lunedì 28 febbraio 2011

L'aggiornamento delle graduatorie ad esaurimento e il cambio di provincia

Dopo i giusti rilievi del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che sollevava eccezioni di incostituzionalità verso alcuni emendamenti contenuti nel decreto “Milleproroghe” approvato alcuni giorni or sono dal Senato, la norma che prorogava le graduatorie ad esaurimento fino al 31 agosto 2012 ed impediva, nel contempo, la possibilità di richiedere l’inserimento nelle graduatorie d’istituto di una provincia diversa da quella in cui si è inseriti ad esaurimento è stata cassata, dunque sarà garantito l'aggiornamento delle graduatorie ad esaurimento e il cambio di provincia.
Una bella soddisfazione per noi di Professione Insegnante, che già il 21 febbraio scorso chiedevamo l’abrogazione dell’emendamento Pittoni dal decreto Milleproroghe inviando ai sindacati, alle istituzioni politiche, alle organizzazioni sindacali e agli organi di stampa un documento di denuncia politica, che abbiamo intitolato :<< NO A SOLUZIONI SEPARATISTE, SI’ ALLA GRADUATORIA NAZIONALE PER LE IMMISSIONI IN RUOLO>> offrendo, contestualmente, una possibile soluzione all’annoso, stagnante problema del precariato docente e alla conseguente riduzione dei posti di lavoro specie in alcune aree del nostro Paese.

domenica 27 febbraio 2011

L'attuale posizione israeliana rispetto al problema iraniano nonostante i disordini in Medio Oriente

Questo articolo, di uno dei più autorevoli redattori del giornale israeliano Haaretz, ci sembra molto importante da far conoscere al pubblico italiano in quanto rappresenta una chiara illustrazione dell'attuale posizione israeliana rispetto al problema iraniano che rimane al centro della visione strategica dello Stato ebraico.
La lucida analisi delle diverse posizioni nell'ambito della classe dirigente israeliana, dei rapporti con gli Usa e delle prospettive temporali, rappresentano una testimonianza assai rilevante, insieme alla esplicita rivendicazione di azioni clandestine come la diffusione del virus informatico Stuxnet e dell'uccisione degli scienziati iraniani.
Molto significativo il fatto che l'attuale situazione di agitazione in Medio Oriente sembri rappresentare un contesto per nulla in grado di modificare la percezione israeliana dei rischi e delle opportunità del momento.
Difficile immaginare le conseguenze, sicuramente gravissime, che un attacco militare diretto israeliano all'Iran potrebbe avere sul quadro già denso di gravi pericoli per la pace mondiale del Medio Oriente allargato.


Le insurrezioni in Tunisia, Egitto e Libia hanno focalizzato l'attenzione di Israele sull'occidente ed hanno ridotto l'attenzione sulle gravi notizie che provengono da est: l'Iran è stato in grado di riparare il suo impianto di arricchimento dell'uranio di Natanz, il cui funzionamento era stato interrotto dal virus Stuxnet. Le 1000 centrifughe che erano state distrutte (circa un decimo di quelle presenti nell'impianto) sono state sostituite da altre nuove. Gli iraniani stanno mantenendo il loro livello di produzione e continuano ad accumulare uranio arricchito.

venerdì 25 febbraio 2011

Economia e Finanza: GRECIA, UN CASO ESEMPLARE DI DEBITO ILLEGITTIMO

Riassunto : Il debito pubblico greco è divenuto di prima attualità nel momento in cui i dirigenti di questo paese hanno accettato la cura d’austerità chiesta dal FMI e dall’Unione Europea. Ciò ha provocato delle notevoli lotte sociali per tutto l’anno 2010. Ma da dove proviene questo debito greco? Per quanto riguarda il debito a carico del settore privato, l’aumento è recente: un primo forte incremento seguì all’ingresso della Grecia nella zona euro, nel 2001, una seconda esplosione del debito si produsse a partire dal 2007, quando l’aiuto finanziario concesso alle banche dalla Riserva Federale degli Stati Uniti, dai governi europei e dalla Banca centrale europea (BCE) venne parzialmente riciclato dai banchieri verso la Grecia ed altri paesi come la Spagna e il Portogallo. Sul fronte dell’indebitamento pubblico, la crescita è più vecchia. Dopo il debito ereditato dalla dittatura dei colonnelli, il ricorso al prestito è servito, a partire dagli anni 90, a colmare il buco creato nelle finanze pubbliche dalla riduzione delle imposte sulle società e sugli imponibili elevati.


D’altra parte, dopo decenni, i numerosi prestiti hanno permesso di finanziare l’acquisto di materiale militare, principalmente dalla Francia, dalla Germania e dagli Stati Uniti. Non bisogna inoltre dimenticare l’indebitamento astronomico contratto dalle autorità per l’organizzazione dei Giochi Olimpici del 2004. Il meccanismo dell’indebitamento pubblico è stato oliato dalle tangenti delle grandi compagnie multinazionali al fine di ottenere dei contratti: Siemens è un esempio emblematico.

