato e fatto sparire.Un'altra stranezza è legata alla testimonianza di Giuseppe Zuncheddu. Quando ancora la procura ignorava la sua esistenza, il capraro di Burcei ricevette una strana visita: un elicottero dei carabinieri atterrò davanti al suo ovile, nella zona di Su Pressiu, e un colonnello dell'Arma si fece raccontare da Zuncheddu cosa aveva visto la sera del 2 marzo del '94. La stranezza della circostanza è evidente: perché‚ un ufficiale dei carabinieri interroga un testimone ancora sconosciuto alla procura e non avverte il magistrato o la polizia giudiziaria che sta indagando su caso? Da non dimenticare che quella di Zuncheddu è una testimonianza straordinariamente importante perché‚ indica la rotta dell'elicottero: Volpe 132 scollinò infatti Punta Moitzus e Bruncu Comidai del massiccio dei Sette Fratelli. Prima di tuffarsi nel canalone di Campuomu. aveva quindi raggiunto a una certa quota. La tesi che il velivolo la sera fosse in una zona d'ombra radio e radar, perché‚ "coperto" dalle montagne, vacilla dunque paurosamente.Gli occhi del poligono. Fa riflettere, poi, la dichiarazione scritta trasmessa alla procura di Cagliari dal generale Fabio Molteni, comandante del Poligono del Salto di Quirra, che il 4 ottobre del 2004 disse: "Il tratto di Costa compreso tra Capo Ferrato e Feraxi non rientra all'interno delle aree di competenza di questo Poligono". Come dire: se il 2 marzo '94 là c'era una nave, non era all'interno dell'area interdetta e quindi era fuori della nostra area di controllo e di responsabilità. Ma nelle sue parole si intravede una sottile ambiguità. Il generale parlò infatti di "tratto di costa" e non di tratto di mare. E' pacifico, infatti, che il poligono a terra si fermi a Capo San Lorenzo (a nord di Capo Ferrato), mentre quello a mare si apre a ventaglio. Scrisse il 16 marzo 2000 la polizia giudiziaria di Cagliari: "Dall'esame dell'ordinanza 02/94 della capitaneria di porto di Arbatax è emerso un particolare che merita attenzione: tra le zone interdette alla navigazione, denominate in codice Alfa e Delta, compaiono quelle delimitate dalle linee congiungenti i punti da 39 00'00" nord a 39 38'00" nord e da 09 38'00" est a 10 14'00" est. Questi due dati riferiti alla latitudine e longitudine comprendono interamente l'area di mare dove nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa dell'elicottero della Guardia di finanza vennero rinvenuti i pezzi di quel velivolo, rispettivamente in data 3-4-5-6 marzo 1994, così come si evince dai verbali in atti".Il segreto di Stato. Quando nel giugno del 1994 la procura della Repubblica di Cagliari chiese una copia della relazione della commissione d'inchiesta militare, si vide rispondere dall'Ufficio centrale per la sicurezza della presidenza del Consiglio dei ministri. Nel documento si diceva che la relazione era considerata "classificata" con la criptica sigla PCM-ANS 1/R. Sottoposta cioè‚ alle norme per la tutela del segreto di Stato. Fu quello il primo segnale evidente che qualcuno cercava di "blindare" il caso dell'elicottero Volpe 132. Il magistrato riuscì a forzare l'opposizione governativa perché la legge 801 del 1977 aveva cancellato sia il segreto politico che il segreto militare, assorbendoli nel segreto di Stato. E la procedura che era stata seguita non era quella corretta. La sorpresa arrivò quando il magistrato, Guido Pani, lesse la relazione: non c'era assolutamente niente che potesse giustificare la "classificazione" del documento, che si concludeva con l'ipotesi di un incidente.

di PIERO MANNIRONI e PIER GIORGIO PINNA

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