giovedì 27 gennaio 2011

Egitto e Tunisia, ovvero Obama nel fuoco arabo

Il Medio Oriente diventa sempre più complicato per l'amministrazione Obama. La rivolta popolare tunisina, la prima nel Mondo arabo a dare il benservito a un cacicco filo-occidentale, ha messo in discussione una delle pietre angolari della politica Usa nel teatro in questione: il sostegno di dittatori repressivi come "garanti" degli interessi dell'imperialismo americano; non c'é stato nemmeno il tempo di articolare quanto meno un abbozzo di strategia coerente che, ispirati e infiammati dall'esempio, anche i cittadini egiziani hanno preso a protestare,
in numero e con convinzione decisamente maggiore di quanto non sia accaduto finora in Algeria e Giordania (a loro volta brevemente scosse da manifestazioni di piazza).
Una prolungata e protratta protesta in Egitto, tuttavia, porrebbe problemi tutti particolari, visto che esso non solo confina con Israele, ma è anche "custode" del lato più vulnerabile del quadrilatero assediato di Gaza (il lato da cui passa la maggior parte dei beni contrabbandati in barba alle restrizioni dello strangolamento economico sionista), sul modello dell'Egitto di Mubarak sono stati elaborati tutti gli stilemi di comportamento americano verso i regimi 'amici' dei paesi arabi, l'Egitto é uno dei più grandi recettori africani (e certamente il più grande recettore arabo) di "aiuti Usa", (anche se neppure lontanamente paragonabili a quelli ricevuti dallo Stato ebraico suo vicino).

L'interrogativo che rimbalza tra i saloni di Washington é delicato: se decine di migliaia di persone scendono in strada e ci restano, che cosa farà Mubarak? Che contegno assumeranno gli Usa? Se non vi fosse altra via se non una capitolazione alla Ben Ali o una strage stile Tienanmen la Casa Bianca rischierebbe di perdere una pedina come il "Faraone" Mubarak, la vacca che ride? Oppure starebbero fermi e in silenzio per quel tanto che basti ai pretoriani di Hosni per ristabilire l'ordine a suon di spargimenti di sangue?
Se la parola passasse all'esercito, che in Egitto al contrario che negli altri Stati non serve a combattere i nemici esterni, ma a montare la guardia contro la minaccia rappresentata da 80 milioni di civili, la soluzione non potrebbe essere diversa; i poveri figli di contadini arruolati nella polizia hanno pochissimi privilegi da difendere e quindi ci sono andati molto piano finora con manganelli, gas e blindati, i militari invece, fanno parte di una delle pochissime elite privilegiate del regime e sarebbero spietati per difendere il loro ruolo, i loro 'benefit', i loro 'perk'.
Da una parte il 'pericolo' (insopportabile, per gli apostoli dell'imperialismo) di vedere affondare il loro tiranno di fiducia e vedere il più grande e influente movimento politico di ispirazione musulmana (la Fratellanza musulmana) prendere il potere immediatamente e senza colpo ferire, essendo il partito più antico, autorevole e popolare del paese, dall'altra la prospettiva di una perdita di prestigio e credibilità devastante, soprattutto dopo aver strenuamente e oltre ogni ragionevolezza sostenuto la fittizia 'Rivoluzione verde' in Iran che, seppur maldestramente organizzata e subito fallita, aveva almeno dato il 'la' al Dipartimento di stato per riversare quintali di bile velenosa contro il democratico e legittimo Governo repubblicano iraniano, colpevole di essersi difeso contro la gazzarra di poche dozzine di facinorosi.
L'acquiescenza complice durante una sanguinosa repressione egiziana mostrerebbe la duplicità dello 'standard morale' americano in tutta la sua drammaticità.
Dopo l'11 settembre 2001 la cricca di neoconservatori "bushevichi" al potere a Washington elaborò la dottrina della 'democratizzazione' e del 'regime change' in Medio Oriente, ma, in ogni paese dove si sono tenute elezioni regolari (Palestina, Irak...) i risultati sono stati sempre gli stessi: vittorie per i movimenti religiosi, scacchi e vergogna per i burattini della Casa Bianca.
Pure, gli Stati Uniti, nel passato piuttosto recente, sono stati in grado di mantenere il loro ruolo e la loro influenza in Sud-Est Asia anche facendo a meno dei loro 'dittatori di fiducia', ai generali sudcoreani, ai Marcos, agli eredi del fascista Chang Kai Shek si sono sostituiti stati più o meno democratici e più o meno accettati e rispettati dai loro cittadini; ora, non che chi scriva ritenga il perdurare dell'influenza Usa in quella regione un bene (affatto), pure le teste d'uovo di Washington e Langley potrebbero prendere quella situazione ad esempio e cercare di replicarla in Medio Oriente, ricoprendo i loro interessi geopolitici con una patina di rispettabilità internazionale.
Una maniera creativa e costruttiva di procedere, ad esempio, potrebbe essere quella di prospettare ai paesi filo-americani e non democratici della regione una serie di benefit economici in cambio di una parziale e graduale liberalizzazione dello scenario politico ed economico.
Ma gli Stati Uniti avranno l'intuito, la lungimiranza, le risorse (con questi chiari di luna...) per intraprendere un'operazione simile, che sarebbe costosa e molto lenta a fornire frutti duraturi? Obama e soci devono pensarci su e prendere una decisione chiara e impegnativa...prossibilmente prima che (per loro e per i loro interessi) la sabbia nell'ampolla superiore della clessidra non abbia totalmente smesso di fluire verso il basso.
di S. Kahani

Comparso su Megachip

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