Il Cremlino vede nelle rivolte in Nordafrica un sicuro impatto negativo nel Caucaso

Putin: “..è necesario che siano i popoli a determinare il loro destino, e che possano farlo senza intervente esterni”.
Mentre la produzione di petrolio crolla da 1 milione e mezzo di barili a 4oocentomila, la segretaria di Stato H. Clinton parte per un giro di consultazioni con i leader europei che non hanno ancora consolidato una posizione comune, preoccupati dall’alto costo delle conseguenze e con che criterio suddividerlo. La Clinton esplorerà quali delle soluzioni della “ampia gamma” sarà adottata per affrontare il rebus libico. E’ indispensabile unità di intenti e di azioni, poichè gli USA sono impegnati in due guerre simultanee –in cui hanno coinvolto la NATO- e non si intravede nessuna via d’uscita favorevole o onorevole.

La NATO non ha un piano d’intervento perchè le protesete non sono una minaccia” ha detto in Ucraina il segretario atlantista A.V.Rasmussen.
 Ha aggiunto che loro non hanno finora ricevuto nessuna richiesta d’intervento, e questa deve contare con il sigillo del Consiglio di sicurezza. Dal suo canto, Gheddafi ha ribadito le accuse contro “i fanatici”, dicendo apertamente che dietro i ribelli della Cirenaica c’è Alqaeda.

giovedì 24 febbraio 2011

Cina, "rivoluzione dei gelsomini" nel Celeste Impero? Con il gelsomino, i cinesi ci fanno solo il tè


Con il gelsomino, i cinesi ci fanno solo il . Così, quando si è diffusa la notizia che un anonimo microblogger aveva postato suTwitter l'appello a fare una "rivoluzione dei gelsomini" nel Celeste Impero, indicando perfino quando e dove (il 20 febbraio, alle14.00 in alcuni luoghi simbolo delle maggiori città), quasi tutti i cinesi e i conoscitori dellaCina hanno pensato a uno scherzo o a una provocazione di matrice straniera.

Sono state le forze di sicurezza e la voglia di "evento" dei media occidentali a creare la notizia che di fatto non c'era.
Le prime hanno messo in atto un preventivo giro di vite - invitando qualche dissidente a "prendere il tè" - e presidiato in forze lo spazio antistante il McDonald's di Wangfujing, la maggiore via commerciale di Pechino, uno dei luoghi indicati dall'anonimo micro-postatore.
Ad attenderli c'era uno spiegamento di zoom e videocamere degno di ben altra causa e così sono accorsi anche i curiosi che magari stavano da quelle parti per fare shopping, la polizia ha spintonato un paio di persone e la faccenda si è chiusa lì. Però tutti ne hanno parlato.

Chi governa la Libia? Gheddafi è il "presidente"?

Chi governa in Libia? 
Dal 1977 Gheddafi governa pressoché da solo il paese. In quell'anno, il colonnello proclamò la nascita della "Jamahiriyya (governo delle masse) arabo-libica popolare e socialista".


Gli analisti concordano nel descrivere il regime di Tripoli come composto da cinque pilastri, elencati in ordine di importanza: 1) Gheddafi stesso; 2) il Consiglio rivoluzionario; 3) i vertici delle forze armate; 4) le "Commissioni rivoluzionarie"; 5) i tecnocrati della "Commissione popolare generale" (il consiglio dei ministri).

Dopo il golpe del settembre 1969 contro la monarchia di re Idriss, Gheddafi creò il "Consiglio della guida della rivoluzione" composto da 12 membri, tutti ufficiali che parteciparono al colpo di Stato. Nel corso di questi lunghi 42 anni, Gheddafi è riuscito a ridimensionare il ruolo del Consiglio e a marginalizzare i suoi membri.

La rivolta libica è diversa: è una secessione tribale


Giusto piangere i morti libici. Giusta l'esecrazione del tiranno e della sua famiglia di spocchiosi dissipatori. Ma tutto l'Occidente oggi in gramaglie non versa  una sola lacrimuccia per le centinaia di morti egiziani e neppure per tutti gli altri sparsi nella vasta area nord africana e medioorientale  che hanno pagato con la vita la richiesta di pane e giustizia.
La  rivolta libica è diversa: è una secessione tribale sollecitata da forze straniere legate al controllo del petrolio.La secessione della Cirenaica nè è una prova.... Ha ragione Berlusconi ad avvertire sui pericoli del dopo Gheddafi. L'Italia rischia di essere trascinata nell'abisso e non solo per i pericoli delle ondate migratorie ma per gli interessi energetici e commerciali...
Non ho dubbi che il prossimo colpo sarà sferrato contro la Russia. La cupola criminale delle multinazionali con sede a Wall Street ha deciso di fare fuori l'Eni e l'Italia e farà di tutto per sfasciare la Russia dopo il fallimento del suo tentativo di impadronirsi del gas con l'Oligarca che Putin tiene giustamente in galera...

mercoledì 23 febbraio 2011

Dalla Libia al Bahrein: divampa la ribellione, trema l’Italia, tremano gli USA


La ribellione divampa. Continua a divampare. In Nord Africa, dove la sollevazione libica ha cancellato quello “spazio di stabilità” che ancora separava la Tunisia dall’Egitto, e dove alle ricorrenti manifestazioni algerine si sono sommate le crescenti proteste in Marocco. E nel Golfo, dove, mentre lo Yemen continua a bruciare, il Bahrein è improvvisamente precipitato anch’esso nel caos, e focolai di protesta continuano a esplodere perfino in Iran, cercando di ridar vita a quel Movimento Verde che era stato represso dal regime di Teheran nel 2009.
Per decenni è sembrato che la storia si fosse fermata nel mondo arabo, pietrificata sotto le sembianze di regimi autocratici e dittatoriali insediatisi intorno alla metà del secolo scorso e apparentemente rimasti uguali a se stessi per decenni, i quali imponevano il loro dominio su società ingessate e paralizzate dal controllo capillare che veniva esercitato dagli apparati di sicurezza di tali regimi.

