martedì 25 gennaio 2011

Lo Yemen sogna la Tunisia?


Continuano le proteste contro il presidente Saleh, in carica da oltre trent’anni, e gli arresti indiscriminati di attivisti e manifestanti. Ma le caratteristiche economiche e sociali dello Yemen sembrano impedire il ripetersi dello scenario tunisino.

Carta di Laura Canali.
La fuga di Ben Ali, con tanto di parenti corrotti al seguito, ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulla forza della sollevazione popolare tunisina.

Sembra che quelle manifestazioni che reclamavano uno Stato di diritto democratico e trasparente stiano instillando nuova linfa nei movimenti democratici dei paesi limitrofi, dove i cittadini sono ormai stanchi della frustrante vita sotto sistemi politici oppressivi.


Diversi analisti parlano già di un “effetto domino” che rapidamente potrebbe espandersi per tutto il Maghreb, ma l’eco di Tunisi non rimane confinata al solo Nordafrica. 

Nelle strade di quel remoto e disgraziato paese ai confini della Penisola arabica che è lo Yemen, i cittadini hanno espresso la loro solidarietà ai manifestanti tunisini. Tra l’altro, in un momento molto delicato per la vita politica yemenita.

I leader dell’opposizione hanno infatti parlato di un “terremoto politico in arrivo” e dell’inizio del countdown per la fine dell’era di Ali Abdullah Saleh. 

In carica dal 1978, fino al 1990 Saleh ha governato “solo” sullo Yemen del Nord (o Repubblica araba dello Yemen), mentre dal 1990 è divenuto presidente del paese unificato, rivelandosi estremamente abile nello sfruttare la struttura tribale della società yemenita a suo vantaggio e giocando molto sul divide et impera tra i vari clan. 

Lo scorso dicembre, grazie ai voti del Congresso generale del popolo (partito di maggioranza), era passata una modifica della legge elettorale che stabiliva che la Commissione suprema per le elezioni e i referendum non fosse più composta da rappresentanti delle forze parlamentari, ma da giudici in carica dal 9 dicembre scorso, scelti da Saleh in persona. 

Il quale, naturalmente, si era poi affrettato a sottolineare l’importanza che l’azione dei giudici fosse indipendente rispetto a qualsiasi influenza o potere esterno.

Si tratta di una manovra dal retrogusto particolarmente amaro, perché le elezioni parlamentari originariamente previste per il 2009 erano state rimandate di due anni (si dovrebbero infatti tenere quest’anno) a causa di una crisi politica che riguardava anche lo status della Commissione suprema per le elezioni e i referendum. 

Si sperava che questi due anni servissero a favorire il dialogo tra le varie forze presenti in parlamento e la trasparenza delle istituzioni yemenite, in vista di un futuro avviamento del processo di decentralizzazione governativa.

Prove di dialogo che però sono miseramente fallite.

All’orizzonte si profila un’ulteriore, importante, modifica della legge elettorale, che abolirebbe il limite dei due mandati presidenziali consecutivi e che l’opposizione teme possa avere l’effetto di rendere Saleh “presidente a vita”. 

Le proteste si sono moltiplicate velocemente, soprattutto nel sud secessionista, così come si sono susseguiti gli arresti di manifestanti e attivisti, fra cui l’avvocato e difensore dei diritti umani Khaled Al-Anesi.

Ma se dallo Yemen si guarda a Tunisi con un forte desiderio di emulazione (sulloYemen Post, per esempio, è apparsa una lunga lista degli elementi che i due paesi hanno in comune), la fine dell’era Saleh sembra ancora lontana. 

Certo, pare che il presidente abbia acconsentito a una parziale marcia indietro sulla possibilità di ricandidarsi alle prossime elezioni ma «le differenze strutturali tra i due paesi sono troppo grandi perchè possa prendere piede uno scenario simile a quello tunisino», spiega Fawaz Gerges, direttore del Middle east centre della London school of economics.

«Questa è una conclusione scontata se si guarda al tasso di urbanizzazione e di alfabetizzazione della popolazione tunisina, di gran lunga maggiore rispetto allo Yemen, dove solo il 30% della popolazione vive nelle zone urbane e meno della metà della popolazione è in grado di leggere e scrivere». 

«Al contrario, la classe media tunisina gode di un tasso di istruzione alto, che supera il 70%, e altrettanto alta è la cifra delle persone che abitano nelle città.

La rigida struttura tribale della società yemenita, poi, rende molto improbabile raggiungere il grado di coesione sociale visto in Tunisia».

Lo Yemen è uno dei paesi più poveri del Medio Oriente. Se a ciò si aggiungono un tasso di crescita della popolazione molto alto e il rapido esaurimento delle risorse naturali - acqua inclusa - si raggiunge un quadro tutt'altro che tranquillizzante. 

Nel 2004, nel nord del paese ha avuto inizio la ribellione dei seguaci del clan degli Huthi che il governo centrale ha ripetutamente represso, macchiandosi di terribili violazioni dei diritti umani. 

San’a è anche impegnata a contenere la rabbia del movimento secessionista del sud e la minaccia jihadista.

Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, recatasi a sorpresa in Yemen a metà gennaio, ha ripetutamente sottolineato la necessità di risolvere le problematiche sociali ed economiche del paese per far sì che la lotta al terrorismo (in cui gli Stati Uniti giocano un ruolo decisivo, come confermato dai cablogrammi pubblicati daWikiLeaks a fine 2010) possa essere efficace.

di Lorena De Vita
Fonte: liMes

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