mercoledì 26 gennaio 2011

La fase più difficile della rivoluzione tunisina

A più di un mese dall’inizio della rivolta in Tunisia, un governo provvisorio ha assunto il potere per gestire la transizione, dopo che il presidente Ben Ali è fuggito dal paese.
Ma a giudizio di molti osservatori, è proprio adesso che si apre la fase più difficile della rivoluzione tunisina, quella che potrebbe portare ad un vero cambiamento, o alla restaurazione del vecchio regime dietro la facciata di riforme puramente “cosmetiche”.
La sfida di sradicare il Raggruppamento Costituzionale Democratico (RCD) – il partito di governo che ha rappresentato l’anima del regime – dalle istituzioni e dalla società tunisine potrebbe rivelarsi più difficile dell’impresa di cacciare il dittatore.
Poco dopo l’annuncio della formazione del nuovo governo, il 17 gennaio, migliaia di manifestanti hanno espresso la loro rabbia e la loro delusione nei confronti di un esecutivo in cui i ministeri più importanti sono stati monopolizzati dagli esponenti del vecchio regime, mentre all’opposizione ufficiale sono state lasciate solo le briciole, e nessun posto è stato offerto all’opposizione non ufficiale – che in realtà è considerata da molti la più rappresentativa nel paese.

Quattro ministri dell’opposizione ufficiale – fra cui tre dell’Union Générale Tunisienne du Travail (UGTT), il potente sindacato che ha avuto un ruolo di primo piano nella sollevazione popolare – si sono subito dimessi esprimendo la loro sfiducia nel nuovo esecutivo.
I ministeri della difesa, degli interni, degli esteri, delle finanze, del commercio e dell’industria sono rimasti saldamente in mano a esponenti dell’RCD e del vecchio regime. Lo stesso primo ministro ad interim, Mohammed Ghannouchi, era stato primo ministro sotto Ben Ali fin dal 1999, e – pur essendo considerato essenzialmente un economista, e un tecnico noto per la sua integrità all’interno dell’apparato governativo – era apparso diverse volte in pubblico nelle scorse settimane per difendere la dura risposta del governo alle proteste di piazza.
Nei primi giorni dopo la fuga di Ben Ali, egli è rimasto in contatto con il presidente esiliato, rafforzando i timori di coloro che sostengono che il regime abbia intenzione di mettere in atto una sorta di controrivoluzione, e stia cercando di guadagnare tempo per riprendere il controllo del paese e delle istituzioni, spogliando così il popolo tunisino della sua vittoria.
TRANSIZIONE O RESTAURAZIONE?
Nel tentativo di fugare le perplessità sorte attorno al nuovo esecutivo, Ghannouchi è uscito dall’RCD insieme al presidente ad interim Fouad Mebazaa, ha promesso elezioni legislative e presidenziali “nel più breve tempo possibile”, ed ha affermato che avrebbe lasciato la politica subito dopo le elezioni.
Egli ha inoltre annunciato che lo Stato avrebbe risarcito le famiglie di coloro che sono stati uccisi durante le manifestazioni di piazza, ed ha promesso che il governo avrebbe ufficialmente riconosciuto tutti i partiti di opposizione, compreso il partito islamico “Nahda”.
Diversi osservatori hanno sottolineato la necessità di mantenere un certo grado di continuità con la vecchia struttura del potere per garantire una transizione “morbida” ed evitare che la Tunisia scivoli nel caos a livello politico e di sicurezza, oltre che in una crisi economica ancora più grave.
Molti hanno prefigurato uno scenario “iracheno” qualora la legittima richiesta di chiamare in giudizio i collaboratori di Ben Ali macchiatisi dei crimini più gravi sotto il vecchio regime dovesse trasformarsi in una caccia alle streghe generalizzata che non risparmi nessuno all’interno dell’apparato statale.
In Iraq la “debaathificazione” voluta dagli americani, che comportò lo smantellamento dell’esercito e degli apparati di sicurezza leali a Saddam, contribuì a far piombare il paese nel caos.
Tuttavia l’insistente richiamo alla “stabilità” da parte dei dirigenti governativi tunisini e di alcuni ambienti internazionali è visto da altri – e non solo all’interno del movimento di protesta – come un tentativo di fare in modo che “tutto cambi affinché nulla cambi”.
Se è vero che la transizione deve essere necessariamente graduale per scongiurare il caos politico e amministrativo, è altrettanto vero che è responsabilità dell’attuale classe dirigente fornire le dovute garanzie che tale transizione porti realmente alla democrazia.
