venerdì 8 aprile 2011

L’ESERCITO MERCENARIO AFRICANO DI GHEDDAFI ESISTE VERAMENTE?

Esperti del continente africano, che conoscono molto bene la situazione libica, sostengono che le storie diffuse dai media occidentali, i quali raccontano che il leader libico, Muammar Gheddafi, si affida anche ai servizi di mercenari di colore provenienti dal Sahara e dall’Africa sub-sahariana, sono una manovra di disinformazione da parte della CIA per alimentare i ribelli libici contro Gheddafi con un’ondata di razzismo. 

Le fonti occidentali "riferiscono" che Gheddafi ha assoldato mercenari di colore africani per la lotta contro i ribelli libici. Il risultato è stato che migliaia di lavoratori neri africani in Libia sono stati attaccati da folle inferocite che hanno creduto alla propaganda occidentale.

Il ruolo del presidente Obama nel sostenere questa macchinazione della CIA per alimentare la rabbia dei ribelli libici non è stato preso bene dalla comunità afro-americana. Un leader attivista afro-americano di Washington ha scritto una e-mail che dichiarava: "non esigete maggiore senso di responsabilità da parte di un presidente nero rispetto ad uno bianco, perché riceverete solo una cosa: niente”.

giovedì 7 aprile 2011

L’ITALIA E LA CRISI LIBICA

1.. Più i giorni passano più la storiella della “guerra umanitaria” contro il dittatore Gheddafi (fino a ieri amico e socio in affari dei belligeranti) si scioglie come neve caduta sulle aride dune dei deserti libici.
Le ultime notizie dicono che, a fronte di un quadro politico e militare a dir poco incerto, crescono le titubanze, i dissensi anche nell’opinione pubblica dei tre Paesi guerrafondai (Francia, USA, e GB), perfino nelle loro espressioni di vertice.
Una importante conferma di tale disagio ci sembra la decisione assunta dall’amministrazione Usa di ritirare le squadriglie aeree dalle operazioni in Libia e di esplorare la via di una mediazione politica.
A poche settimane dall’inizio dei bombardamenti aerei, la situazione, dunque, sembra evolvere in una direzione esattamente contraria a quella sperata da Sarkoszy e soci, ossia verso la ricerca di un cambiamento politico in Libia, concertato fra le parti in conflitto e garantito dalla comunità internazionale. Vedremo.
Peccato, però, che tale evoluzione non l’abbia intuita, colta il governo italiano che, come il solito, sbaglia tempi e proposte.

mercoledì 6 aprile 2011

Costa d'Avorio, l'uscita di scena di Laurent Gbagbo è vicina

Negoziano in maniera febbrile, un incontro via l'altro. Sono militari, diplomatici e religiosi. Stanno lavorando alla soluzione della crisi ivoriana, facilitando l'uscita di scena diLaurent Gbagbo, il presidente golpista che si starebbe preparando ad una resa quasi incondizionata. Questo dicono le ultime in arrivo da Abidjan, peccando forse di partigianeria e ottimismo ma, è notizia di oggi,Gbagbo ha chiesto ufficialmente il cessate il fuoco. A quattro mesi dall'inizio della crisi politica, con il suo rifiuto di cedere il potere ad Alassane Ouattara, considerato dalla comunità internazionale il legittimo vincitore, la posizione del leader golpista non era mai sembrata così debole. Il bollettino di martedì mattina conferma che per l'ex presidente le cose si stiano mettendo male ovunque: i soldati regolari delle Forces de Defense et de Sécurité (Fds, pro-Gbagbo) hanno abbandonato Agnibilekrou e Abengourou (est) ma soprattutto hanno perso  Daloa e Duékoué, nel sudovest, due città dal grande valore strategico, perché al centro della "regione del cacao". Dékoué, in particolare, è un crocevia, per il quale passano le strade che portano alla capitale Yamoussokro, a est, e a San Pedro, a sud, il porto dal quale partono i carichi di cacao. Se si viaggia verso ovest, invece, si arriva al confine con la Liberia: controllare questa strada significa controllare una delle direttrici lungo le quali si muove il flusso di mercenari assoldati da Gbagbo, provenienti dal Paese confinante.

domenica 3 aprile 2011

Guerra libica, la terza via viene da Ankara

Come Ankara ha gestito la crisi libica, adottando una terza via nella quale si è gradualmente ritagliata un ruolo strategico tra le parti in causa, salvaguardando i propri interessi nella regione mediterranea.
Prudenza e tenacia: è la linea diplomatica scelta dalla Turchia per affrontare la crisi libica comincia a dare i suoi frutti. Da principio, Ankara si è opposta – anche con intransigenza retorica da parte del primo ministro Erdogan – alle sanzioni contro il regime di Gheddafi e alla no-fly zone decisa dal Consiglio di sicurezza dell’Onu: ha agitato lo spettro di un nuovo Iraq, ha paventato un neo-colonialismo occidentale dalle ambizioni petrolifere, ha denunciato l’irresponsabile grilletto facile di Sarkozy.

sabato 2 aprile 2011

In Costa d'Avorio sono cannonate



ABIDJAN - "Sparano come pazzi. Anche col cannone. Tremano le pareti. Lo hanno fatto per tutta la notte. Sono chiuso in casa, non ho coraggio di affacciarmi alla finestra. Anche adesso, non accennano a fermarsi un attimo. Hanno attaccato la sede della televisione e stanno facendo la stessa cosa al palazzo presidenziale di Gbabo. Ma io resto chiuso in casa..." E' la testimonianza di Salvatore Zarlengo, un operatore commerciale italiano, da anni ad Abidjan per lavoro, che ha contattato Repubblica.it per dare la sua testimonianza diretta su quanto sta accadendo in Costa d'Avorio. 


