sabato 29 gennaio 2011

La rivolta egiziana, Hosni Mubarak e l'Impero degli Stati Uniti

Hosni Mubarak è un signore di 82 anni.
Le manifestazioni di questi giorni hanno dimostrato, poi, quanto il popolo egiziano lo ama.
Facendo queste due semplici considerazioni, ieri sera il presidente degli Stati Uniti ha fatto un discorso in cui ingiunge, con fare piuttosto autoritario, a Hosni Mubarak a fare delle “riforme” e a “dialogare” con il popolo.
Questo non vuol dire, mandare via Hosni Mubarak dopo 30 anni di fedele servizio; ma è una bella bacchettata a un impiegato che non ha saputo fare il suo mestiere.
Così, quando Hosni Mubarak se ne andrà, o in Arabia Saudita o direttamente in Paradiso, la colpa non sarà data agli Stati Uniti. Anche se il tono arrogante con cui il presidente di un paese che si trova a migliaia di chilometri di distanza dice a un altro come si deve comportare, non è detto che sortisca un buon effetto sugli egiziani.

Comunque il discorso verrà sfruttato, certamente, per dire, “vedete, gli Stati Uniti vogliono la democrazia”.
Tutto sta a capirsi, cosa voglia dire “democrazia”.
Nell Monologo Occidentale  per “democrazia” si intende, almeno due partiti politici concorrenti e il diritto di fare passeggiate con cartelli in mano senza venire arrestati. Il tutto nel rigoroso rispetto delle Dure Leggi del Mercato e degli Impegni Internazionali – cioè senza toccare né l’economia, né il rapporto di subordinazione internazionale.
Costanzo Preve, invece, proponeva una definizione di democrazia più fedele al significato originale della parola: il potere del popolo come contrappeso al potere economico che possiedono le oligarchie.
Le due definizioni, come potete vedere, sono antitetiche.
Ora, è chiaro che si domina meglio, quando c’è il consenso dei dominati.
La situazione ideale, per l’Impero, è quella italiana.
In Italia, la gente può marciare in assoluta libertà a Vicenza, anno dopo anno, contro la base militare.
Tanto gli uomini politici di qualunque parte, eletti in elezioni tecnicamente ineccepibili, correranno a firmare qualunque cosa sia necessaria per fare la base.
Molto meglio di un dittatore instabile e antipatico; che poi, se cade, magari la base la si chiude davvero.
Il problema si pone nei paesi che sono pesantemente subordinati, come l’Egitto.
Idealmente, gli Stati Uniti vorrebbero un sistema di potere in grado di garantire due cose: l’obbedienza ai dettami del Fondo Monetario Internazionale e l’alleanza con Israele; nonché un aiuto militare e dei servizi segreti nel reprimere le forme di resistenza che nascono in tutto il Medio Oriente.
Non c’è alcun motivo per cui un tale sistema debba chiamarsi “Mubarak”. Può essere benissimo garantito anche da vari partiti che si alternino al potere, ad esempio. Magari anche dal Partito Antimubarakista. La gratitudine, in politica come in affari, è un valore perdente.
Ma non si può transigere sul punto fondamentale.
Questo lo ha espresso ieri molto bene il vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden:
“Joe Biden ha difeso il regime di Mubarak in Egitto, descrivendo il Presidente Hosni Mubarak come un alleato degli Stati Uniti che ha aiutato a normalizzare lerelazioni con Israele e che è stato una forza nei negoziati di pacemediorientali”.
Dove per “negoziati di pace” si intende la partecipazione diretta dell’Egitto all’embargo contro Gaza e la svendita dei palestinesi da parte dell’ANP: i documenti che sono usciti in questo periodo dimostrano concretamente ciò che già sapevamo.
Comunque, per Joe Biden, 80 milioni di egiziani, con i loro problemi, sono solo un dettaglio tra i problemi d’Israele.
Ora, il governo egiziano – attuale o nuovo – può fare tutte le “riforme” e le “elezioni” che vorrà, purché non in contrasto con le Dure Leggi del Mercato, ovviamente.
Ma, come spiega il tremendo Elliott Abrams, che coprì i massacri dei militari in El Salvador e gestì il famoso Iran-Contra Affair per finanziare il terrorismo in Nicaragua:
“Per l’Egitto, c’è una sola preoccupazione: la salute del signor Mubarak.” E poi aggiunge: “in ballo nella crisi di successione non c’è semplicemente chi governerà il paese, ma se un nuovo presidente manterrà la pace fredda ma affidabile con Israele. Anche qui ci sono dei nemici condivisi, in questo caso Hamas e gli altri gruppi palestinesi radicali e terroristici; Israele ed Egitto hanno mantenuto insieme (anche se la colpa è ricaduta pe il 99% su Israele) un embargo su Gaza a partire dal colpo di stato di Hamas nel 2007. Il regime egiziano non prova alcun amore per gli israeliani, ma c’è una significativa collaborazione in termini di sicurezzatra i due paesi; i governanti dell’Egitto vedono  negli sciiti dell’Iran, non nello Stato ebraico, la minaccia più pericolosa per il potere arabo nella regione. Le decisioni prese a fine luglio dall’Egitto di impedire a una nave della Mezzaluna Rossa iraniana che portava aiuti a Gaza di entrare nel canale di Suez, e di impedire a quattro parlamentari iraniani di attraversare la frontiera per Gaza, sono la prova più recente di questo atteggiamento egiziano.”
Il problema in realtà non è la pace militare tra Israele ed Egitto, che nessuno da parte egiziana mette in discussione. E’ proprio questa alleanza concreta. Ora, il popolo egizianonon voterà mai per un partito che dichiari di voler mantenere l’embargo su Gaza.
Insomma, come gridavano ieri i manifestanti egiziani, Mubarak è morto, Mubarak è morto e al-’Adli (il ministro degli interni) è un agente del Mossad:
حسني مبارك, مات مات. والعدلي عميل الموساد
Ma è un fatto che Hamas, per quanti difetti possa avere, governa in maniera infinitamente più corretta e vicina agli interessi reali della gente della banda di briganti e truffatori che oggi costituisce l’ANP.  Non è però facile governare con successo un carcere, come è Gaza oggi; mentre i contribuenti europei continuano a finanziare Ramallah.
Se si toglie l’embargo, e si permette alla gente di Gaza di vivere normalmente, l’ANP sarà quindi definitivamente screditata, e cadrà come è caduto il governo di Ben Ali in Tunisia.
non ci saranno più palestinesi obbedienti.
Quindi, visto che Mubarak tra poco non ci sarà più, evidentemente stanno preparando la successione: si parla del Capo di Stato Maggiore dell’esercito.
Oppure, gli Stati Uniti potrebbero occuparsi direttamente dell’embargo a Gaza. Forse (forse) è questo il senso della notizia che riportavamo ieri:
“Il distaccamento 2 della Guardia Nazionale del Connecticut National Guard, Compagnia I, 185esimo Reggimento Aereo di Groton è stato mobilitato e inviato nella penisola del Sinai, in Egitto, per sostenere la Forza Multinazionale e gli Osservatori. L’unità ha lasciato il Connecticut il 15 gennaio per Fort Benning, nella Georgia [USA] per ottenere ulteriore addestramento. L’unità adopera aerei C-23C Sherpa ed è stata usata tre volte negli ultimi sette anni a sostegno di conflitti in Iraq e Afghanistan.  L’unità fornirà assistenza aerea a richiesta al comandante della Forza Multinazionale e degli Osservatori nella loro missione di supervisionare le clausole di sicurezza del trattato di pace tra Egitto e Israele”.
Il problema fondamentale è che l’Egitto ha molti abitanti e poche risorse, nonché un’economia strutturata in gran parte verso il mercato internazionale. Almeno all’interno dell’attuale sistema economico, non può quindi cavarsela da solo; e perciò è sempre ricattabile. E ogni governo, alla fine, sarà costretto ad applicare i ricatti, e quindi a essere impopolare.
Eppure il Medio Oriente, considerato nel complesso, ha tante risorse – umane, agricole e petrolifere. Solo che nessun paese, da solo, le ha tutte.
E’ lecito sognare che dalle rivolte arabe di questi giorni, possa nascere un’alleanza tra paesi che mettano insieme le proprie forze, analoga a quella che Hugo Chavez ha tessuto in America Latina?

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