sabato 2 aprile 2011

La pace impoverita dall'uranio nei Tomahawk

L'obiettivo dichiarato dell'attacco alla Libia è «proteggere i civili». Ci si attenderebbe, dunque, quantomeno l'uso di armi «pulite», osia prive di «effetti collaterali» a lungo termine. 
Ma soltanto la prima sera di guerra - hanno spiegato gli attaccanti - sono stati sparati 112 missili Tomahawk. Non è un'arma nuova. Anzi, viene usata per la prima volta in Kosovo nel '99 (poi anche in Iraq e Afghanistan). Lo si sa perché sono stati ritrovati i frammenti al suolo, mentre i comandi Nato lo negavano.

Il perché è noto da tempo: il nostro ministero della difesa, per quella guerra, elaborò «un decalogo distribuito a tutti» i soldati italiani, con il seguente ordine: «evitate ogni mezzo o materiale... che possa essere stato colpito da munizioni contenenti uranio impoverito o missili da crociera Tomahawk». Ciò malgrado, parecchi soldati (e soprattutto gli abitanti civili) furono poi vittime di tumori e leucemie.

Massimo Zucchetti è docente di impianti nucleari al Politecnico di Torino, si «occupa di radioprotezione da un ventennio e di uranio impoverito dal '99», e parlerà oggi dal palco di piazza Navone. Già nelle prime ore dell'attacco ha prodotto un calcolo sulla probabile incidenza di questi missili sulla popolazione libica (e i giornalisti) oggi presente nelle zone bombardate. Nessuno sa quanti missili verranno scagliati prima della fine delle ostilità, quindi ha ipotizzato un numero tondo (1.000) per facilitare successivi aggiornamenti. Non ha potuto naturalmente tenere conto dei proiettili anticarro che vengono tutti i giorni sparati dagli aerei. Ha considerato «soltanto l'esposizione per una inalazione di un'ora dovuta al semplice rilascio del materiale», senza altri fattori «che potrebbero far crescere l'esposizione». Insomma: un campione quasi «ottimistico».
Si sa che il DU (depleted uranium) è denso, pesante, poco costoso (2 dollari al kg), difficilmente smaltibile e quindi perfetto per la guerra. Unisce alla straordinaria capacità di penetrazione nelle corazze (si «autoaffila», mantenendo sempre la forma appuntita) quelle piroforiche: a contatto con l'aria - dopo aver «sfondato» - esplode in una nuvola di fuoco a 5.000 gradi centigradi. Una volta polverizzato, viene inalato con la respirazione; solo il 60% viene trattenuto nei polmoni; le particelle sono in parte sono solubili, in parte no (in un territorio arido si ha una lunga sospensione al suolo e nuove inalazioni); una certa quota si accumula nelle ossa. E crea un «effetto cocktail», sommando la tossicità chimica con quella radiologica. 
Ma quanto DU c'è a bordo di un Tomahawk? Dipende dalla funzione. Se deve solo esplodere, può essercene anche solo 3 chili (nelle ali); in quelli che devono «sfondare» una grande resistenza (come il bunker di Gheddafi), anche 400 chili. Zucchetti ha perciò preparato «due scenari» diversi. Quello più favorevole ipotizza che i missili siano stati tutti «leggeri», l'altro una totalità di «pesanti»; insomma, tra i 3.000 e i 400.000 chili di uranio sparso su un territorio ristretto (la Libia abitata e militarizzata è assai piccola).
A questo punto non restava che fare i conti e vedere - in base a modelli statistici altamente affidabili, elaborati nel corso di venti anni di studi «sul campo» - quale sia la «dose collettiva» (CEDE) cui vengono esposte le persone; e di qui trarre il numero di neoplasie che è lecito attandersi nel tempo in cui il DU resta «pericoloso»: 70 anni.
Nel «caso migliore» (missili con soli 3 kg di DU), il numero è relativamente piccolo: 50 tumori in più, «statisticamente trascurabile» ma «non un'assoluzione di questa pratica, una sua accettazione, o meno che mai con una asserzione di scarsa rilevanza o addirittura di innocuità». Nel worst case, invece, i tumori attesi volano a 6.200. 
Ai tumori, va ricordato, vanno aggiunte le incalcolabili - ma visibilissime - malformazioni genetiche che si verificano a distanza anche elevata di tempo in ogni zona colpita da irradiamento nucleare. Per chi è forte di stomaco, esistono decine di fotografie in Rete, facilmente rintracciabili con la chiave di ricerca «uranio impoverito».
Si potrebbe obiettare, cinicamente, che in fondo non è certo quanto uranio porta a bordo ognuno di quei missili. Ma proprio questa è la domanda cui dovrebbero rispondere tutti i governi dell'«alleanza dei volenterosi». Date agli scienziati civili informazioni precise; e faranno calcoli esatti al millesimo. O ne avete paura?

di Tommaso De Berlanga
Fonte: il manifesto
Comparso su Contropiano.org

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