venerdì 7 gennaio 2011

Sudan, poche ore e poi?

Mancano poche ore ormai al referendum con cui la parte meridionale del Sudan, cristiana animista in prevalenza, deciderà la secessione da un Paese dalla forte identità araba e islamica. L'incognita non è il risultato ma come reagirà Khartoum, se la separazione sarà gestita dalle diplomazie o decisa dagli eserciti.

L'attesa è scandita da parole distensive e manovre che preludono ad un esito cruento.
L'ultimo gesto lascia ben sperare ed è firmato dal presidente sudanese Omar al-Bashir, che martedì si è recato nella capitale del quasi-stato, Juba, portando un messaggio di pace e speranza: "La nostra scelta è per l'unità ma rispetteremo la decisione dei cittadini del Sud". E a proposito dei confini tra i due stati, ancora da tracciare in modo definitivo, ribadiva l'impegno delle parti a raggiungere un accordo entro il 9 luglio, precisando però che "il confine non sarà un muro e il movimento di persone da una parte all'altra sarà sempre possibile". Tutto bene, quindi, eppure Uganda e Kenya hanno sigillato i confini con il Sud Sudan e le Nazioni Unite hanno rafforzato il contingente schierato sulla frontiera. Al di là delle iniziative pubblicizzate da divi dello show business d'impronta umanitaria come George Clooney, la tensione comunque resta alta e non hanno giovato alla serenità i cablogrammi della diplomazia Usa rivelati da Wikileaks, che davano conto di un carico di armi dirette al Kenya a bordo di una nave ucraina, sequestrata dai pirati. La partita era destinata all'esercito di Juba, che negli ultimi due anni ha varato un programma di riarmo pesante. Khartoum ovviamente non è rimasta a guardare e ha fatto altrettanto, difendendo la sua superiorità militare. Né ha risparmiato avvertimenti; a metà novembre, aerei sudanesi hanno sganciato bombe nel territorio del Sud Sudan, spiegando poi che si trattava di una missione all'interno di una operazione di caccia ai ribelli del Darfur. In pochi ci hanno creduto. Nessuno invece ha avuto dubbi sulle bombe sganciate su Timsaha, nel distretto di Bahr al-Ghazar Ovest, che hanno ferito due soldati sud sudanesi e due civili.
D'altronde la posta in gioco è alta e non ha molto a che fare con l'affermazione di identità etniche o religiose. Come sempre, in palio c'è il controllo delle risorse. Due sono quelle più importanti: l'oro blu e l'oro nero. Una eventuale secessione del Sud indebolirebbe l'asse Egitto-Sudan, le potenze regionali che sono anche le principali beneficiarie dell'immensa portata d'acqua del Nilo, in una regione alle prese con frequenti carestie: grazie ai due trattati siglati nel 1929 (Egitto-Gran Bretagna) e nel 1959 (Egitto-Sudan), i due Paesi si spartiscono il 90 per cento della ricchezza idrica. Uno status-quo di assoluto privilegio che gli altri stati del bacino del Nilo stanno ridiscutendo. E poi c'è il petrolio, di cui il Sudan è uno dei principali produttori africani, che però viene estratto quasi prevalentemente nella parte meridionale del Paese. Dalle rendite petrolifere dipende il 45 per cento del budget nazionale. Dal petrolio arrivano i due miliardi di dollari l'anno che tengono in piedi la corrottissima burocrazia politica e militare del Sud Sudan. Il Sud ha il petrolio, il nord però controlla le pipelines che lo pompano verso Port Sudan e le raffinerie nonché la gestione dei proventi, una delle ragioni chiave dietro l'indipendentismo del sud del Paese.
Ed è il petrolio l'elemento cruciale dietro un'altra questione insoluta, oltre al Nilo, ai confini e alla divisione degli asset nazionali: Abiyei. Si tratta di una piccola regione a cavallo tra nord e sud, di importanza capitale proprio per quanto riguarda l'accesso alle risorse petrolifere. Rilevamenti del 2004, attribuivano ai tre pozzi dell'area, Heglig, Bamboo e Diffra, una produzione giornaliera di 76 mila barili di petrolio, vale a dire il 25 per cento di quella nazionale. Ora, è vero che la quantità di petrolio estratta nel 2009 si era ridotta a 28 mila barili, com'è vero che la Corte arbitrale permanente su Abiyei aveva stabilito che i pozzi di Heglig e Bamboo non fossero da considerarsi parte dell'area, ma pure con questa tara, la regione ha un valore strategico molto alto, in un Paese che ha nel petrolio il principale motore economico. In base al Comprehensive Political Agreement tra nord e sud del 2005, l'accordo che spianò la strada al referendum per la secessione, ad Abiyei si sarebbe dovuto votare anche per decidere se essere parte della metà settentrionale del Paese o di quella meridionale. Il 9 gennaio, invece, non si voterà. Troppo alta la tensione, troppo forte il rischio che in questa regione si riaccendesse il conflitto. Il referendum è rimandato a data da destinarsi, anche perché manca l'accordo anche su chi dovrà avere il diritto di voto e su chi siano i residenti: solo le popolazioni sedentarie (Ngok-Dinka), che voteranno per l'indipendenza o anche i Messereya, tribù araba di pastori che voterà contro la secessione. Un'autorevole fonte governativa sudanese aveva detto a Peacereporter, alcuni mesi fa, cheAbiyei avrebbe deciso tutto. Ora che si è scelto di non decidere, la questione resta sospesa come una spada di Damocle, accanto ad altre incognite che gravano su un referendum sul cui esito nessuno ha dubbi.

di Alberto Tundo

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