Un ironico commento sulle recenti vicissitudini dell’esecutivo di Belgrado

Le lotte interne alla coalizione del governo serbo sono sfociate nelle dimissioni del ministro delle Finanze Mlađan Dinkić. Il governo del premier Cvetković per ora sta in piedi, ma non si sa ancora per quanto. 
Il premier serbo Mirko Cvetković ha recentemente dimissionato il ministro dell’Economia Mlađan Dinkić. Dinkić si è detto sorpreso dalla notizia. Il governo cade. Il governo non cade. Dinkić intanto dà le dimissioni “per rendere a Cvetković il compito meno gravoso” e promette appoggio al governo fino alla fine del mandato. Ma quando sarà, nessuno lo sa.
Così, grosso modo, è apparsa la scena politica serba dal 7 febbraio scorso quando è stata data la notizia dell'allontanamento di Dinkić. Di sicuro non c’è stato nessuno che non sia rimasto sorpreso dalla decisione del premier di destituire il ministro “più pericoloso” e “meno ubbidiente”, a causa del quale sono caduti del resto i due governi precedenti all'attuale.

Italy has the most to lose from a revolution in Libya, because of its business ties with Muammar Gaddafi's government, according to one energy analyst


As military jets pound protesters in the Libyan capital, oil analysts around the world are watching apprehensively from comfortable offices.
"The price for crude oil is up by five dollars per barrel, and most of the press is relating this rise to the tensions that are escalating as we speak," said Stephen Jones, the vice president of market services with Purvin & Gertz, an energy consultancy based in Houston, Texas.
“Unrest in the greater Middle East market-place is becoming a greater concern to global oil markets," Jones told Al Jazeera in a phone interview.
The price of Brent crude hit $105 per barrel on Monday, and pushed as high as $108 in after-hours trading, levels not seen since September 2008.
Libya, Africa's third largest oil producer, pumps out around 1.6 million barrels of oil per day, meeting roughly two per cent of global demand.
Fuelling revolt
Wealth from light sweet crude has allowed Muammar Gaddafi, an autocrat described as a "mercurial and eccentric figure who suffers from severe phobias” by US diplomats in WikiLeaks documents, to hold power for more than 40 years.

martedì 22 febbraio 2011

Gheddafi e la Libia: Berlusconi e il Governo italiano, il silenzio ridicolo dei "compagni di merende"

Il comportamento del nostro governo rispetto alla Libia prova, se ve ne fosse bisogno, perché Silvio Berlusconi e la sua banda debbano essere mandati via al più presto possibile.

I fatti libici sono noti. Chi volesse un aggiornamento basta che visiti Al Jazeera. Sono anche noti a tutti l'inazione ed il silenzio del nostro governo, rotto solo negli ultimi due giorni da due interventi.
Primo quello del presidente del consiglio, che ha giustificato il suo totale silenzio affermando di non voler "disturbare" il suo amico Gheddafi. Oggi, di fronte alle reazioni del resto del mondo civile, il satrapo nazionale - noto estimatore di Gheddafi, il cui stile di vita cerca strenuamente di imitare mentre sogna di adottarne i metodi di governo - ha fatto emettere una nota della presidenza del consiglio nella quale

Oltre mille operai cinesi in marcia verso Tripoli

Operai e impiegati di un’impresa edile cinese sono stati aggrediti nella città di Ajdabiyah da uomini armati che hanno portato via tutto, computer e bagagli, e stanno cercando di raggiungere a piedi la capitale per rientrare in patria. Saccheggi e aggressioni anche a cantieri e persone della Corea del Sud e del Bangladesh. 


Tripoli - Oltre mille operai cinesi di un’impresa edile, attaccata e saccheggiata da uomini armati, stanno compiendo una marcia di centinaia di chilometri nel deserto per raggiungere l’aereoporto di Tripoli, da cui imbarcarsi per Pechino. Il sito della compagnia Huafeng è stato attaccato il 20 febbraio nella città di Ajdabiyah, nella zona orientale del paese, a 863 km dalla capitale.

lunedì 21 febbraio 2011

Roberto Benigni sacrifica la sua travolgente scioltezza istrionica e vena creativa sull'altare dell'Unita' d'Italia

Esibendosi sul palcoscenico del teatro Ariston di Sanremo, un Roberto Benigni sottotono, meno istrionico e brillante del solito, ha celebrato con enfasi ufficiale il 150esimo anniversario dell'unità d'Italia, sudando molto e visibilmente a disagio a causa delle direttive imposte dai vertici Rai che lo hanno bloccato, temendo evidentemente qualche frecciatina maligna scoccata all'indirizzo del sultano nazionale. Ma l'unica battuta di spirito è stata concessa nel momento in cui il giullare toscano ha menzionato un altro celebre Silvio, autore de "Le mie prigioni", alludendo ai guai giudiziari del premier.

