sabato 2 aprile 2011

In Costa d'Avorio sono cannonate



ABIDJAN - "Sparano come pazzi. Anche col cannone. Tremano le pareti. Lo hanno fatto per tutta la notte. Sono chiuso in casa, non ho coraggio di affacciarmi alla finestra. Anche adesso, non accennano a fermarsi un attimo. Hanno attaccato la sede della televisione e stanno facendo la stessa cosa al palazzo presidenziale di Gbabo. Ma io resto chiuso in casa..." E' la testimonianza di Salvatore Zarlengo, un operatore commerciale italiano, da anni ad Abidjan per lavoro, che ha contattato Repubblica.it per dare la sua testimonianza diretta su quanto sta accadendo in Costa d'Avorio. 


Un'altra testimonianza. "Sono arrivati stanotte, verso l'una e mezza. Le cannonate hanno fatto vibrare i palazzi. Ci siamo svegliati di soprassalto. Poi hanno continuato con le mitraglie". E' invece il racconto di padre Dario Dozio, provinciale della società Missioni Africane, alla MISNA 1.
"Lo avevano annunciato e ci sono riusciti - prosegue il religioso- Pare che l'attacco sia partito dai quartieri di Cocody e Plateau, dove c'è la residenza di Gbagbo e il palazzo presidenziale. Il nostro quartiere (Abobo Doumè - Yopougon) è ancora nelle mani dei patrioti e di miliziani non bene identificati", aggiunge il missionario. "Tutt'intorno - continua padre Dozio-  si vedono miliziani armati,  ma che non sembrano appartenere nè all'uno nè all'altro schieramento".
 

La brutalità delle uccisioni. Intanto, almeno 800 persone sono state uccise in un unico quartiere della cittadina di Duekoue, a circa 150 chilometri dal confine con la Liberia. Lo ha denunciato il Comitato internazionale della Croce Rossa. Una delegazione della quale ha visitato la città per raccogliere elementi su gli scontri che sembra siano stati ferocissimi e che siano stati alimentati da contrasti interetnici. ''Questo incidente è particolarmente scioccante per le sue dimensioni - ha riferito un rappresentante della Croce Rossa - per la brutalità degli assassini''.

Combattimenti furiosi. Sono notizie che non fanno che confermare tutte le altre in arrivo da diverse fonti di informazione. Tutte parlano di "furiosi combattimenti", tra i gruppi armati che fanno capo al presidente uscente, Laurent Gbagbo - accusato dal suo antagonista, Alassane Ouattara e dalla comunità internazionale di aver manipolato a suo favore l'esito delle elezioni del novembre scorso - e la fazione fedele a quello che viene invece indicato come il reale vincitore della competizione elettorale. Ouattara, appunto. Negli ultimi due giorni, le cosiddette Forze repubblicane, fedeli al presidente considerato vincente sono arrivate nel Sud del Paese, conquistando il porto di San pedro, il più importante porto del mondo per l'esportazione del cacao e punto nevralgico dell'economia della Costa d'Avorio. 

Nel mirino dei "Cecos". Gli scontri attualmente sono in corso a Cocody, quartiere residenziale nella parte nord di Abidjan, dove si trova la residenza ufficiale di Laurent Gbagbo: le forze  fedeli al suo avversario, dopo aver conquistato anche la sede della televisione di Stato hanno lanciato l'assalto alla roccaforte di Gbagbo, difesa dalle unità di élite della Guardia Repubblicana e dei commando chiamati 'Cecos'. "La residenza di Gbagbo è sotto attacco", ha confermato Patrick Achi, portavoce del governo 'parallelo', nominato da Ouattara". Testimoni oculari hanno poi riferito che intorno al complesso "c'è un'intensa sparatoria, i punti di fuoco provengono da quattro o cinque direzioni diverse, e continua ad arrivare di continuo tanta gente armata". 

Aumentano a vista d'occhio. I miliziani di Ouattara sembrano aumentare di numero e in possesso di armi sempre più potenti, man mano che la battaglia aumenta d'intensità. Un appoggio di massa, insomma (sebbene non si capisce armato da chi)  per appoggiare i gruppi armati sul teatro di quella che potrebbe essere la battaglia finale per il potere nel Paese dell'Africa occidentale, primo produttore mondiale di cacao. C'è chi sostiene, tra gli abitanti della zona vicina alla residenza presidenziale, di aver visto cortei con due-tremila persone a piedi dirigersi verso la casa di Gbagbo, "seguite da decine di veicoli con i fari accesi". 

L'esodo biblico e pallottole vaganti. Gli scontri armati  hanno provocato già molte vittime tra la popolazione civile. Le agenzie hanno dato conto della morte di una funzionaria dell'Onu di nazionalità svedese, uccisa da un proiettile vagante e di un professore di nazionalità francese ucciso nella sua camera di albergo a Yamoussoukro, città a nord ovest di Abidjan dove gli scontri sono stati particolarmente violenti. Il docente, secondo fonti d'informazione francesi, potrebbe essere stato colpito - anche lui - da una pallottola vagante. La guerra civile, intanto, ha dato il via ad un vero e proprio esodo di massa dalla capitale, sia  verso i villaggi all'interno del Paese, ma anche verso Ovest, in direzione del confine con la Liberia e ad Est  verso il Ghana. L'UNHCR ha calcolato che a fuggire non siano meno di un milione di persone. "Negli ultimi due giorni, le Forze repubblicane di Alassane Ouattara sono arrivate nel Sud, conquistando il porto di San Pedro, il più importante porto al mondo per l'esportazione del cacao e luogo nevralgico per l'economia nazionale ivoriana. 