Finora gli impegni assunti dal primo ministro Ghannouchi sono stati vaghi ed elusivi. Egli non ha fissato alcuna tabella di marcia per dar seguito alle proprie promesse; non ha affrontato la questione centrale della riforma della Costituzione e della legge elettorale, le quali sanciscono entrambe un sistema di governo all’insegna del partito unico; pur promettendo il riconoscimento di tutti i partiti, egli ha messo in guardia alcuni leader dell’opposizione all’estero dal fare ritorno in patria adducendo a pretesto il fatto che esistono delle condanne a loro carico (le quali in realtà furono emesse da tribunali filogovernativi sulla base di accuse fittizie).
Le concessioni elargite fin qui dal regime ricordano a molti le promesse di democratizzazione fatte da Ben Ali quando salì al potere nel 1987, le quali si tradussero poi in oltre vent’anni di oppressione. Le proteste e le manifestazioni che hanno continuato a susseguirsi negli ultimi giorni sembrano indicare però che il popolo tunisino sia ormai stanco di aspettare.
I movimenti che hanno guidato la rivolta popolare – sindacati, associazioni della società civile, gruppi rappresentativi dei laureati disoccupati, avvocati e magistrati, gruppi per la difesa dei diritti umani – chiedono di essere ascoltati, e di essere coinvolti nel processo decisionale. Vi sono poi i partiti dell’opposizione non ufficiale – comunisti, laici, islamici – che furono banditi, perseguitati ed esiliati sotto Ben Ali, e che ora ritengono sia giunto il momento opportuno per tornare ad esprimere apertamente le proprie posizioni ed intervenire nel processo politico.
DIVIDERE L’OPPOSIZIONE?
Secondo alcuni, la decisione del premier Ghannouchi di inserire alcuni esponenti dell’opposizione ufficiale nel governo provvisorio avrebbe l’obiettivo – oltre che di dare una vernice di “pluralismo” al nuovo esecutivo – proprio di dividere i ranghi dell’opposizione, creando spaccature tra partiti ufficiali e non ufficiali.
Nel 2005 i principali partiti dell’opposizione costituirono il Movimento del 18 Ottobre per esprimere una serie di rivendicazioni e di posizioni condivise: un sistema pluralistico e democratico, la difesa dei diritti umani, la libertà di espressione e di associazione.
Fra tali partiti vi erano il Partito Democratico Progressista (PDP) di Najib Chebbi, il Partito Comunista dei Lavoratori, il Congresso per la Repubblica di Moncef Marzouki, ed il partito islamico “Nahda” di Rachid Ghannouchi (nessuna parentela con l’attuale primo ministro).
La scorsa settimana il PDP di Chebbi (ufficialmente riconosciuto) è entrato nel governo ad interim, ritenendo che ciò fosse necessario per gestire correttamente la fase di transizione dalla dittatura alla democrazia. Altri partiti però non sono stati accolti dal regime, e ritengono che il nuovo governo rappresenti soltanto un’apertura di facciata compiuta dal partito dell’ex presidente Ben Ali nel tentativo contenere la rivoluzione.
Il ritorno di leader in esilio come Moncef Marzouki e Rachid Ghannouchi potrebbe, a giudizio di alcuni, contribuire a creare un fronte unito contro il governo, e far scattare una nuova fase della rivoluzione. Potrebbe essere proprio questo lo scenario che i principali esponenti dell’attuale governo ad interim vogliono scongiurare.
Il leader del “Nahda” Rachid Ghannouchi, in particolare, è stato diffidato dal rientrare in patria fino a quando non saranno annullate le condanne nei suoi confronti. Negli anni ’90 il suo partito fu vittima delle persecuzioni del regime, che arrestò migliaia di suoi simpatizzanti. Molti furono torturati, e decine morirono in seguito ai maltrattamenti subiti.
Ma gli islamici del “Nahda” non furono i soli a riempire le prigioni del regime. Negli anni ’60 era toccato agli esponenti della sinistra, negli anni ’70 era stata la volta degli affiliati ai sindacati.
Fin dalla fine degli anni ’80, il “Nahda” di Rachid Ghannouchi ha pubblicamente accettato il pluralismo e la democrazia, ha riconosciuto i diritti delle donne e il codice (laico) sullo statuto personale in vigore nel paese, ed ha abbracciato il principio della libertà di fede e di coscienza – tutti principi che fanno parte della piattaforma del Movimento del 18 Ottobre che, oltre ai principali partiti di opposizione, riunisce importanti organizzazioni della società civile.