Lo sfacelo della scuola tra PON e progetti vari


La scuola pubblica è ormai privata dei beni più preziosi: risorse umane, intellettuali e finanziarie. I fondi economici sono reperibili, ma sono sottratti alle scuole statali e dirottati per sovvenzionare gli istituti privati, depauperando le strutture pubbliche. La scuola è un ambiente esanime, senza vita né cultura, un luogo alienante in cui il piacere della lettura, la passione per l’arte, l’amore per il sapere e il libero pensiero, per la convivenza e la partecipazione democratica, sono diritti negati.  La scuola, sostiene qualcuno, sarebbe un covo di “fannulloni”“pelandroni”,“assenteisti” “disertori”.
La scuola è un’istituzione abbandonata a se stessa, in cui si recita una desolante commedia corale, un teatro permanente in cui si segue un tirocinio che prepara i giovani alla futura commedia sociale della vita piccolo-borghese di cui scriveva Sartre. Ma senza la scuola il destino dei giovani potrebbe essere anche peggiore. Si pensi al sistema statunitense, dove decenni di neoliberismo hanno scardinato ogni elementare diritto, compreso il diritto all’istruzione.

Libia, il serbatoio di petrolio italiano fallirà?

Saif al Islam, il figlio del leader libico Muammar Gheddafi
La Libia è in fiamme. Le proteste, sfociate in disordini a causa della violenta repressione compiuta dalle forze di sicurezza libiche, erano scoppiate a Bengasi, importante città portuale nella Libia orientale. Paradossalmente potrebbe essere stato lo stesso Gheddafi ad accelerare la sua fine ed a mettere a rischio le sorti del regime arrestando alcuni oppositori come misura preventiva per evitare che le forze di opposizione si organizzassero.
La mossa del leader libico era avvenuta alla luce dei venti di ribellione che spiravano dalla Tunisia e dall’Egitto. Nelle settimane passate, Gheddafi aveva espresso il proprio appoggio sia al presidente tunisino Ben Ali che a quello egiziano Hosni Mubarak.

domenica 20 febbraio 2011

Oro, Argento e il loro funzionamento..."la rima c'è, ma qualcosa ai banchieri sta andando storto"

E’ nato prima l’uovo o la gallina?
Tradotto: è il mercato del metallo fisico che influenza il prezzo del metallo di carta (futures, opzioni, forward e altri derivati) o viceversa?
Questa è la domanda fondamentale. La risposta è: dipende dalla credibilità delle forze in campo!
Fino all’esplodere della crisi finanziaria, investitori, consumatori, governanti, tutti noi (persino io che sono notoriamente arrogante e saccente) vivevamo in una sorta di “bolla ipocrita“. Un bolla in cui tutti sapevano ( o potevano saperlo ) che la gigantesca quantità di contratti derivati su qualsiasi classe di investimento o di evento naturale non poteva essere in nessuna maniera coperta dalle risorse disponibili. Per rimanere sulla questione argento, a seconda di come la si contici sono da 5 a 10 anni di produzione venduti allo scoperto (e senza copertura fisica) proprio in questo momento.

Navi iraniane nel Mediterraneo?

E' giallo sulle due navi iraniane che potrebbero essere transitate dal canale di Suez dirette nel Mediterraneo. Israele già da due giorni ha lanciato l'allarme predispondendo anche pattugliamenti, mentre le autorità egiziane spiegano che il transito non è avvenuto. Le due navi da guerra iraniane, la fregata Alvand, e la nave appoggio Kharg, non solo non sono transitate nel Canale di Suez, ma non sono neppure arrivate nell'area di attesa dove tutte le navi attendono in fila di ricevere l'ordine di passare ha detto alla tv di stato egiziana il direttore dell'ufficio traffico del Canale, ingegner Mohamed el Manakhly.

Il sangue che sta scorrendo non salverà Gheddafi

I violenti scontri di questa settimana tra le forze di sicurezza libiche e i manifestanti, che hanno ucciso ormai oltre 100 persone e ne hanno ferite moltissime altre a partire da martedì scorso, assomigliano molto a un’altra rivolta araba. Per alcuni osservatori, il navigato leader di questo paese ricco di petrolio, Muammar Gheddafi, improvvisamente appare vulnerabile proprio come lo furono il presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali e quello egiziano Hosni Mubarak durante i moti che alla fine li hanno spodestati.
Ma rovesciare il più longevo dittatore della regione dopo 41 anni di potere richiederà una dimostrazione di forza ben più grande di quella che i manifestanti sono stati finora in grado di mostrare. In questo sforzo, essi potrebbero avere pochi alleati su cui contare: non i militari del paese, molti dei quali sono fedeli a Gheddafi, e neanche i leader occidentali, che hanno molto da perdere da una grande sollevazione in Libia.

