lunedì 21 febbraio 2011

Libia, il serbatoio di petrolio italiano fallirà?

Saif al Islam, il figlio del leader libico Muammar Gheddafi
La Libia è in fiamme. Le proteste, sfociate in disordini a causa della violenta repressione compiuta dalle forze di sicurezza libiche, erano scoppiate a Bengasi, importante città portuale nella Libia orientale. Paradossalmente potrebbe essere stato lo stesso Gheddafi ad accelerare la sua fine ed a mettere a rischio le sorti del regime arrestando alcuni oppositori come misura preventiva per evitare che le forze di opposizione si organizzassero.
La mossa del leader libico era avvenuta alla luce dei venti di ribellione che spiravano dalla Tunisia e dall’Egitto. Nelle settimane passate, Gheddafi aveva espresso il proprio appoggio sia al presidente tunisino Ben Ali che a quello egiziano Hosni Mubarak.

La manifestazione per chiedere la liberazione dell’attivista Fathi Terbil, a Bengasi era stata duramente repressa dalla polizia il 16 febbraio. Gli scontri si erano conclusi con numerosi arresti. Ma questa repressione ha avuto l’effetto di alimentare le proteste, poi risoltesi in una vera e propria guerriglia dopo che la brutale reazione delle forze di sicurezza ha provocato i primi morti.
Nel frattempo Gheddafi aveva organizzato manifestazioni a favore del regime nella capitale Tripoli, in un ulteriore tentativo di indebolire e isolare la sollevazione scoppiata nella parte orientale del paese, la quale però da Bengasi si è estesa ad altre città.
La Cirenaica, la regione orientale in cui sono scoppiate le proteste, è tradizionalmente il punto debole del regime libico. Essa era la roccaforte della monarchia rovesciata dall’allora ventisettenne Gheddafi nel 1969.
La Libia, un paese prevalentemente desertico la cui popolazione (circa sei milioni e mezzo di abitanti) è concentrata nelle città della fascia costiera, è costituita da tre province, Tripolitania, Cirenaica, e Fezzan, che storicamente hanno avuto tenui legami tra loro.
Dopo essere stata un possedimento coloniale italiano, la Libia era rientrata nella sfera d’influenza delle potenze europee uscite vittoriose dal secondo conflitto mondiale. Nei primi anni del dopoguerra, era stata la Gran Bretagna a controllare le province costiere della Tripolitania e della Cirenaica, mentre la Francia aveva stabilito il proprio controllo sul Fezzan. Poi, nel 1949 una risoluzione dell’ONU aveva stabilito che le due potenze coloniali avrebbero dovuto evacuare il paese.
Sebbene vi fossero profonde divergenze fra le componenti tribali delle tre province, e soprattutto interessi contrastanti fra la Tripolitania, dove era prevalente una cultura di tipo urbano, e la Cirenaica, dove una fitta rete di confraternite mistiche regolava una società di tipo eminentemente tribale, a livello internazionale fu preferita la soluzione unitaria, e Sayyid Idris, leader della confraternita sanusiyya che poco tempo prima si era autoproclamato emiro della Cirenaica, divenne re di Libia nel 1950, un anno prima della proclamazione dell’indipendenza del paese.
Fu così che la sanusiyya, una confraternita che aveva avuto la sua ragion d’essere nel contesto della società tribale della Cirenaica, fu trasformata in una dinastia regnante su tre regioni scarsamente legate tra loro.
La scoperta del petrolio avvenuta nel 1959 cambiò profondamente l’economia e l’organizzazione sociale tradizionale della Libia. Gli antichi legami tribali persero di importanza di fronte ad una progressiva urbanizzazione della popolazione. La monarchia, filo-occidentale in politica estera, ed allineata con il blocco conservatore e tradizionalista della Lega Araba (che includeva monarchie come l’Egitto, l’Arabia Saudita, l’Iraq e la Giordania), e legata agli antichi valori e privilegi tribali sul fronte interno, non seppe adeguarsi a questa rapida evoluzione, e facilitò ai militari guidati dal giovane Gheddafi il compito di impadronirsi del potere raccogliendo consensi nella società, ed imponendo un’ideologia socialista di impronta panaraba.
Tuttavia il legame tra la Tripolitania, che ha ricavato i maggiori benefici dall’ascesa al potere del nuovo regime ed è divenuta la sua roccaforte, e la Cirenaica più scarsamente popolata e maggiormente ancorata ai valori tribali, è rimasto problematico.