Un'altra testimonianza. "Sono arrivati stanotte, verso l'una e mezza. Le cannonate hanno fatto vibrare i palazzi. Ci siamo svegliati di soprassalto. Poi hanno continuato con le mitraglie". E' invece il racconto di padre Dario Dozio, provinciale della società Missioni Africane, alla MISNA 1.
"Lo avevano annunciato e ci sono riusciti - prosegue il religioso- Pare che l'attacco sia partito dai quartieri di Cocody e Plateau, dove c'è la residenza di Gbagbo e il palazzo presidenziale. Il nostro quartiere (Abobo Doumè - Yopougon) è ancora nelle mani dei patrioti e di miliziani non bene identificati", aggiunge il missionario. "Tutt'intorno - continua padre Dozio-  si vedono miliziani armati,  ma che non sembrano appartenere nè all'uno nè all'altro schieramento".

La pace impoverita dall'uranio nei Tomahawk

L'obiettivo dichiarato dell'attacco alla Libia è «proteggere i civili». Ci si attenderebbe, dunque, quantomeno l'uso di armi «pulite», osia prive di «effetti collaterali» a lungo termine. 
Ma soltanto la prima sera di guerra - hanno spiegato gli attaccanti - sono stati sparati 112 missili Tomahawk. Non è un'arma nuova. Anzi, viene usata per la prima volta in Kosovo nel '99 (poi anche in Iraq e Afghanistan). Lo si sa perché sono stati ritrovati i frammenti al suolo, mentre i comandi Nato lo negavano.

Il perché è noto da tempo: il nostro ministero della difesa, per quella guerra, elaborò «un decalogo distribuito a tutti» i soldati italiani, con il seguente ordine: «evitate ogni mezzo o materiale... che possa essere stato colpito da munizioni contenenti uranio impoverito o missili da crociera Tomahawk». Ciò malgrado, parecchi soldati (e soprattutto gli abitanti civili) furono poi vittime di tumori e leucemie.

Italia: produciamo strumenti di guerra di ogni tipologia per il mercato globale

Cannoni, missili, carri armati, fucili, pistole, caccia e bombardieri. Produciamo strumenti di guerra di ogni tipologia per il mercato globale, finanche braccialetti e manette che produco scariche elettriche da 50.000 volt, veri e propri sistemi di tortura per detenuti e migranti. Un business che non conosce crisi e che consente all’industria militare di affermarsi tra le prime cinque produttrici al mondo. Tra il 2008 e il 2009, quando tutti i settori produttivi del made in Italy registravano tassi di crescita negativi, l’export di armamenti è cresciuto del 74%. Un mercato che si caratterizza per essere tre volte criminale e criminogeno. Perché genera morti in ogni angolo della terra, orami quasi sempre e solo vittime civili ed innocenti, donne, bambini. Perché divora enormi risorse economiche-finanziarie e naturali, depauperando il pianeta e condannando inesorabilmente miliardi di persone alla fame e al sottosviluppo. Perché gli immensi profitti si dividono tra una ristretta minoranza di attori, manager, industriali, generali, politici, trafficanti (o più prosaicamente “mediatori”) e l’immancabile corte di faccendieri in odor di mafia.

venerdì 1 aprile 2011

L'ombra dell'Opus Dei sui Concorsi universitari truccati

C'era una rete che gestiva i concorsi universitari in tutta Italia, quelli finiti al centro del nuovo scandalo giudiziario. Numerose telefonate intercettate dalla finanza parlano di accordi presi da noti docenti, che perfezionavano i loro disegni in occasione di incontri in "circoli chiusi" e nell'ambito di congressi nazionali. E per la prima volta negli atti della guardia di finanza si parla del ruolo dell'Opus dei, i cui membri tenevano i fili della rete nella quale avvenivano gli scambi reciproci.


Mercoledì mattina i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria hanno eseguito perquisizioni a casa, negli studi legali e negli uffici universitari di 22 professori, portando via una gran quantità di carte necessarie a verificare l'ipotesi degli investigatori: e cioè l'esistenza di un'organizzazione dedita alla manipolazione dei concorsi universitari (in diritto pubblico comparato, costituzionale e canonico ed ecclesiastico). Per questo a carico dei 22 indagati si ipotizzano i reati di associazione a delinquere, finalizzata alla corruzione, abuso d'ufficio e falso ideologico.

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