L'ondata rivoluzionaria è arrivata a toccare le coste del Bahrein

L'ondata rivoluzionaria che sta attraversando i paesi nordafricani e mediorientali è arrivata a toccare le coste del Bahrein. Nel piccolo arcipelago del Golfo Persico, il malcontento popolare dura da anni. Ma è stato soprattutto l'esempio egiziano a sdoganare la possibilità di una vera rivolta. La maggioranza sciita, che costituisce il 70% della popolazione, ha deciso così di iniziare a far davvero la voce grossa contro il regime sunnita che da quarant'anni governa il Paese.
Gli scontri sono iniziati lunedì scorso, nei villaggi intorno a Manama, la capitale. I manifestanti chiedono riforme che trasformino il Bahrein da monarchia assoluta in monarchia costituzionale. Vogliono anche le dimissioni del premier, sheikh Khalifa bin Salman al Khalifa, che oltre a guidare il Paese dal 1971 (anno dell'indipendenza dalla Gran Bretagna), è anche lo zio del re, sheikh Hamad bin Isa Al-Khalifa. Dalla rivoluzione egiziana, i contestatori hanno ripreso il principale slogan ("Il popolo vuole il crollo del regime") e la più visibile fra le modalità di protesta: l'occupazione del cuore della capitale. Centinaia di persone si sono accampate così in piazza della Perla, la piazza Tahir del Bahrein.

venerdì 18 febbraio 2011

Il Sudan e la tensione generata dal petrolio

A poche settimane dal referendum per l'indipendenza di Juba, la tensione fra Nord e Sud Sudan si intensifica per la gestione delle risorse petrolifere meridionali. Le aree contese. La risposta del governo. Il timore di nuovi scontri.

Carta di Laura Canali tratta da Limes 3/2006 "L'Africa a colori


Il sangue che continua a scorrere in Sud Sudan e le violente repressioni delle sommosse anti-governative organizzate dagli studenti a Khartoum segnano i primi passi del nuovo Sudan spaccato in due dal referendum di autodeterminazione del meridione.

La tensione nel paese è palpabile.

Democrazia e scuola


Da anni la scuola italiana risente di un deficit di democrazia. In particolare, l’agibilità democratica e sindacale e gli spazi di libertà e legalità hanno subito colpi letali inferti dai precedenti governi senza soluzione di continuità. Con l’istituzione della cosiddetta "autonomia scolastica" e l’applicazione della legge n. 53/2003 (meglio nota come"riforma Moratti", cui ha fatto seguito l’opera di affossamento compiuta dalla Gelmini) è stata introdotta una struttura oligarchica imposta in modo autoritario, creando una profonda divisione gerarchica nel quadro delle relazioni umane e professionali tra i lavoratori della scuola. In particolare, all’interno del corpo docente si è prodotta una disparità di redditi e funzioni non rispondenti a meriti reali, a qualifiche professionali o specifiche competenze, innescando un processo di volgare mercificazione delle mansioni pedagogiche e di maldestra aziendalizzazione degli ordinamenti e dei rapporti interni, segnati in termini di comando e subordinazione, azzerando di fatto la democrazia collegiale.

Il coraggio di Roger Waters

In un mondo nel quale, dalla Palestina all’Iraq, passando per l’Afghanistan, tante vite innocenti sono quotidianamente brutalizzate da eserciti barbari, umiliate e private di ogni speranza, libertà e dignità umana, la voce di artisti integri che prestano il loro talento e il loro nome per dire no alla barbarie, è un faro di speranza.


Roger Waters, il leggendario bassista, chitarrista e cantante dei mitici e ormai sciolti Pink Floyd, è uno di questi artisti dotati di straordinario coraggio.

“Divertire il pubblico non mi ha mai interessato, ciò che voglio è smuoverlo” dice Roger di solito.

Ammirato ben oltre il mondo del rock, sensibile alla lotta di popolazioni oppresse dai potenti e schiacciate da battaglie ad armi impari, Roger Waters ha un importante messaggio da inviare. Ha dedicato i suoi album ai “caduti in guerra”. Per lui parlare della sofferenza causata dalle guerre “serve a prevenirle e a fermarle”.

Nel 1979, l’album The Wall, nel quale lui è compositore di musica e testi, è diventato l’inno di un’intera generazione. Era un periodo in cui il movimento contro la guerra era ancora potente. Ora invece dorme. Roger Waters, persona attenta e appassionata, sa bene che deve fare la sua parte per riaccendere la fiamma.

giovedì 17 febbraio 2011

I reazionari non si fermano mai finché non mandano in rovina la rivoluzione

Le popolazioni di molte nazioni stanno manifestando contro i propri governi. Alcuni sostengono che i popoli in rivolta stanno preparando una imminente rivoluzione mondiale. Sia la stampa conservatrice che quella progressista sono in subbuglio. Ma è molto più facile portare a termine una rivoluzione che costruire e mantenere un governo umano e funzionante. Le forze reazionarie non riposano mai e sono riuscite a cancellare la maggior parte delle rivoluzioni popolari durante la storia. I rivoluzionari devono riconoscere che il loro primo obiettivo è quello di difendere i governi appena formati da ingerenze reazionarie, perché appena esse si avvicinano alle porte non si fermano finché non mandano in rovina la rivoluzione.

