lunedì 3 gennaio 2011

Nel 2011 in Palestina si muore così

Molti sanno già cos'è il muro di separazione che Israele sta costruendo in Palestina, in spregio a qualsiasi norma del diritto internazionale, delle risoluzioni delle Nazioni Unite, dei diritti dell'uomo: una barriera in cemento armato, con torrette di guardia, check-point e fasce di rispetto, integrata in un sistema elettronico di sorveglianza, della lunghezza di 723 km (più del doppio dell'originaria linea armistiziale del 1949, la cosiddetta Green Line, che divideva lo Stato ebraico dalla Cisgiordania), che oggi già sottrae circa il 10% del territorio della Cisgiordania ai Palestinesi.
Secondo le Nazioni Unite, circa 35.000 palestinesi appartenenti a 35 comunità locali si troveranno chiusi fra la barriera e la Green Line; lo stesso accade alla maggior parte dei 250.000 palestinesi che risiedono a Gerusalemme est, mentre le comunità palestinesi di Kafr Aqab e Shu'fat Camp sono invece separati dal muro da Gerusalemme est; 28 comunità palestinesi, le aree di Biddya e Biddu e la città di Qalqilya, comprendenti circa 125.000 abitanti, si troveranno circondati su tre lati dalla barriera e altri 26.000, in 8 comunità nelle enclave di Az Zawiya e Bir Nabala, si troveranno circondati su quattro lati, ovvero sia completamente isolati dal muro e potranno restare collegati alle altre comunità della Cisgiordania solo mediante tunnel o apposite vie obbligate di collegamento.
La costruzione, iniziata nel giugno del 2002, con un costo stimato in oltre 2 miliardi di dollari, è proseguita nonostante la condanna emessa il 9 luglio del 2004 dalla Corte di Giustizia internazionale: negli ultimi anni, poi, alcuni Stati, come gli Usa, il Giappone e la Germania, in una visione davvero singolare dello sviluppo economico, stanno fornendo importanti capitali per creare delle "zone industriali" all'interno dei veri e propri ghetti che la barriera di separazione sta costituendo, nonostante l'opposizione di numerose organizzazioni umanitarie, i negativi rapporti delle Nazioni Unite e le continue proteste della popolazione palestinese, sostenute spesso da attivisti provenienti da tutto il mondo.
Ieri l'ultimo episodio sanguinoso: l'esercito israeliano è intervenuto presso il villaggio palestinese di Bil'in, protagonista di proteste settimanali da quando nel 2007 la stessa Corte Suprema dello Stato ebraico ha riconosciuto il diritto a che la barriera venisse spostata, per permettere il recupero di circa 170 acri di terra appartenenti alla comunità - una sentenza che l'esercito israeliano non ha tuttavia mai applicato. Ieri, i gas lacrimogeni, probabilmente potenziati, lanciati dalle truppe israeliane, hanno provocato la morte per asfissia di una donna di 36 anni, Jawaher Abu Rahmah.
La cosa tragicamente singolare è che Jawaher è la sorella di Bassem Abu Rahmah, un altro palestinese che è stato ucciso nello stesso villaggio il 17 aprile del 2009 da un lacrimogeno lanciato ad altezza d'uomo che, colpendolo in pieno petto, ne aveva causato la morte; episodio sul quale è ancora in corso un'inchiesta che ha però già dimostrato che il palestinese non stava compiendo alcuna azione violenta e che il colpo è stato mirato precisamente contro di lui.
Un terzo appartenente alla stessa famiglia, Ashraf Abu Ramah, era stato ferito il 7 luglio 2008, quando, dopo essere stato fermato nel corso di un'altra protesta contro il muro, questa volta presso il villaggio di Na'alin, un soldato isrealiano lo aveva colpito, mentre era legato e bendato, con un proiettile di gomma al ginocchio: la scena era stata ripresa da un abitante del villaggio e resa pubblica dall'organizzazione umanitaria israeliana B'Tslem. Il soldato israeliano che aveva sparato, ha poi dichiarato agli investigatori che il suo comandante gli aveva ordinato per ben tre volte di sparare contro il prigioniero.


di A. Terenzi

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