mercoledì 26 gennaio 2011

Tunisi spaventa Washington

A poco meno di due settimane dalla fuga del deposto presidente Zine el-Abidine Ben Ali, il popolo tunisino continua a manifestare contro un governo provvisorio che, nonostante alcuni provvedimenti di facciata, continua ad essere dominato da esponenti del vecchio regime. In una situazione di pieno fermento nel paese nord-africano, a Washington e a Parigi, così come tra le élites locali, si teme un’ulteriore escalation delle proteste popolari e delle rivendicazioni sociali e civili. Uno scenario che rischia di diffondere il contagio della rivolta in tutto il mondo arabo e che potrebbe non limitarsi al solo rovesciamento dei regimi autoritari per sostituirli con governi più presentabili ma ugualmente al servizio degli interessi occidentali.
A dare sostegno ai manifestati che da giorni chiedono le dimissioni del primo ministro ad interim e già braccio destro di Ben Ali, Mohammed Ghannouchi, giovani, lavoratori e disoccupati continuano a giungere a Tunisi dalle aree interne più disagiate del paese. Mentre nei giorni scorsi le forze di polizia erano sembrate concedere una tregua ai tunisini scesi in piazza, confidando in un rapido dissolversi delle contestazioni una volta insediato un nuovo governo, questo atteggiamento ha lasciato spazio ancora una volta alla repressione, indicando la volontà di rimanere al potere da parte degli uomini che già facevano parte della cerchia dell’ex presidente e che stanno cercando di incanalare la rivoluzione verso una transizione pacifica e indolore.

I segnali che la rabbia popolare scatenata in Tunisia sta attraversando i confini sono molteplici. La stampa internazionale negli ultimi giorni ha raccontato diffusamente degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine in Algeria, Egitto, Marocco, Libia, Giordania e Yemen. Ovunque, invariabilmente, gli strati più poveri di questi paesi arabi protestano contro la disoccupazione, l’aumento dei prezzi dei beni di consumo, la corruzione dilagante e la mancanza di spazi democratici che permettano loro di avere una vera rappresentanza politica e di beneficiare delle ricchezze dei loro paesi.
La persistenza dei tunisini in rivolta ha presto smascherato anche il divario tra le loro aspettative e quelle stesse istituzioni e organizzazioni che pretendevano di costituire un baluardo di opposizione nei confronti di Ben Ali. Quei partiti dell’opposizione più o meno tollerati e la stessa Unione Generale Tunisina del Lavoro (UGTT), l’unico sindacato permesso da un regime che aveva di fatto appoggiato fino all’esplosione delle proteste, sono infatti stati costretti a ritirare i propri rappresentati dal primo governo di “unità nazionale” seguito alla cacciata di Ben Ali.
Il timore di un’opposizione popolare fuori controllo, che aveva spinto i partiti nominalmente anti-regime a entrare in un Gabinetto di emergenza al fianco degli uomini che avevano rappresentato l’ossatura del regime fino al giorno precedente, è in definitiva ciò che ha spinto anche il generale Rachid Ammar, capo delle forze armate tunisine, a parlare recentemente alla folla a Tunisi. Ad essa, Ammar ha promesso di sostenere la rivoluzione ma ha chiesto allo stesso tempo di confidare nell’opera del governo provvisorio, di cui l’esercito non è altro che lo strumento, come unica strada per risolvere la crisi ed evitare una nuova dittatura.
Il ritratto decisamente benevolo che i giornali occidentali stanno facendo in questi giorni dell’esercito tunisino - apolitico, professionale e favorevole ad una transizione democratica - così come del generale Ammar (secondo il New York Times la personalità più popolare del paese e un possibile candidato ad una carica politica di spicco) rientra perfettamente nel tentativo di appoggiare la normalizzazione della situazione nel paese maghrebino da parte americana ed europea. Un ritorno all’ordine basato su un governo più presentabile e che si limiti a qualche limitata concessione democratica, preservando gli interessi dell’Occidente e della ristretta cerchia che detiene il potere in Tunisia.