Il doppio senso è intenzionale [revolting significa in rivolta ma anche rivoltato,disgustato, ndt]. Qualunque persona con un briciolo di umanità, sensibile e con onestà intellettuale non può che sentirsi disgustata quando viene a conoscenza delle condizioni inumane in cui vivono le popolazioni nella maggior parte dei paesi e del peggioramento delle condizioni di vita dei popoli nei cosiddetti paesi sviluppati.

LA CRISI DELLO STATO ARABO LA CORRUZIONE COME SISTEMA DI SCAMBIO




LA CRISI DELLO STATO ARABO POSTCOLONIALE

La crisi dello Stato arabo moderno è figlia dell’ideologia del panarabismo e del modello nazionalista, anche nella sua versione “socialista”.
Nella prima fase (durante e immediatamente dopo la lotta per l’indipendenza) queste ideologie si rivelarono una leva potente per la mobilitazione popolare anticoloniale e per l’avvio do un processo di ricostruzione degli Stati nazionali e di riforma del sistema economico e sociale in senso progressista.
Nella seconda fase (corrispondente agli ultimi decenni del ‘900) il mondo arabo, umiliato dalla sconfitta nella “guerra dei sei giorni” (1967) si accorge che la costruzione nazionalistica non regge alla prova dei fatti, sia sul piano militare sia su quello dell’emancipazione economica e civile.

mercoledì 16 febbraio 2011

Ucraina, Paese spaccato, diviso tra est e ovest

L’Unione Sovietica è crollata vent’anni fa, ma c’é ancora qualcuno che la rimpiange. Almeno in Ucraina, Paese spaccato, diviso tra est e ovest, bloccato ancora dopo due decenni dall’indipendenza da Mosca, arrivata dopo il golpe di agosto nel 1991, tra un passato che non passa e un futuro incerto. Al primo giro di boa di presidenza di Victor Yanukovich, eletto all’inizio di febbraio del 2010, Kiev mostra ancora di non aver trovato la sua strada, in bilico tra la voglia di lasciarsi alle spalle un pesante fardello e incapace di intraprendere un cammino indipendente.

Egitto, la rivoluzione modello


Dopo 30 anni incontrastati al potere e 18 giorni di resistenza, Mubarak lascia. Dopo la rivolta tunisina cosa significa questa vittoria del popolo egiziano per il mondo arabo?
E' una vittoria molto importante perché è avvenuta rapidamente e senza grossi spargimenti di sangue. Gli egiziani sono molto fieri di questo. A noi giornalisti europei dicono spesso: “Vedete ? Abbiamo vinto e lo abbiamo fatto pacificamente. Le uniche nostre armi sono stati gli slogan e la determinazione”. Ci sono stati certo circa 300 morti uccisi nella calca o a causa della repressione poliziesca ma è una perdita minima rispetto ai milioni di persone che hanno inondato la piazza per oltre venti giorni. Da questo punto di vista non c'è stata alcuna violenza da parte della popolazione, ecco perché questa rivoluzione servirà da modello ad altre realtà, soprattutto nel mondo arabo. 

Com'è la situazione adesso nelle strade del Cairo? 
La piazza Tahrir è stata riaperta alla circolazione anche se migliaia di persone continuano a manifestare ed a stazionare al centro della piazza. Anche la principale radio dei manifestanti, Radio Resistenza, continua a diffondere i suoi programmi da quella che è diventata il simbolo della rivoluzione egiziana.

Afghanistan: il generale David Petraeus torna a casa

Sta per lasciare l’Afghanistan il generale David Petraeus, comandante capo di tutte le forze Usa e Nato su quel fronte. Dopo soli otto mesi, è già in partenza colui che Barack Obama mandò a gestire le sorti della guerra, per risolvere una grave crisi dopo la cacciata di Stanley McChrystal. Vero artefice della dottrina del “surge” (forte aumento delle truppe sul terreno) in Iraq, Petraeus è stato chiamato ad applicare lo stesso approccio in quella che è diventata a tutti gli effetti la guerra di Obama. La sua partenza, che è certa entro la fine dell’anno ma potrebbe anche avvenire prima, cade in una fase delicata, sia sul piano strategico per l’incerto andamento dell’offensiva, sia per ragioni di politica interna. Proprio nel luglio di quest’anno Obama ha promesso all’America di cominciare a riportare a casa una parte delle truppe. Ma quella promessa è sempre stata oggetto di tensioni con il Pentagono e con i comandi Usa al fronte, convinti che non bisogna dare all’avversario delle certezze sull’inizio del ritiro. Inoltre la tensioni è ai massimi tra Washington e il Pakistan, dopo l’arresto di un “Rambo” americano che ha ucciso a bruciapelo due pachistani nel pieno centro di Lahore. Dotato di passaporto diplomatico, l’americano è probabilmente un uomo dei servizi e il Dipartimento di Stato esige la sua liberazione.

