mercoledì 15 giugno 2011

Suicidio di un Paese

Sarebbe interessante discutere i motivi del brain drain, non i risultati! Sono Ingegnere, laureato all’Università tecnica di Monaco di Baviera e con un MBA, in Inghilterra. Sto vivendo gli ostacoli, vedo ogni giorno le differenze fra l’Italia e i Paesi dove ho lavorato prima (US, UK, Germania). Come mai non esiste una meritocrazia qui, e perché non vengono supportate le migliori idee, ma le idee dei capi, in un Paese così intelletualmente ricco? Perché -in Italia- ognuno lotta per sé e la sua tribù, e non per l’azienda… o magari per il Paese ? Usando il titolo di un film forte: “Italy is no country for pensioners, women and young people”. Ma chi ha l’interesse che l’Italia rimanga come è oggi?
Ho trovato questo commento di Oliver, ingegnere tedesco, nonché uno dei pochi coraggiosi stranieri qualificati a scegliere il nostro Paese, all’interno di una discussione che avevo lanciato tempo fa sul social network LinkedIn.
Oliver, con una semplicità che solo gli stranieri conoscono e ricordano, ancora immuni da un Paese dove “ogni rapporto si complica” (per dirla con Caparezza), mette nero su bianco -sorpreso- due domande: perché in Italia contano solo le idee di chi comanda, anche se queste persone -magari- non hanno più idee da 40 anni? Perché non si guarda invece alle idee dei Migliori? E perché questo Paese funziona solo a “cordate”? Io sostengo te, che sostieni me… manco fosse una tribù indiana???
Lo scorso fine settimana abbiamo assistito a un duro j’accuse sulle politiche giovanili in Italia, di cui abbiamo dato conto -negli ultimi giorni- anche su questo blog. L’occasione è stato il convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria: gli interventi più significativi, al riguardo, sono stati quelli del presidente dei Giovani Imprenditori, Jacopo Morelli, del presidente dell’Istat Enrico Giovannini, e del direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni.
-”L’Italia non è un Paese per giovani, è CONTRO i giovani”
-”Due milioni di giovani sono in panchina”
-”Salari di ingresso nel mondo del lavoro fermi da oltre un decennio, al di sotto del livello degli anni Ottanta, quasi il 40% dei trentenni ora vive a casa dei genitori”…
Ma la “Storia” si sta lentamente prendendo la rivincita su un Paese che ha deciso di uccidere il proprio futuro. I nodi stanno venendo al pettine. Dei ridicoli tassi di crescita italiani sappiamo da mesi, se non da anni. L’ultimo afferma come -nel primo trimestre del 2011- siamo cresciuti dello 0,1%. Cioè, non siamo cresciuti proprio. Siamo entrati nella Grande Crisi peggio degli altri. Ne usciamo -un bel deja vù- peggio degli altri. Alla faccia di chi ci governa, che ha venduto per mesi la favola del Paese che reggeva meglio degli altri. Fantasie. Senza fondamento. Abbiamo retto solo grazie ai risparmi delle famiglie. Che ora sono finiti. Il ceto medio si sta estinguendo.
Ma fa pure impressione leggere come -dati del Csc Confindustria alla mano- siamo precipitati, tra il 2007 e il 2010, al settimo posto nella produzione mondiale manifatturiera, alle spalle di India e Corea del Sud. Già, proprio il manifatturiero, il nostro orgoglio nazionale, uno dei pochi argomenti ancora nel carniere di chi sostiene che “tutto va bene, se non trovano lavoro è colpa loro, sono i giovani che non si sanno adattare“. Già… Pensate solo che -rispetto al periodo pre-crisi- la nostra produzione industriale è ancora sotto del 17,5% (!!!). La prima provincia italiana per “forza industriale”, Lecco, è 61° (sessantunesima) in Europa. Milano, sedicesima in Italia, su scala continentale occupa la posizione numero 203. E via dicendo.
Perché ciò avviene? Perché siamo vecchi, nel modo di agire e pensare. Basterebbe ridare un’attenta lettura alla relazione di Saccomanni. Dove si mettono nero su bianco alcuni concetti fondamentali: le nostre aziende sono a gestione familiare non solo nella proprietà, ma -a differenza dell’Europa- familiare è pure il management. Un management più vecchio, rispetto alla media continentale. Intanto i giovani, quelli col maggior potenziale innovativo, restano -per dirla con l’Istat- “in panchina”. Le loro imprese ad alto tasso innovativo sono marginali nel contesto italiano, incapaci di incidere per davvero sulla produzione industriale. Eppure, fa notare Saccomanni, un incremento del 10% nella quota di lavoratori laureati, porterebbe a un incremento della produttività pari allo 0,7%.
Siamo talmente antistorici che -come si legge in questo articolo- continuiamo a far sopravvivere dei veri e propri reperti archeologici, quali l’ereditarietà del posto di lavoro, di padre in figlio. E ciò avviene persino nelle grandi aziende, che dovrebbero essere la punta di diamante della modernità. Ben riassume l’economista Tito Boeri: “Chi ha il genitore bancario, anche se è capra, campa. Senza bancario in famiglia, anche se non è capra, crepa“.
Last but not least, dati Istat alla mano, il calo dell’occupazione nel biennio 2009-2010 ha riguardato per il 90% (novantapercento) la fascia d’età dei 18-29 anni. Se non è suicidio questo
Goodbye Italia!

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