mercoledì 16 febbraio 2011

Egitto, la rivoluzione modello


Dopo 30 anni incontrastati al potere e 18 giorni di resistenza, Mubarak lascia. Dopo la rivolta tunisina cosa significa questa vittoria del popolo egiziano per il mondo arabo?
E' una vittoria molto importante perché è avvenuta rapidamente e senza grossi spargimenti di sangue. Gli egiziani sono molto fieri di questo. A noi giornalisti europei dicono spesso: “Vedete ? Abbiamo vinto e lo abbiamo fatto pacificamente. Le uniche nostre armi sono stati gli slogan e la determinazione”. Ci sono stati certo circa 300 morti uccisi nella calca o a causa della repressione poliziesca ma è una perdita minima rispetto ai milioni di persone che hanno inondato la piazza per oltre venti giorni. Da questo punto di vista non c'è stata alcuna violenza da parte della popolazione, ecco perché questa rivoluzione servirà da modello ad altre realtà, soprattutto nel mondo arabo. 

Com'è la situazione adesso nelle strade del Cairo? 
La piazza Tahrir è stata riaperta alla circolazione anche se migliaia di persone continuano a manifestare ed a stazionare al centro della piazza. Anche la principale radio dei manifestanti, Radio Resistenza, continua a diffondere i suoi programmi da quella che è diventata il simbolo della rivoluzione egiziana. Di giorno comunque la piazza Tahrir ha ripreso a vivere normalmente mentre di notte si riempe di giovani che festeggiano fino a tardi. La situazione è comunque molto particolare. Girando per le strade del Cairo per il nostro reportage sul dopo-Mubarak ci rendiamo conto che oramai le forze pro-Mubarak si sono arrese ed hanno posto tutta la propria fiducia nelle mani dell'esercito. Una fiducia basata sul fatto che quest'ultimo ha tenuto un comportamento esemplare durante i convulsi giorni che hanno portato alla caduta di Mubarak. Molti soldati sono passati dalla parte dei manifestanti e quando i carri armati sono arrivati nelle strade del Cairo si sono posizionati nei punti nevralgici della città senza mai sparare o attaccare la popolazione. L'esercito ha tenuto un comportamento corretto ed è dunque rispettato dalla popolazione. Il potere di transizione che gli è stato conferito oggi è largamente accettato dalla popolazione civile. Forse a noi europei ed occidentali questa situazione può sembrare paradossale. Ma qui, dopo tutto quello che è accaduto, nessuno nutre dubbi sul fatto che ci sarà un referendum, delle elezioni democratiche e che il potere sarà trasferito nuovamente nelle mani dei civili. 

Proprio una delle chiavi del successo della rivoluzione è stata la neutralità dell'esercito. Esiste il pericolo che l'esercito possa avere un ruolo predominante nel futuro politico dell'Egitto? 
L'esercito è presente sulla scena politica egiziana da trent'anni. Non bisogna dimenticare che Mubarak era un generale dell'esercito. L'esercito fa parte della storia dell'Egitto ed ha in qualche modo sempre garantito il rispetto delle leggi in vigore. Qui in Egitto l'esercito non è mai stato percepito come una forza d'occupazione. Ed è per questo che la popolazione non teme la sua presenza per le strade. L'esercito è percepito come una forza neutrale. Mi ha colpito, pochi giorni fa, vedere una delegazione di cyber-dissidenti incontrare quadri dell'esercito per discutere di riforme. Una scena altamente simbolica in quanto sono stati questi due gli attori principali dei recenti eventi politici d'Egitto.

Molti paesi, Israele in testa, temevano l'ascesa al potere dei Fratelli Musulmani, una delle principali forze di opposizione. Ma i gruppi integralisti per ora tacciono. 
In effetti tutti si aspettavano un'improvvisa ascesa dei Fratelli Musulmani dopo la caduta di Mubarak. Ma la questione è stata utilizzata volutamente come uno spauracchio, soprattutto nei confronti degli Stati Uniti e dell'Europa. Lo stesso Mubarak l'ha utilizzata in tal senso. E' come se volesse dire all'Occidente: “Finché ci sono io al potere, posso garantirvi che non ci sarà né caos né i Fratelli Musulmani”. Ma la realtà è che i Fratelli Musulmani sono rimasti prudentemente in disparte, hanno scelto cioè un profilo basso, pur partecipando ai movimenti di massa della popolazione egiziana. Sicuramente non è nel loro interesse esporsi adesso in quanto questo è un periodo di transizione. Ma è certo che si preparano a presentare dei candidati alle prossime elezioni che avranno luogo tra circa 6 mesi. Tra i manifestanti abbiamo intervistato anche esponenti dei Fratelli Musulmani ma questi ultimi prima che tali preferiscono definirsi come “normali cittadini egiziani ”. Questo però pone un altro problema, quello della leadership. Attualmente non ce n’è una in particolare. Anche i blogger ed i cyber-dissidenti, che hanno partecipato attivamente alle proteste, rifiutano di considerarsi come i leader di questa rivoluzione. 