Primo focolare di rivolta in Libia

TRIPOLI - La polizia libica ha disperso con la forza i manifestanti che la scorsa notte hanno tenuto un sit-in contro il governo a Bengasi. Quattordici persone sono rimaste ferite. Si tratta di tre manifestanti e dieci agenti, nessuno dei quali in condizioni serie: non si sa chi sia la quattordicesima persona che ha subito lesioni. Oggi centinaia di sostenitori del leader libico Muammar Gheddafi hanno manifestato in diverse città del paese.  

Ieri, i familiari dei detenuti rimasti uccisi nel 1996 in una sparatoria nella prigione di Abu Slim, a Tripoli, si sono radunati davanti a un commissariato di Bengasi per chiedere la liberazione del loro coordinatore, l'avvocato Fethi Tarbel, stando a quanto riportato oggi dal quotidiano Al-Manara. Secondo Human Rights Watch, furono almeno 1.200 I prigionieri uccisi dalle forze dell'ordine, in circostanze ancora poco chiare. Da anni le famiglie, di cui la maggior parte è originaria di Bengasi, non smettono di chiedere giustizia.

In una società di uguali la ricchezza è ugualmente distribuita, giusto? Sbagliato, e di grosso

Introduzione
E' circa un paio di mesi che osservo con una certa perplessità il ''dibattito'' che si è sviluppato sulla distribuzione della ricchezza in Italia. La ragione della perplessità, e la ragione per cui ho messo la parola dibattito tra virgolette, è che la discussione sembra procedere mantenendo una rigorosa e completa ignoranza sia dei principali fatti empirici sia di osservazioni teoriche abbastanza elementari. Ho quindi deciso di scrivere questo post che non ha alcuna pretesa di dire cose nuove o particolarmente intelligenti ma semplicemente di ricordare alcune cose abbastanza scontate ma che nessuno sembra essersi preso la briga di menzionare.
La discussione, per quel che posso dire, partì con un bizzarro episodio di scoperta tardiva di un dato contenuto nella indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d'Italia, ossia il fatto che il 10% delle famiglie possedesse il 45% della ricchezza.

martedì 15 febbraio 2011

Avevano una “proprietà privata” che chiamavano Egitto


Nell’Egitto di Mubarak, appena un migliaio di famiglie controllava gran parte dell’economia nazionale; la rete clientelare del regime considerava l’Egitto come il proprio feudo.
Dietro l’ostinazione di Hosni Mubarak e gli assalti dei suoi tirapiedi contro i pacifici dimostranti di Piazza Tahrir vi era molto di più della semplice politica. Era anche una questione di soldi. Il rais e la sua cerchia per lungo tempo hanno trattato l’Egitto come il loro feudo, e le risorse egiziane come un bottino da spartirsi.
Con un indiscriminato programma di privatizzazione, Mubarak e i suoi si appropriarono di redditizie imprese statali e di vaste aree di terreno pubblico. Un ristretto gruppo di uomini d’affari si  impadronì delle attività pubbliche e acquisì il monopolio di settori di produzione strategici come quelli del ferro e dell’acciaio, del cemento e del legno. Mentre il capitalismo clientelare prosperava, industrie locali che un tempo rappresentavano la spina dorsale dell’economia andavano in rovina. Allo stesso tempo industrie del settore privato pericolose per l’ambiente, come quelle delle ceramiche, del marmo e dei fertilizzanti, si sono sviluppate senza una vera regolamentazione a spese della salute dei cittadini.

Elogio della ghigliottina

Stamane i telegiornali hanno mostrato la lussuosissima clinica
tedesca nella quale assai probabilmente si trasferirà  Mubarak dalla sua  "faraonica" villa di
Sharm El Sheikh. Si dice che abbia accumulato in trenta anni qualcosa come sessanta o settanta miliardi di euro che ha investito in immobili ed altre proprietà da ricconi in diversi paesi dell'Occidente. Soltanto la Svizzera ad oggi ha dichiarato il congelamento dei suoi depositi bancari. Annunzio non sappiamo se veritiero in tutto o in parte. La Svizzera da sempre è la cassaforte dei potenti del mondo e vorrà sicuramente continuare ad esserlo e per questo dubito fortemente di questo " tempestivo" annuncio. Si dice che diciannove aerei pieni di ogni ben di Dio siano decollati nei giorni scorsi dall'Egitto verso l'ospitale Arabia Saudita per mettere al sicuro gli immensi patrimoni accumulati dalla cricca di cortigiani che ha circondato il Faraone e la sua famiglia.
  Nei giorni scorsi, un altro tiranno, il Presidente tunisino Ben Alì è fuggito con le casseforti piene di tutti i tesori di Ali Babà dopo la rocambolesca messa in scena dell'aereo atterrato in Sardegna per depistare possibili "giustizieri". Naturalmente non c'era nessun giustiziere ma l'episodio la dice lunga sulla cattiva coscienza e sugli incubi dei tiranni!

L'EGITTO SI E' VERAMENTE LIBERATO?

Rete controg8
per la globalizzazione die diritti

Mercoledì 16 febbraio dalle 18 alle 19 sui gradini del palazzo ducale di Genova, 455° ora in silenzio per la pace.