I soccorsi della Caritas. "Qui, nella regione di Gran Gedeh - dice Mike Jurry, direttore di Caritas nel Sud Est della Liberia, uno dei paesi più coinvolti dall'esodo di civili in fuga dai combattimenti - forniamo assistenza a circa 30 mila persone, ma in tutto il paese, dall'inizio della crisi, ne sono arrivate almeno 120 mila. Cibo, acqua ma anche generi di prima necessità, per quanto possibile. All'inizio, tra i mesi di gennaio e febbraio - ha detto ancora Jurry - erano soprattutto donne e bambini ad arrivare, dopo qualche giorno di cammino. Ad attraversare la frontiera, oltre alle donne, sono anche gli uomini, spesso feriti da arma da fuoco". Solo la notte scorsa, 95 uomini si sono presentati presso le locali strutture della Caritas, cercando riparo, "ma temiamo - dice - che i profughi siano molto di più. Le persone che arrivano dai villaggi sono profondamente traumatizzate. Hanno subito delle violenze o si sono visti uccidere dei familiari sotto gli occhi".

"Gbagbo ha le ore contate". "Non credo che Laurent Gbagbo sia capace di resistere più a lungo, con tutte le defezioni nei suoi ranghi. Ha un istinto suicida, s'impegna in una strada senza uscita ed è condannato ad essere cacciato". Lo ha dichiarato alla France Presse una portavoce di Ouattara. "Se vuole darsi alla macchia, sarà trattato come un fuggitivo" ha aggiunto, senza fornire dettagli sulla situazione attuale negli scontri. Intanto, fonti ufficiali della Farnesina ha dichiarato che "tutti gli italiani presenti nel Paese, qualche centinaio, sono in costante contatto con l'ambasciata italiana ad Abidjan". 

"Ouattara golpista fantoccio di Usa e francesi". "Il presidente Gbagbo non ha intenzione di abdicare o arrendersi ad un qualsiasi ribelle - ha dichiarato Alain - Si trova davanti a un colpo di Stato post-elettorale di Alassane Ouattara, che è sostenuto da una coalizione internazionale. Si parla di una guerra ivoriana, ma in realtà c'è un conflitto regionale - ha aggiunto - Ouattara ha l'appoggio di mercenari e soldati venuti dal Burkina Faso e anche dal Mali, dalla Nigeria..". A fianco di questo sostenitori africani, sempre secondo Alain, "c'è una coalizione internazionale guidata dalla Francia e dagli Stati Uniti, che portano equipaggiamento, intelligence e armi. Ouattara è stato presentato come un democratico, ma è un signore della guerra, come noi abbiamo sempre detto", ha aggiunto. 

L'inizio della crisi. Ha origine dalle elezioni del 28 novembre scorso. La vittoria elettorale di Alassane Ouattara, con il 54% dei voti, è stata proclamata il 2 dicembre 2010 dalla commissione elettorale. Ma il giorno successivo, il Consiglio Costituzionale ha invalidato il risultato in sette province, proclamando vincitore il presidente in carica, Laurent Gbagbo, che ha quindi deciso di rimanere al potere. La comunità internazionale ha però riconosciuto la vittoria di Ouattara, che si è inizialmente asserragliato nel Golf Hotel di Abidjan, protetto da 800 dei 10mila caschi blu dispiegati in Costa d'Avorio nell'ambito della missione di pace. Ouattara ha anche nominato primo ministro Guillame Soro, capo dell'ex gruppo ribelle Forze Nuove.

Le continue intimazioni a Gbagbo. Sono quindi iniziate una serie di esortazioni, da parte dell'Unione africana, dall'Onu, dell'UE e dalla Francia (ex potenza coloniale) ed è stata avviata una mediazione, affidata a diversi presidenti africani, che hanno offerto a Gbagbo un'aministia in cambio della sua uscita di scena. Sia dalla Francia, che dagli Stati Uniti e l'Onu, sono giunti inviti perché Gbagbo si facesse da parte e l'Ue ha varato sanzioni nei suoi confronti. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha rinnovato di sei mesi il mandato della missione di pace, ignorando il fatto che Gbagbo avesse intimato ai caschi blu di lasciare il paese. Intimazione inutilmente rivolta anche ai 900 uomini della missione militare francese Licorne, che agisce in maniera distinta ma complementare alle forze di pace dell'Onu. 

Eppure ci furono 30 anni di stabilità. Il paese dell'Africa occidentale è stato un esempio di stabilità dopo i primi 30 anni di indipendenza, con la presidenza di Felix Houphouet-Boigny. La crisi ebbe inizio con il colpo di Stato che nel 1999 rovesciò il successore di Houphouet-Boigny, Henri Bediè. Si accesero così delle rivalità di tipo etnico, peraltro mai manifestatesi prima, tra una maggioranza musulmana al Nord e le comunità cristiane prevalenti nel Sud del paese. 
Gbagbo fu eletto nel 2000, dopo una consultazione elettorale dalla qu ale venne escluso Ouattara (ex primo ministro) per una sua presunta origine straniera. Gbagbo  sopravvisse nel 2002 al colpo di Stato che portò alla guerra civile e alla divisione del paese. Nel 2007 un accordo di pace ha portato al governo i ribelli settentrionali di Guillame Soro, con i quali si è poi alleato Ouattara. Le elezioni presidenziali, svoltesi in due turni a ottobre e novembre, avrebbero dovuto completare il processo di pacificazione, sei rinvii dalla scadenza del mandato di Gbagbo nel 2005.


di CARLO CIAVONIFonte: la Repubblica

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