domenica 20 febbraio 2011

Il sangue che sta scorrendo non salverà Gheddafi

I violenti scontri di questa settimana tra le forze di sicurezza libiche e i manifestanti, che hanno ucciso ormai oltre 100 persone e ne hanno ferite moltissime altre a partire da martedì scorso, assomigliano molto a un’altra rivolta araba. Per alcuni osservatori, il navigato leader di questo paese ricco di petrolio, Muammar Gheddafi, improvvisamente appare vulnerabile proprio come lo furono il presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali e quello egiziano Hosni Mubarak durante i moti che alla fine li hanno spodestati.
Ma rovesciare il più longevo dittatore della regione dopo 41 anni di potere richiederà una dimostrazione di forza ben più grande di quella che i manifestanti sono stati finora in grado di mostrare. In questo sforzo, essi potrebbero avere pochi alleati su cui contare: non i militari del paese, molti dei quali sono fedeli a Gheddafi, e neanche i leader occidentali, che hanno molto da perdere da una grande sollevazione in Libia.

Centinaia di dimostranti pro-Gheddafi hanno marciato nella capitale Tripoli negli ultimi giorni, agitando i poster del fraterno Leader – come Gheddafi è conosciuto in patria. E finché le proteste anti-governative rimarranno per lo più confinate alle città a centinaia di chilometri a est di Tripoli, Gheddafi apparirà ancora in sella, governando dalla sua tenda nel deserto alla periferia della città. “Ciò è significativo, in quanto queste sono le più estese proteste che abbiamo mai visto”, ha dichiarato sabato al TIME, dal Cairo, Heba Morayef, ricercatrice di Human Rights Watch per la regione – l’organizzazione ha stimato che ci siano stati 99 morti in questa settimana. “Ma fino a quando non ci saranno grandi manifestazioni a Tripoli, le proteste non costituiscono una minaccia diretta per Gheddafi”.
Ma le proteste di questa settimana sono diverse da tutte quelle a cui ha assistito Gheddafi dal momento in cui prese il potere nel 1969 con un golpe incruento, quando era un ventisettenne ufficiale dell’esercito; le più recenti proteste di una certa entità, nel 2006, sono state più brevi e più contenute. Improvvisamente venerdì, migliaia di persone, tra cui avvocati e giudici, si sono accampate fuori dal tribunale nella seconda città più grande della Libia, Bengasi, dove le proteste erano iniziate martedì scorso, solo per essere attaccate dalle forze speciali sabato mattina presto, secondo l’Associated Press (AP). A partire da mercoledì, le manifestazioni si erano propagate ad altre quattro città della Libia orientale. La milizia filogovernativa ha combattuto feroci battaglie contro i dimostranti a Bengasi e in un’altra città orientale, al-Baida, venerdì, secondo testimoni citati dall’AP. Altri scontri si sono verificati quando le persone di un corteo funebre hanno dato fuoco ad alcune stazioni di polizia ad al-Baida dopo aver seppellito 15 manifestanti uccisi giovedì dalle forze di sicurezza. E sabato, secondo l’AP, alcuni cecchini hanno aperto il fuoco sulle persone presenti a un funerale per piangere la morte di alcuni manifestanti, lasciando almeno altri 15 morti e molti feriti sul terreno.
La dura repressione dei mezzi di informazione rende difficile valutare se gli scontri siano l’inizio di una vera rivoluzione o solo una dimostrazione di dissenso che sarà repressa dal regime. In netto contrasto, ad esempio, con il Bahrain, dove decine di giornalisti stranieri stanno coprendo le proteste, i mezzi di informazione sono quasi del tutto tagliati fuori dalla Libia, e devono basarsi sui traballanti video dei telefoni cellulari o sui messaggi di testo caricati su Twitter e Facebook per decifrare ciò che sta accadendo; sabato, il governo ha bloccato l’accesso a Internet in tutto il paese. Decine di libici hanno contattato la redazione di Al Jazeera, che ha diffuso a partire da martedì numerosi racconti, anche se non è in grado di verificare le informazioni. Venerdì notte, Mohammed El-Berqawy, un ingegnere di Bengasi, ha riferito ad Al Jazeera che “decine di persone stanno morendo oggi a Bengasi”. “Il muro della paura è crollato”, ha urlato al telefono mentre era in onda, raccontando in lacrime il caos dilagante in questa città portuale del Mediterraneo. “Dove sono le Nazioni Unite? Forse Gheddafi ha corrotto anche loro con i suoi milioni?”.
La domanda di El-Berqawy mette in evidenza un ostacolo cruciale per coloro che cercano di porre fine al regime di Gheddafi: l’immensa ricchezza della Libia. Con 30 miliardi di barili di riserve petrolifere nel paese – equivalenti a circa 3.000 miliardi di dollari al prezzo corrente del greggio – Gheddafi è seduto su una montagna di denaro. Le vaste riserve di valuta straniera della Libia, stimate in circa 160 miliardi di dollari, si sono a mala pena ridotte nel corso della recessione globale. Circa 100 compagnie petrolifere, tra cui Chevron ed ExxonMobil, si sono precipitate nel paese da quando le sanzioni USA contro la Libia sono state abrogate nel 2006. Proprio mentre le prime proteste stavano avendo inizio la scorsa settimana, il colosso energetico russo Gazprom ha firmato un importante accordo sul gas in Libia.
Fino a questo momento, l’enorme afflusso di nuova ricchezza in Libia non ha creato una nuova classe media che chiede diritti minacciando il regime di Gheddafi. Eppure ha provocato profonde divisioni fra gli alti funzionari libici – e anche all’interno della stessa famiglia di Gheddafi. Ciò potrebbe offrire ai manifestanti anti-governativi la loro carta migliore per scalzare il leader libico, e porre fine al suo bizzarro stile di governo esercitato attraverso i Comitati rivoluzionari.
Il secondogenito di Gheddafi, Saif al-Islam, è il favorito dell’Occidente per succedere al padre, e ha fortemente spinto a favore di un’economia aperta e liberale, e di una maggiore libertà personale – suscitando l’ira del fratello Mutassim, che è consigliere per la sicurezza nazionale della Libia, e, in alcuni casi, facendo infuriare persino suo padre. Quando mi sono recata in visita da Saif  nella sua casa di Tripoli lo scorso anno, egli mi ha detto che i libici vogliono diritti umani di stampo occidentale. “Essere contro questo, vuol dire essere idioti”. Il potere emergente di Saif ha portato i suoi alleati politici a chiedere maggiori aperture; i suoi alleati includono il boss del petrolio libico, Shokri Ghonem. Ma in un’intervista a Tripoli l’anno scorso, Ghonem ha detto che molti funzionari avrebbero combattuto contro il tentativo di concedere ai cittadini maggiori diritti politici. “Ci sono un sacco di persone per le quali le riforme non rientrano nel loro interesse personale”, mi disse. “Non sarà una passeggiata”. Alla luce dello spargimento di sangue di questa settimana, l’osservazione di Ghonem sembra un avvertimento premonitore.

di Vivienne Walt 
Vivienne Walt è corrispondente del Time Magazine dal 2003; è stata inviata in Iraq, Africa ed Europa; ha seguito le principali questioni mediorientali e dei paesi asiatici.
Traduzione di Medarabnews

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