Per i governi occidentali che consideravano Ben Ali ed il suo regime un modello di stabilità per il mondo arabo, d’altra parte, le preoccupazioni sono sostanzialmente identiche a quelle della classe dirigente tunisina. A dimostrarlo sono le dichiarazioni ufficiali e la gran parte dei commenti della stampa istituzionale, da cui traspare non solo l’opportunismo dell’appoggio tardivo alle rivendicazioni del popolo tunisino, ma anche l’inquietudine per una protesta che non accenna a placarsi.
Campione d’ipocrisia in questo senso è stato il presidente francese Sarkozy, il cui ministro degli Esteri, Michèle Alliot-Marie, aveva offerto il sostegno delle forze di polizia di Parigi a quelle di Ben Ali, impegnate nel soffocare la rivolta, solo pochi giorni prima della sua deposizione. Nel tentativo di rimediare alle gaffe del suo governo, Sarkozy ha dichiarato di aver sottovalutato la rabbia che proveniva dalla popolazione della Tunisia e che, in ogni caso, per la Francia sarebbe stato inopportuno intromettersi nelle vicende interne di un’ex colonia.
Come é evidente, alla classe politica transalpina sono sempre state chiare le condizioni del popolo tunisino, oppresso da un dittatore che in questi 23 anni ha avuto il pieno appoggio di governi e presidente francesi. Allo stesso modo, la pretesa di non voler intervenire nei fatti domestici di un paese indipendente suona totalmente falsa, dal momento che la Francia, come le altre potenze occidentali, continua ad esercitare una profonda influenza su molti paesi africani per promuovere i propri interessi. Basti pensare alla Costa d’Avorio, dove enormi pressioni si stanno facendo sul presidente Laurent Gbagbo per lasciare la carica al suo rivale sostenuto dall’Occidente, presunto vincitore delle elezioni dello scorso novembre.
Lo stesso terrore per scenari inaspettati e un sostanziale disprezzo per le aspirazioni delle classi più disagiate, in Tunisia come altrove, traspare anche dai media americani. SulWashington Times, ad esempio, recentemente il commentatore islamofobo Daniel Pipes ha messo in guardia da un possibile effetto domino della rivoluzione tunisina nel mondo arabo, facendo inoltre notare come il diffondersi dei disordini potrebbe rinvigorire l’integralismo islamico, nonostante quest’ultimo non abbia avuto praticamente nessun ruolo nei fatti di Tunisia. Per il direttore del think tank conservatore Middle East Forum, insomma, l’amministrazione Obama dovrebbe procedere sulle orme di George W. Bush, promuovendo la democrazia, ma “con la dovuta cautela”, poiché essa potrebbe “inavvertitamente facilitare la presa del potere da parte degli islamici radicali”.

Ancor più sconcertanti sono le conclusioni del giornalista e scrittore Robert Kaplan, apparse in un editoriale pubblicato dal New York Times. Avallando incondizionatamente gli interessi imperialistici americani e senza alcuno scrupolo per le condizioni delle popolazioni arabe, Kaplan in definitiva assegna a Ben Ali un ruolo tutto sommato positivo nella crescita del suo paese. A suo dire, infatti, “per ciò che concerne gli interessi americani… la democrazia comporta numerosi pericoli”. Se la democrazia ha portato al potere un movimento estremista come Hamas a Gaza, meglio allora appoggiare autocrati come Sadat o re Hussein di Giordania, dai quali gli Stati Uniti hanno ottenuto maggiore condiscendenza e garanzie di stabilità.
Se le sorti della rivoluzione tunisina appaiono ancora incerte, quel che é evidente è che le legittime speranze di vero cambiamento, pagate con il sangue di decine di morti in queste settimane, non potranno in nessun modo essere soddisfatte né da una classe politica locale compromessa con il vecchio regime, né da governi occidentali totalmente delegittimati a fornire lezioni di democrazia.
di Michele Paris
Fonte: altrenotizie

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