Olivier Roy, specialista del mondo arabo, dalle colonne di Le Monde ha parlato di rivoluzione post-islamica. Ha detto cioè che questa nuova generazione si muove oramai in uno spazio secolare perché non vede nell'Islam un'ideologia politica in grado di creare un ordine migliore. 
I giovani che hanno condotto questa rivoluzione sono internauti dissidenti, cresciuti cioè comunicando sul web attraverso Facebook, Twitter o Youtube e sfidando la censura di regime. Quando Mubarak ha bloccato Facebook ha impedito a circa 4 milioni di utenti di comunicare tra di loro. Si tratta di una massa di giovani molto reattiva che ha una visione globale degli eventi politici in quanto, muovendosi in rete, non possiede una specifica frontiera nazionale. Questi giovani poi, essendo liberi di farsi un'idea della realtà leggendo giornali in rete difficilmente possono essere fagocitati da gruppi integralisti e/o religiosi che sono abituati ad agire capillarmente su un determinato territorio ma non su internet che non ha praticamente frontiere. Dal punto di vista politico poi si tratta di una massa critica completamente incontrollabile che ha finito per provocare la caduta del regime di Mubarak in quanto le autorità egiziane potevano in passato vietare assembramenti e eliminare fisicamente i dissidenti ma con l'avvento di Internet ed i social network, nonostante i tentativi di censura, quest'operazione si è rivelata impossibile. Ecco perché molti hanno definito le rivoluzioni egiziane e tunisine come “rivoluzioni su internet” perché è a partire da questo mezzo che è nata la contestazione, lo scambio di informazioni e l'organizzazione fisica delle proteste di strada. Ma questi giovani non guardano certo all'Islam come ad un'ideologia politica. Questa poteva essere la visione dei loro padri. Questi giovani sono proiettati verso un futuro ancora tutto da definire. Ecco perché la rivoluzione egiziana può essere presa a modello anche da altri paesi fuori dal contesto arabo. Penso alla Birmania per esempio. Quest'ultima infatti possiede una massa critica di blogger e di cyber-dissidenti tale da poter provocare, come in Egitto, la caduta di quel regime. 

Quale lezione per l'Europa e gli Stati Uniti dalla rivoluzione egiziana ? Non si è forse sottovalutata la capacità di rivolta dei popoli arabi?
In Europa e negli Stati Uniti almeno gli specialisti sapevano che nel mondo arabo si viveva già in una sorta di schizofrenia. Da un lato le televisioni satellitari, internet, i blog, Facebook, dall'altro contesti politici caratterizzati da regimi dittatoriali o teocratici che propinano concezioni medievali della società. Ciò che ha lasciato sorpreso forse i leader occidentali è la velocità con la quale questi cambiamenti hanno avuto luogo ma anche la determinazione con la quale, ad esempio, il popolo egiziano è rimasto in piazza fino ad ottenere che Mubarak lasciasse il potere. Questo nessuno - neanche i maggiori specialisti del mondo arabo-musulmano - lo aveva previsto. In realtà è stato come accendere una polveriera. La Tunisia ha dato il ‘la’, l'Egitto ha seguito. Forse poi sarà la volta dell'Algeria e chissà forse del Marocco o dell'Iran. Gli internauti egiziani già istruiscono i loro omologhi algerini su come condurre in porto la rivoluzione. Le consegne passano, ovviamente, attraverso la rete. 


Intervista a Sophie Rosenzweig di Marco Cesario
Sophie Rosenzweig, reporter di guerra per la televisione franco-tedesca Arte e specialista del Medio Oriente e del mondo arabo-musulmano, analizza dal Cairo gli scenari politici che si aprono nel dopo-Mubarak e l'impatto degli eventi egiziani su altri paesi del mondo arabo.
Fonte: MicroMega

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