Sebbene in Europa l’imminente ritorno in patria di Ghannouchi sia stato paragonato da alcuni al ritorno in Iran di Khomeini, che nel 1979 aprì la strada alla nascita della Repubblica Islamica in quel paese, egli ha più volte messo in ridicolo simili affermazioni, ribadendo che il suo pensiero politico è semmai simile a quello del partito “Giustizia e Sviluppo” (AKP) al governo in Turchia.
Ghannouchi ha ripetuto – in un’intervista al Financial Times – che il suo partito appoggia l’instaurazione di un sistema democratico ed è pronto ad accettare il responso degli elettori.  Egli ha anche chiarito che la cacciata di Ben Ali non pone certo fine ai rapporti tra la Tunisia e l’Europa, e che tali rapporti sono imprescindibili, essendo resi tali dalla geografia prima ancora che dalla politica.
UN FUTURO INCERTO
Il futuro della rivolta tunisina dipenderà dunque dalla capacità di coordinamento del fronte dell’opposizione e delle varie componenti del movimento popolare. Tutti questi soggetti dovranno confrontarsi con le resistenze, tuttora forti, dell’establishment che ha governato il paese per oltre cinquant’anni.
Sullo sfondo resta l’esercito, il cui comandante Rachid Ammar è stato tra i principali responsabili della partenza di Ben Ali. Quando il presidente tunisino, non potendo più contare soltanto sulle forze di sicurezza a lui fedeli, si era rivolto alle forze armate – un’istituzione che egli aveva intenzionalmente indebolito negli anni passati, non nutrendo fiducia in essa – come all’ultimo baluardo in grado di difenderlo dalla collera dei manifestanti, l’esercito ed il suo comandante si erano rifiutati di sparare sulla folla.
Sarebbe stato proprio il generale Ammar a “consigliare” a Ben Ali di lasciare la Tunisia prima che i militari chiudessero lo spazio aereo.
Qualora la situazione politica e di sicurezza nel paese dovesse ulteriormente deteriorarsi, l’esercito potrebbe decidere di scendere in campo in prima persona assumendo il controllo diretto delle principali istituzioni dello Stato.
Lunedì scorso Ammar ha pubblicamente dichiarato di impegnarsi a “difendere la rivoluzione”, ma ha anche messo in guardia contro i rischi di un “vuoto di potere”. Nel frattempo si fanno sempre più insistenti le voci sulla possibile istituzione di un “comitato di saggi” che supervisioni l’operato dell’attuale esecutivo.
FREDDEZZA E DIFFIDENZA A LIVELLO UFFICIALE INTERNAZIONALE
L’evoluzione della situazione in Tunisia è destinata inevitabilmente ad essere influenzata anche dal clima internazionale. Se da un lato le grandi manifestazioni di solidarietà popolare registratesi in molti paesi arabi a sostegno del movimento democratico tunisino rappresentano una buona notizia per coloro che sperano nel cambiamento in Tunisia e altrove in Medio Oriente, dall’altro le reazioni ufficiali appaiono meno confortanti.
Gli eventi delle scorse settimane hanno colto alla sprovvista europei, americani ed arabi, ed in generale non sembrano aver suscitato molti entusiasmi a livello governativo, né in Europa né altrove. Di fatto, almeno fino a questo momento, i democratici tunisini sono stati lasciati abbastanza soli, e la loro rivoluzione è stata accolta a malincuore.
Francia e Italia, i due paesi europei che hanno maggiori legami con la Tunisia, hanno assunto posizioni piuttosto imbarazzanti per due democrazie che affermano di promuovere i valori della libertà e del pluralismo.
Parigi era stata addirittura pronta a fornire reparti antisommossa a Ben Ali, prima di rifiutare di concedergli asilo una volta che questi era stato costretto a fuggire dal proprio paese.
Il governo italiano, di fronte al “precipitare della situazione”, si è affrettato a dare tutto il proprio appoggio al primo ministro Mohammed Ghannouchi, soprattutto nella speranza che il nuovo governo tunisino continui a rappresentare un baluardo contro il “fondamentalismo” e l’immigrazione clandestina (come ha in sostanza dichiarato lo stesso ministro Frattini in un’intervista al Corriere della Sera).
In generale l’Europa ha sempre avuto un rapporto privilegiato con la Tunisia, che è stato il primo paese a firmare un Accordo di Associazione con l’UE nell’ambito della partnership euro-mediterranea. Tuttavia, sebbene la promozione della democrazia e dello stato di diritto figurassero tra i criteri necessari per un rafforzamento della cooperazione fra Tunisi e l’UE, la loro importanza è ben presto passata in secondo piano rispetto a un lungo elenco di altre questioni quali la lotta al terrorismo, la gestione dei flussi migratori, la liberalizzazione del commercio, ecc..