Questi fatti possono aiutare a chiarire alcune affermazioni contenute nel recente discorso di Saif al-Islam, secondogenito di Gheddafi, solitamente considerato l’esponente più riformatore e liberaledel regime.
Apparendo sulla televisione di Stato libica, Saif al-Islam ha ammonito che la Libia potrebbe scivolare in una guerra civile, affermando che si starebbe sviluppando un movimento separatista. “Vi sono gruppi che vogliono stabilire uno Stato nella Libia orientale”, ha affermato il figlio del leader libico.
“Se la Libia dovesse dividersi”, ha proseguito Saif, “le diverse parti non saranno in grado di spartirsi il petrolio, e ciò causerà ulteriori spargimenti di sangue”. Egli ha ribadito ancora che “se la Libia dovesse dividersi, potrebbe trasformarsi in una serie di piccoli Stati; la Libia non è una società basata sulla politica dei partiti, ma una società di clan e tribù”.
Egli ha anche ammonito l’Occidente che le esportazioni di petrolio si fermeranno, e che le compagnie petrolifere straniere dovranno lasciare il paese.
Ma nello stesso discorso egli ha minacciato i libici: “Preparatevi al colonialismo. Pensate forse che l’Europa, la NATO e gli USA accetteranno un emirato islamico nel mezzo del Mediterraneo? L’Occidente e l’Europa non permetteranno che il caos regni in Libia”.
Va detto però che diversi analisti arabi hanno definito il discorso di Saif al-Islam un “discorso disperato” da parte del figlio di un dittatore che sta cercando di ricattare il popolo libico minacciando un bagno di sangue ancora più terribile (già adesso le vittime sarebbero centinaia, secondo le frammentarie notizie che giungono dal paese) da un lato, e di intimidire l’Occidente agitando lo spettro di un paese sprofondato nel caos dall’altro.
Anche alcune voci del movimento di opposizione hanno smentito Saif al-Islam. Un leader locale dei Fratelli Musulmani ha dichiarato che le affermazioni di quest’ultimo riguardanti un emirato islamico nella parte orientale del paese sono completamente false, e che il popolo libico, malgrado le differenze esistenti al suo interno, è unito contro un regime che sperpera le ricchezze del paese lasciando in uno stato di povertà gran parte della popolazione. Voci analoghe sono giunte dalla città di Bengasi (in Libia prevale un Islam tradizionalista, e i movimenti islamici militanti non sono mai stati molto forti).
Nel frattempo, se la tribù Al- Zuwayya (una delle tribù della Libia orientale) ha minacciato che bloccherà le esportazioni di petrolio qualora le violenze del governo dovessero continuare, anche la tribù Al-Warfalla, una tribù che invece vive a sud di Tripoli, ha invitato il leader libico a lasciare la Libia. Cinquanta figure di spicco della parte occidentale del paese, fra dotti religiosi, intellettuali, e leader tribali, hanno firmato un appello in cui si chiede ad ogni musulmano affiliato al regime di riconoscere che l’uccisione di vittime innocenti è proibita da Dio e dal profeta Muhammad.
Intanto gli scontri hanno raggiunto la capitale, e si sono registrate anche importanti defezioni nell’esercito, che lungi dall’essere un’istituzione monolitica come le forze armate egiziane, è organizzato secondo linee tribali. Anche per questa ragione sembra che il regime abbia fatto ricorso a mercenari sub-sahariani per reprimere le rivolte.
Dopo quello tunisino e quello egiziano, anche il regime libico sembra essere ormai sul punto di crollare, ultimo tassello di un impressionante effetto domino che nell’arco di poche settimane sta cambiando radicalmente il volto del Medio Oriente e del Mediterraneo.
La Libia è il primo paese africano per riserve petrolifere, un paese governato da un regime con cui l’Italia ha (incautamente) stretto importantissimi rapporti economici (essendo fra l’altro il primo importatore di petrolio libico), ed a cui ha delegato il contenimento dei flussi migratori, malgrado la scarsa considerazione che tale regime ha per i diritti umani (come confermano drammaticamente le brutalità commesse dalle sue forze di sicurezza in questi giorni).
Questo paese sembra ora dirigersi verso l’ignoto, mentre la gente continua a morire per le strade a causa di quelli che potrebbero essere gli ultimi sussulti di un regime agonizzante.

di Redazionemedarabnews
Fonte: medarabnews

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