mercoledì 9 febbraio 2011

Ecco perchè ce ne andiamo

Stipendi bassi, lavoro precari, zero prospettive per il futuro“: è tanto preciso quanto inquietante il quadro che l’ultimo rapporto Inca-Cgil traccia sui motivi che spingono decine di migliaia di giovani a lasciare l’Italia. Un fenomeno che il rapporto definisce in continua -e preoccupante- crescita. Quattro milioni sono gli italiani residenti all’estero, due terzi dei quali vi sono emigrati: l’incremento dei laureati iscritti all’Aire è stato pari al 53,2% in soli cinque anni, tra il 2001 e il 2006. Ma i calcoli, ammette il rapporto, sono ampiamente per difetto, probabilmente di un buon 50%.
Fanno impressione anche le differenze di stipendio: nel 2006 un ricercatore italiano guadagnava nel Belpaese circa 36.200 euro l’anno, contro i 50.800 di un inglese e i 56mila euro di un tedesco.
Contrariamente a quanto si pensa, se la passano più o meno allo stesso modo -proporzionalmente- le altre categorie professionali:  all’estero un laureato guadagna tra i 2000 e i 2300 euro netti, contro una forbice 1200-1600 euro per i laureati che vivono nel Belpaese.
Come spiega un articolo de Il Sole 24 Ore, “per un giovane laureato i salari d’ingresso nel mercato del lavoro sono oggi pari -in termini reali- a quelli di 30 anni fa”. Come se non fosse successo nulla, come se l’Italia non fosse mai cresciuta (seppur di poco, soprattutto in anni recenti).
Così partono. “La Nazione”, quotidiano di Firenze, racconta la storia dei dodici migliori studenti dell’Ateneo locale, descrivendoli in modo inequivocabile. “Bravi, determinati e pronti a partire per l’estero, se nel nostro Paese non dovessero trovare un impiego soddisfacente“. Spiega Camilla Ceccarelli, 23enne laureata in Disegno Industriale: “Nonostante la laurea a tempo di record, e una media del 29.5 nelle votazioni, sto incontrando difficioltà. Ho fatto venti colloqui, ma per ora nessun contratto in vista“.
E quando vanno via, trionfano: un articolo per “La Stampa” di Riccardo Lattanzi spiega come come ben due giovani italiani siano stati inclusi nella classifica dei “Brilliant 10″ della rivista “Popular Science”. Si tratta di Maurizio Porfiri, 34 anni, ingegnere e assistant professor alla New York University, e Chiara Daraio, 32 anni, a capo di un gruppo di ricerca del Caltech, che sta realizzando tecniche ultramoderne per le ecografie. Amara la conclusione del discorso di Chiara: “In Italia non avrei mai le opportunità che mi offrono gli Usa, soprattutto alla mia età“. Un’altra scienziata italiana, informa il sito Italiah24, ha scoperto -sempre negli Stati Uniti- la proteina che rafforza la memoria. Si chiama Cristina Alberini: è finita addirittura in prima pagina, sulla prestigiosa rivista “Nature”.
In tema di accademia: Giuseppe Bedeschi annotava con amarezza, sulle pagine del “Corriere della Sera”, che a livello di università produciamo meno laureati del Cile (!) Nei nostri atenei si laurea solo il 32,8% degli iscritti, mentre i migliori scelgono -potendo- gli atenei privati. Con un conseguente declino di quelli pubblici. Un gradino più sotto, l’Italia -dati Ue- resta molto al di sopra della media comunitaria per gli abbandoni scolastici: siamo al 19,2%, contro una media del 14,4%. Fanno peggio di noi solo Malta, Portogallo e la Spagna.
In tema di innovazione: la Commissione Europea ha reso noto l’annuale “Scoreboard”, che vede il nostro Paese ancora una volta nel gruppo dei cosiddetti “innovatori moderati”, dietro persino al Portogallo. Lontani anni luce i Paesi “leader dell’innovazione” (Svezia, Danimarca, Finlandia, Germania), ci facciamo battere persino da Cipro, Estonia e Slovenia. Ad affossarci sono i modesti investimenti delle imprese in ricerca e sviluppo, gli scarsi legami e sinergie tra le aziende, i pochi investimenti nell’innovazione non strettamente legata alla R&S. Ma anche i pochi laureati nella fascia 30-34 anni, la scarsa presenza di “dottori” extracomunitari, l’inesistenza o quasi del venture capital.  I soliti problemi, insomma, aggravati da “mancate liberalizzazioni, e dalla carenza di una politica per stimolare la concorrenza e la competitività nel settore dei servizi innovativi“, come denuncia a “Il Sole 24 Ore” Ennio Lucarelli, di Confindustria.
Intanto emigrano: sull’onda di una disoccupazione giovanile al 29%, sull’onda di una crisi che nel 2009 ha tagliato i redditi del 2,7% (la prima volta dal 1995…), sempre più giovani lasciano il Paese. Un recente grido d’allarme è arrivato dalla Puglia. “Negli ultimi anni è ripresa l’emigrazione verso il Nord e verso l’estero“, denuncia il presidente del Consiglio Regionale Onofrio Introna. Che ha aggiunto: “è un fenomeno che riguarda soprattutto i più giovani e i più qualificati. E che preoccupa, oltre ad impoverire il patrimonio di forze migliori“. Basta un dato: il 45% dei giovani pugliesi che si laureano lascia la regione. In modo quasi sempre definitivo.

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