martedì 15 febbraio 2011

Avevano una “proprietà privata” che chiamavano Egitto


Nell’Egitto di Mubarak, appena un migliaio di famiglie controllava gran parte dell’economia nazionale; la rete clientelare del regime considerava l’Egitto come il proprio feudo.
Dietro l’ostinazione di Hosni Mubarak e gli assalti dei suoi tirapiedi contro i pacifici dimostranti di Piazza Tahrir vi era molto di più della semplice politica. Era anche una questione di soldi. Il rais e la sua cerchia per lungo tempo hanno trattato l’Egitto come il loro feudo, e le risorse egiziane come un bottino da spartirsi.
Con un indiscriminato programma di privatizzazione, Mubarak e i suoi si appropriarono di redditizie imprese statali e di vaste aree di terreno pubblico. Un ristretto gruppo di uomini d’affari si  impadronì delle attività pubbliche e acquisì il monopolio di settori di produzione strategici come quelli del ferro e dell’acciaio, del cemento e del legno. Mentre il capitalismo clientelare prosperava, industrie locali che un tempo rappresentavano la spina dorsale dell’economia andavano in rovina. Allo stesso tempo industrie del settore privato pericolose per l’ambiente, come quelle delle ceramiche, del marmo e dei fertilizzanti, si sono sviluppate senza una vera regolamentazione a spese della salute dei cittadini.


Un’élite economica molto circoscritta, assumendo il controllo della produzione orientata ai beni di consumo e delle importazioni, ha accumulato una notevole ricchezza; fanno parte di questa cerchia amministratori di compagnie estere che detengono l’esclusiva per l’importazione di materiale elettronico, cavi elettrici e automobili, ma anche impresari edili artefici di un vero e proprio boom nell’ambito degli immobili di lusso (quartieri residenziali e resort esclusivi). Molte di queste costruzioni sorgono su suolo pubblico acquistato a prezzi irrisori, senza gare d’appalto ufficiali.       
É stato calcolato che circa mille famiglie abbiano il controllo di vaste aree dell’economia egiziana. Quest’élite capitalistica ha cercato di consolidare il proprio potere e la propria ricchezza con l’acquisizione di cariche istituzionali. Il Partito Nazionale Democratico (NPD) era il canale principale per questa commistione: l’alleanza fra business e politica è diventata evidente negli ultimi anni, quando diversi uomini d’affari hanno assunto incarichi ministeriali nonostante il palese conflitto d’interessi.      
Mubarak presiedette a questo processo di trasferimento della ricchezza nazionale nelle mani di pochi privati, mentre la maggioranza della popolazione diveniva sempre più povera, il 40% degli egiziani era al di sotto della soglia di povertà guadagnando di 2 dollari al giorno, il tasso di disoccupazione cresceva e le opportunità di lavoro per i giovani erano inesistenti. Negli ultimi mesi del 2010, gli egiziani protestarono a favore un aumento del minimo salariale a poco meno di 240 dollari mensili, ma il governo di Nazif, ora destituito, decretò che meno di 100 dollari erano uno stipendio di base adeguato; questo, in un momento in cui il rincaro dei prezzi dei beni di prima necessità e dei servizi pubblici era a livelli altissimi. Infatti, come affermò un economista locale, ogni singolo prodotto e servizio costava decisamente di più durante il governo Nazif (il governo della finanza che ha messo fine alla tassazione progressiva e l’ha sostituita con un’imposta unica sul reddito).
Inoltre il settore pubblico fu sottoposto a una privatizzazione ben occultata, rendendo la sanità e l’istruzione servizi inaccessibili per vasti segmenti della popolazione. Molte famiglie indigenti furono costrette a rinunciare all’istruzione dei figli e a mandarli a svolgere lavori umili per contribuire al sostentamento del nucleo familiare. L’investimento pubblico in questo campo e in infrastrutture come strade, reti idriche e fognarie era molto scarso. Nel corso del primo decennio del 2000, in Egitto la gente comune è scesa in piazza più volte per chiedere sovrappassi sulle strade a scorrimento veloce, e acqua potabile nelle città e nei villaggi.    
Le legittime richieste degli egiziani furono represse e negate, e il regime utilizzò la forza  pubblica per controllare il popolo. Sotto le leggi di emergenza, la polizia acquisì ampi poteri e venne impiegata per monitorare movimenti e umori della popolazione. Torture e abusi nelle stazioni di polizia divennero ordinaria amministrazione. Posti di blocco e di controllo entrarono a far parte della quotidianità degli egiziani. Sotto la dilagante corruzione, i responsabili dell’ordine pubblico praticarono l’estorsione e offrirono i loro servizi ad interessi privati.    
L’Egitto è stato governato come una proprietà privata. I parenti di Mubarak sono coinvolti in questo giro d’affari clientelare, in quanto soci della maggior parte degli affaristi che hanno beneficiato della corruzione del regime. Questi beneficiari non vogliono abbandonare i loro palazzi e resort di lusso, né le loro remunerative attività e gli ingenti patrimoni: si tratta di beni fissi che non potrebbero essere trasferiti all’estero, anche se si deve sottolineare che le èlite al governo hanno trasferito gran parte dei loro fondi in banche straniere. Nonostante ciò, è proprio l’Egitto-proprietà privata che questi uomini d’affari non vogliono lasciare, e per questo motivo hanno schierato i loro tirapiedi a Piazza Tahrir per terrorizzare la popolazione. 
Si tratta di una tattica che il Partito Nazionale Democratico aveva già usato in molte occasioni. Durante le elezioni nazionali per l’Assemblea del Popolo e per il Consiglio della Shura, simili scagnozzi erano stati ingaggiati per intimidire gli elettori e permettere la manipolazione dei risultati. A ogni protesta popolare, la polizia ha sguinzagliato le sue guardie contro i manifestanti, permettendo ogni forma di intimidazione, incluse le molestie sessuali contro le donne. Queste guardie sono diventate parte della polizia e sono state utilizzate come informatori nei quartieri popolari della città. Le sentinelle del regime in cambio ottenevano licenze per aprire chioschi o gestire servizi di trasporto come i minibus. Si può dire che, da decenni fino a oggi, il regime abbia adottato la violenza per restare al potere e proteggere gli interessi dell’élite. Di fronte alla crescente possibilità di perdere il potere e i capitali illegalmente acquisiti, il regime e i suoi affiliati hanno fatto ricorso alle tecniche e alle pratiche che avevano usato impunemente in precedenza per mettere a tacere ogni forma di opposizione e resistenza. Ma le dimensioni della protesta popolare e la determinazione a combattere per la dignità e la libertà hanno reso obsolete le tattiche del regime. 

di Salwa Ismail
Salwa Ismail è docente di Politica, con particolare riguardo al Medio Oriente, presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) dell’Università di Londra; è autrice di “Political Life in Cairo’s New Quarters: Encountering the Everyday State”  
Fonte: Guardian
Traduzione di medarabnews

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