Due settimane fa eravamo qui a manifestare insieme a tanti nostri fratelli Egiziani per chiedere anche noi, come in piazza Tahrir, che il feroce tiranno  gen. Hosni Mubaraq se ne andasse. Dopo diciotto giorni, 103 morti, 3000 feriti e 50 mila arrestati, in gran parte non acora liberati , quel signore ha tolto il disturbo. Ne siamo tutti felici, ma è davvero cosi'? 
Oggi ci raccontano che :
1)    ha vinto il popolo del web, quello che è riuscito a comunicare a tutto il mondo, nonostante l'oscuramento voluto dal tiranno,
2)    è una grande vittoria per la diplomazia occidentale, soprattutto degli Stati Uniti e in particolare del Presidente Obama, che aveva tenuto uno "storico" discorso proprio ad Al-Kahira

domenica 13 febbraio 2011

Medioriente, si avvicina la resa dei conti?

Gli avvenimenti che stanno interessando i Paesi di religione islamica ricordano molto da vicino quello che accadde circa alla metà degli anni Settanta in Europa: nell'arco di pochi mesi, tra il 1975 ed il 1977, Grecia, Spagna e Portogallo furono provvidenzialmente "liberate" da regimi autoritari che non erano più chiaramente al passo coi tempi.
Molti sono ancora gli interrogativi sulla singolare sincronia con cui si verificò quel cambiamento, e non sono pochi gli storici che lo pongono in relazione con una nuova impostazione della politica americana che richiedeva l'abbandono di questi scomodi alleati, fino ad allora sostenuti senza riserve, in virtù del loro sicuro anti-comunismo, nonostante la loro davvero scarsa presentabilità democratica, soprattutto ora che iniziava con l'Urss il lungo confronto propagandistico sui diritti umani, destinato a divenire uno dei non ultimi fattori che hanno contribuito al rapido indebolimento del regime sovietico.

sabato 12 febbraio 2011

Egitto, va a casa l’uomo preferito da Washington

E’ uscita di scena l’usurata protesi vitalizia con cui l’Occidente controllava la nevralgica foce del Nilo, il canale di Suez e le sue genti. Si volta pagina, va a casa l’uomo preferito da Washington, Bruxelles e Tel Aviv. Cade il sicario -perdon, sipario- su un regime spacciato sul mercato mediatico come esemplare, contraltare degli incorreggibili “cattivi” di Teheran. Il nodo bubbonico delle forze che si reggevano principalmente sugli “aiuti” militari  USA e la svendita del gas a Israele
, è stato parzialmente reciso dall’estesa coalizione sociale e politica che incarna il reale “partito della nazione”. 
 Rimane provvisoriamente sulla scena Suleiman, il surrogato designato da coloro che si illudono di salvare la sostanza dell’assetto in via di demolizione, con manovre chiaramente gattopardesche. E’ un miraggio ricorrente in simili scenari, basato su equilibri fuggevoli e instabili. Dopo la caduta dello Sha di Persia si avvicendarono vari “successori” di cui si è perso memoria; dopo il crollo dell’equivalente filippino del faraone, idem; dopo la bancarrota dell’Argentina si alternarono 5 presidenti, durevoli come i funghi.

venerdì 11 febbraio 2011

Inizia l’avventura cecena di Ruud Gullit

Ruud Gullit con Ramzan Kadyrov
Ottimista fino in fondo, Ruud Gullit. Accolto ieri come un eroe nazionale all’aeroporto di Grozny, dove è arrivato per iniziare la sua avventura alla guida del Terek, la squadra locale, il leggendario campione olandese ha subito dichiarato di non aver nessun timore di vivere in una città del genere: “Ho vissuto e lavorato in posti molto più pericolosi”, ha detto, “e comunque non mi occuperò per nulla di politica, soltanto di calcio”. Bisognerà però vedere fino a che punto lo renderanno possibile i suoi ospiti, a partire dal presidente ceceno Ramzan Kadyrov, che ieri Gullit ha incontrato all’arrivo a Grozny. Tanto per chiarire le cose, Kadyrov ha affermato che la presenza di Gullit “sarà un forte sostegno al football russo in Cecenia”: qualunque significato si voglia attribuire a questa frase, è certamente altra cosa da “un forte sostegno al football ceceno”, che forse avrebbe urtato di meno alcune sensibilità…

mercoledì 9 febbraio 2011

Ecco perchè ce ne andiamo

Stipendi bassi, lavoro precari, zero prospettive per il futuro“: è tanto preciso quanto inquietante il quadro che l’ultimo rapporto Inca-Cgil traccia sui motivi che spingono decine di migliaia di giovani a lasciare l’Italia. Un fenomeno che il rapporto definisce in continua -e preoccupante- crescita. Quattro milioni sono gli italiani residenti all’estero, due terzi dei quali vi sono emigrati: l’incremento dei laureati iscritti all’Aire è stato pari al 53,2% in soli cinque anni, tra il 2001 e il 2006. Ma i calcoli, ammette il rapporto, sono ampiamente per difetto, probabilmente di un buon 50%.
Fanno impressione anche le differenze di stipendio: nel 2006 un ricercatore italiano guadagnava nel Belpaese circa 36.200 euro l’anno, contro i 50.800 di un inglese e i 56mila euro di un tedesco.

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