domenica 22 maggio 2011

Israele in un vicolo cieco

Le rivolte arabe hanno incrinato anche la posizione di rendita di Isreale in Medio Oriente e quindi lo storico legame di ferro con le amministrazioni Usa.
Il premier israeliano Benjamin Netaniahu ha chiarito che il suo governo non andrà a una pace vera nel prossimo futuro. Lo ha chiarito a Washington, incontrando il presidente Barack Obama che solo il giorno prima aveva cercato di rispolverare la sua dote di grande oratore. La retorica del Cairo di due anni fa, quella del presidente premio Nobel per la pace, è ormai un po' ossidata, ma il discorso di Obama avrà dato un forte contributo a quanti vogliono impedire che in settembre l'Onu riconosca uno stato palestinese. Quanto a Netaniahu, due anni fa si era rivenduto un vago riconoscimento della formula dei «due stati» - ma da allora si è scordato cosa siano dei veri negoziati. CONTINUA | PAGINA 8
Obama continua a parlare di democrazia come se gli americani non avessero sempre appoggiato i regimi più spuri (e non solo in Medio Oriente) a condizione che servano gli interessi americani. Il presidente Usa ha enfatizzato l'importanza della democrazia e della non violenza. La non violenza giustamente idealizzata da Obama ha portato a cambiamenti in Tunisia e in Egitto; Obama chiama all'ordine il presidente Bashar al Assad in Siria e critica la repressione in Iran - intanto l'esercito americano insieme alla Nato «pacifica» l'Iraq e l'Afghanistan, liquida Osama bin Laden, e continua ad appoggiare senza critiche l'Arabia saudita e tanti altri. Non solo: se i popoli del Medio Oriente seguono le vie diplomatiche, gli Usa sono disposti ad aiutarli - cosa che di sicuro aiuterà anche a consolidare le aziende e i capitali americani.
Ma veniamo alla pace israelo-palestinese. Quello che finora era formula vaga diventa ora una dichiarazione precisa: la pace sarà possibile attraverso il ritorno alle frontiere del '67, magari con piccole modifiche che riflettano i cambiamenti demografici - vale a dire le colonie israeliane - compensate da qualche scambio di territorio.

Gli «sprechi» del Cnr


MILANO - Che il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) fosse in rosso era già tristemente noto. Ma il documento riservato a firma del Ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio, già inviato per le opportune verifiche alla Procura generale della Corte dei Conti lo scorso 9 marzo, cade ora come un macigno sulla testa del fisico di fama e presidente del Cnr dal 2008, Luciano Maiani. Il linguaggio è quello degli ispettori della finanza. L'oggetto sono i soldi pubblici. E come in un copione consunto il contenuto sembra iscriversi a pieno titolo al capitolo «sprecopoli». Insomma, non ci sono solo i tagli anoressici assestati dal governo Berlusconi alla ricerca in questi ultimi anni tra le cause del rosso.

Qui la lista dei casi di malagestione è impressionante: «Inattendibilità della rappresentazione finanziaria risultante dal bilancio di previsione», anche per «l'abnorme numero di variazioni di bilancio (circa 10 mila ogni anno), talune delle quali successive alla fine dell'esercizio».

venerdì 20 maggio 2011

Parmalat e Goldman Sachs?


Perché tra tutti i possibili advisor finanziari, nazionali ed internazionali, la Parmalat ha incaricato proprio la banca d’investimento americana Goldman Sachs di valutare la fairness option, cioè il parere di congruità sul prezzo dell’Opa lanciato dalla francese Lactalis? Non riusciamo trovare una risposta razionale.
Lungi da noi l’intento di proporre alcun candidato alternativo o concorrente. La scelta della Goldman Sachs è comunque sorprendente. Essa, come è noto, è al centro di indagini per i suoi comportamenti speculativi e non corretti soprattutto alla vigilia e nelle fasi calde della più grave crisi finanziaria di tutti i tempi. Due dettagliatissime indagini sulle cause del collasso finanziario condotte dalle competenti commissioni d’inchiesta americane hanno identificato la GS tra le principali “fucine” del rischio e dei default. Il cosiddetto Rapporto Levin della Commissione Permanente per le Indagini del Senato Usa dedica più di 250 pagine all’analisi dei comportamenti della citata banca d’affari. Esso segnala ben 12 casi di conflitto di interesse. Il primo riguarda le posizioni al ribasso assunte all’insaputa di tutti contro i titoli da lei “impachettati” per differenti clienti. Si trattava dei derivati Cdo, chiamati Hudson, Anderson e Timberwolf, legati ai mutui subprime e alle ipoteche immobiliari.

giovedì 19 maggio 2011

Perchè Strauss Kahn era personaggio scomodo

Lo scandalo sessuale che ha travolto il direttore del Fondo monetario internazionale,Dominique Strauss-Kahn, fa tirare un gran sospiro di sollievo a molte persone potenti: non solo al presidente francese Nicolas Sarkozy, che si è liberato del suo più pericoloso sfidante alle prossime elezioni, ma anche al gran capitale occidentale, banche e multinazionali, che vedono tramontare lasvolta 'a sinistra' dell'Fmi che Strauss-Kahn aveva appena annunciato.

