martedì 7 giugno 2011

Usa - Cina: la partita del Pacifico



Il mar della Cina meridionale è al centro degli interessi economici e strategici di numerosi paesi. Il notevole sviluppo navale cinese e il desiderio degli Usa di rimanere protagonisti nell'area aggravano le tensioni.

(Carta di Laura Canali tratta da Limes 4/08 "Il marchio giallo")

Per secoli il mare Cinese meridionale è stato un luogo di incontro e scontro di molte civiltà; per Cina, Vietnam, Malesia, Indonesia e Filippine lo specchio d'acqua è vitale, anche per motivi di sicurezza, come dimostrato più volte durante il Ventesimo secolo.
Basterà ricordare le operazioni anfibie della seconda guerra mondiale, l’isola “provincia ribelle” di Taiwan o l’incidente del Golfo del Tonchino, che diede inizio formalmente alle operazioni militari americane in Vietnam.

L’apparente stabilità politica odierna nasconde una serie di questioni aperte. Il ruolo del mare è strategico in questa regione, stante il carattere insulare di moltissimi Stati; sulla stessa area insistono poi importanti rotte commerciali nonché interessanti prospettive di sfruttamento dei fondali marini.

Si aggiunga poi il ruolo degli Stati Uniti, distanti geograficamente ma fortemente coinvolti nella partita, direttamente e per mezzo di paesi tradizionalmente alleati, come la Corea del Sud, Taiwan o il Giappone. L’attenzione all’area Pacifica è stata sottolineata in un recente intervento di Robert Gates, ancora per poco segretario della Difesa. Nel corso dello “Shangri-la Dialogue” di Singapore, uno dei forum più importanti sulla sicurezza in Asia, Gates ha ricordato che gli Stati Uniti sono "una nazione Pacifica" cioè inevitabilmente legata all’Asia ed alla sicurezza marittima. Allo stesso modo sono state ricordate le importanti relazioni con la Corea del Sud e il Giappone, e la necessità di incrementare i rapporti con l’Australia e Singapore.

Il principale “ostacolo” in questo scenario – secondo le prospettive di Washington -è naturalmente la Cina. I recenti sviluppi della tecnologia militare cinese sono esaminati con particolare attenzione, soprattutto perché dimostrano una potenziale proiezione militare verso l’esterno. Il collaudo di un aereo invisibile ai radar, i missili antinave, la capacità cibernetica (anche offensiva?) sono tutti elementi che preoccupano l’amministrazione americana; maggior inquietudine incute la ricerca cinese di una marina blue water, cioè con una capacità militare di respiro oceanico e non solo costiero. La chiave di volta di questa nuova capacità navale sembra essere la ex-portaerei ucraina Varyag, i cui lavori di ristrutturazione, durati anni, dovrebbero finire a breve.

La tecnologia di questa imbarcazione, profondamente revisionata, dovrebbe consentire alla marina cinese di disporre di un’unità moderna, dotata di sistemi elettronici e radar all’avanguardia. Di pari passo alla riconversione della ex-Varyag c’è la recente proiezione navale cinese che ha portato la bandiera di Pechino al largo della Somalia (operazione antipirateria) e le attività della base navale sull’isola di Hainan, così vicina al conteso mar della Cina meridionale.

La marina di Pechino, quindi, intende allargare i propri orizzonti, non limitandosi più al mero controllo costiero. Anche la Cina ha però le sue legittime preoccupazioni. Le recenti tensioni nella penisola coreana hanno segnato un ritorno di interesse americano nell’area; Seul è stata visitata da alti esponenti dell’amministrazione Obama e da diverse task force navali statunitensi che hanno tenuto delle esercitazioni congiunte con le omologhe forze sudcoreane. Queste manovre hanno comprensibilmente indispettito Pyongyang e Pechino.

A dicembre 2010, poi, si sono tenute delle esercitazioni congiunte anche fra la US Navy e la Marina militare giapponese: quaranta navi nipponiche e una ventina di navi americane hanno mobilitato più di 40mila militari, insieme a centinaia di aerei. Questa collaborazione, unita al dibattito nipponico sulla ristrutturazione delle Forze Armate, non può che inquietare l’establishment cinese.

Le mosse di Pechino preoccupano pure il Vietnam: nonostante la vicinanza ideologica, i rapporti fra i due paesi alla fine degli anni ’70 sfociarono in uno scontro armato (la guerra sino-vietnamita) e oggi rivivono momenti di tensione a causa dell’incerto assetto del mar Cinese meridionale. Qualche giorno fa ad Hanoi e Ho Chi Minh City ci sono state manifestazioni anticinesi a seguito di una piccola disputa riguardo ad un’imbarcazione vietnamita. I vietnamiti sono scesi in piazza - evento abbastanza raro - scandendo slogan nazionalisti ed anticinesi, rivendicando la sovranità su alcune isole contese, come le Parcels e le Spratly.

Il Vietnam è una potenza regionale in grande sviluppo economico, e dal tono delle recenti esternazioni sembra fermamente intenzionato a contenere l’espansione navale di Pechino nel mar Cinese meridionale: un mare che giorno dopo giorno sembra restringersi sempre più.

di Stefano Felician
Fonte: liMes

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