Così, mentre in Tunisia la repressione interna raggiungeva il suo culmine, l’Europa lodava Ben Ali per i suoi successi economici e per il fatto di essere un difensore della laicità e un campione della lotta al terrorismo (mentre invece, proprio l’oppressione e il soffocamento di qualsiasi forma di libertà costituiscono un potente fattore che alimenta il fenomeno terroristico).
Attualmente, le principali preoccupazioni degli ambienti politici ed economici europei riguardano il futuro posizionamento della Tunisia riguardo a temi come la pressione migratoria sub-sahariana, il terrorismo e l’Islam politico, ma ruotano anche attorno alle sorti dell’impero imprenditoriale e finanziario legato alle famiglie Ben Ali, Trabelsi e Materi (le ultime due sono rispettivamente le famiglie della moglie e del genero dell’ex presidente tunisino). Queste famiglie controllavano compagnie che giocano un ruolo di primo piano in quasi tutti i settori dell’economia tunisina.
Gli Stati Uniti hanno avuto un comportamento non troppo dissimile da quello dell’Europa. Mentre l’ondata di protesta si ingrossava in Tunisia, Washington è rimasta essenzialmente silenziosa. Solo dopo la fuga di Ben Ali, l’amministrazione Obama ha emesso una dichiarazione in cui condannava le violenze contro i pacifici manifestanti e lodava il coraggio del popolo tunisino.
Nonostante la loro retorica a favore della democrazia, gli Stati Uniti hanno tradizionalmente appoggiato i regimi autocratici del mondo arabo in cambio della loro acquiescenza politica. Hanno boicottato Hamas quando ha vinto democraticamente le elezioni palestinesi del 2006. Hanno lasciato che il regime egiziano reprimesse ogni forma di opposizione interna nel paese, continuando a fornire al Cairo aiuti per un valore di 1,8 miliardi di dollari l’anno – una cifra che fa dell’Egitto il secondo beneficiario di aiuti americani nella regione dopo Israele.
Ma i nemici più dichiarati della rivoluzione tunisina sono certamente i regimi arabi. Come hanno scritto diversi commentatori mediorientali, per tali regimi ciò che sta avvenendo in Tunisia è “un incubo”. Essi si rendono conto che la possibilità del “contagio” esiste, poiché le ragioni alla base del malessere tunisino sono presenti anche nei loro paesi. Per questo essi possono solo sperare che la rivoluzione tunisina fallisca.
Il vertice economico dei paesi della Lega Araba, tenutosi la settimana scorsa a Sharm el-Sheikh, è stato dominato dall’urgenza di dare risposte economiche in grado di preservare l’attuale ordine politico. Ma nella loro insistenza a legare l’attuale crisi a ragioni esclusivamente economiche, ed a prendere provvedimenti tampone nella speranza di contenere il malcontento popolare, i regimi arabi dimostrano di non voler comprendere che la sostanza del messaggio proveniente dalla Tunisia è di natura politica: la ribellione non è solo contro una situazione economica insostenibile, ma contro regimi repressivi e inefficienti che alimentano l’ingiustizia sociale e soffocano ogni forma di libertà.
Le società arabe stanno cambiando, seppure lentamente e in mezzo a grandi difficoltà, ma né i regimi arabi né gli USA né l’Europa vogliono assecondare il cambiamento. Il comunicato conclusivo di Sharm el-Sheikh non ha nemmeno citato la Tunisia, sebbene gli eventi tunisini avessero dominato l’atmosfera del vertice. Tuttavia, se i regimi arabi non coglieranno il messaggio lanciato dal movimento popolare sorto in quel paese, e non avvieranno riforme politiche orientate verso il pluralismo e la partecipazione democratica, il “contagio tunisino” prima o poi avverrà.
In un primo momento potrebbe non trattarsi del contagio democratico che alcuni si augurano, ma certamente del contagio dell’instabilità, come le aspre proteste di questi giorni in Algeria, Egitto, Giordania, Libia, e Yemen hanno già dimostrato.
Molto dipenderà dal grado di successo che riuscirà ad avere la rivoluzione in corso in Tunisia, dalla residua forza dei regimi arabi, e dalle rimanenti capacità di ingerenza di attori esterni come gli USA e l’Europa, a loro volta indeboliti da crisi interne di natura economica e politica.

1 commento:

  1. chi comanda veramente in tunisia
    http://coriintempesta.altervista.org/blog/tunisiacomanda-sempre-la-banca-mondiale/

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