Nelle ultime settimane, forse anche con un occhio al suo impegno elettorale in patria, l'economista parigino aveva più volte ribadito la necessità storica di trasformare il Fondo monetario internazionale da cinico strumento delle élite capitaliste occidentali a istituzione promotrice dell'uguaglianza e dell'occupazione.

mercoledì 4 maggio 2011

Cosa perde e da dove riparte al Qaeda?

Mediaticamente la morte di Osama bin Laden rappresenta un colpo enorme al terrorismo internazionale. Ma da un punto di vista strategico cosa cambia? Quale l'entità del danno inflitto ad al Qaeda? Quali le probabili dinamiche che segneranno la riorganizzazione del gruppo? Peacereporter lo ha chiesto ad Andrea Plebani, ricercatore dell'Università Cattolica, Fellow Research del Landau Network-Centro Volta, autore per il Combating Terrorism Center - Sentinel, della United States Military Academy di West Point, uno dei principali centri d'analisi al mondo sul terrorismo.

Tutti sappiamo chi era ritenuto Osama bin Laden nel 2001. Chi era il bin Laden ucciso nella primavera del 2011 dagli operativi americani?
Era un mito, un personaggio cui era rimasto un ruolo sostanzialmente mediatico, e non tanto perché appariva spesso, come Ayman al Zawahiri, nelle videointerviste e nei primi messaggi, ma per l'aura mitica che circondava il fondatore di Al Qaeda.. Stiamo parlando dell'erede di una ricca famiglia saudita che ha abbandonato il suo status di privilegiato per imbracciare le armi prima per il jihad afghano e poi in tutti i Paesi in cui si è spostato: Sudan, Arabia Saudita, Pakistan. Era importante per la legittimità che poteva fornire alla galassia islamista radicale. Faccio un esempio in proposito: in Iraq, è stata proprio l'autorità di cui godeva bin Laden all'interno della galassia islamista internazionale a spingere al Zarkawi a entrare in Al Qaeda, perché gli conferiva quella legittimità che gli mancava. Anche l'esser uscito vivo dal jihad contro l'Unione Sovietica e da dieci anni di caccia da parte della più grande potenza mondiale hanno contribuito a costruirne il mito dell'imbattibilità.

lunedì 2 maggio 2011

La notizia del Male estirpato

Il vecchio «asset» dei creatori della Guerra Infinita è morto. La notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden passa per il Pakistan, il Paese in cui c’è una tale compartecipazione tra servizi segreti e gruppi islamisti che la contiguità è così forte da rendere sempre difficile capire chi muove le proprie pedine. In un simile contesto ogni notizia diviene ambigua, e perfino ripetuta.

Quante volte in questi dieci anni dall’11/9 dal Pakistan giungevano notizie sulla morte del grande spauracchio e della sua improvvisa ricomparsa, in barba e turbante?
Anche in Iraq non andava meglio: Abu Omar al-Baghdadi, un altro inafferrabile superterrorista, veniva ucciso e ricatturato per i media svariate volte. Il sistema dell’oblio televisivo era sufficientemente rodato da consentire la farsa senza danno.
L’immagine attuale del cadavere sfregiato di Osama, oro colato per i media, richiederebbe invece analisi per verificarne l’attendibilità.

domenica 1 maggio 2011

CHERNOBYL, GLI INCIDENTI NUCLEARI NON CONOSCONO CONFINI

È inevitabile in questi giorni non occuparsi del disastro di Chernobyl, che il 26 aprile di venticinque anni fa colpì le tre repubbliche sovietiche di Ucraina, Russia e Bielorussia. Quei giorni di primavera, in attesa delle grandi feste tradizionali del Primo maggio e del nove maggio (l’anniversario di quella che in Occidente viene chiamata Seconda Guerra Mondiale, mentre nella vecchia Urss è conosciuta come Grande guerra patriottica), sono rimasti un ricordo indelebile per tutte quelle persone che sono state testimoni in qualche modo della tragedia.
L’onda emotiva del dramma giapponese di Fukushima, dove però non è stato l’uomo a scatenare la catastrofe, ma la natura, ha fatto aumentare i brividi. In Ucraina, dove Chernobyl si trova, a un passo dal confine con la Bielorussia e poco più di 100 chilometri della capitale Kiev, la gente ha un approccio molto pratico con l’energia nucleare: da un lato sa che, almeno al momento, non se ne può fare a meno, visto che circa il 50 per cento dell’energia elettrica arriva proprio dall’atomo e senza questo il Paese non andrebbe avanti; dall’altro, proprio perché sono milioni coloro che hanno vissuto direttamente i giorni di Chernobyl, è diffusa la paura. E molti temono che la tragedia possa ripetersi.

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