martedì 5 ottobre 2010

Le conseguenze della riforma del Patto di Stabilità e Crescita


Mappa di Unione europea con 27 bandiere
 Archivio Fotografico - 3608931La crisi finanziaria ha messo a nudo l’inadeguatezza dei meccanismi di sorveglianza europei nel prevenire con efficacia l’indisciplina di bilancio, l’esplosione dei debiti sovrani, gli squilibri commerciali e i divari di competitività tra i paesi membri. Il 29 settembre la Commissione europea ha perciò adottato un pacchetto di misure che contengono un’importante riforma del Patto di stabilità e della governance economica dei paesi dell’euro. Saranno sufficienti? Quali effetti avranno per un paese ad alto debito come l’Italia? Purtroppo, accanto ad aspetti positivi, molte novità appaiono dannose o velleitarie.
LA RIFORMA
Le disposizioni mirano a rafforzare le procedure di sorveglianza sulle politiche fiscali (la riforma del Patto di stabilità e crescita), e prevedono un’estensione della sorveglianza agli squilibri macroeconomici e “strutturali”.
Un primo elemento di novità riguarda la 
prevenzione degli squilibri di finanza pubblica. Tutti i paesi dovranno concordare obiettivi di bilancio di medio termine e, fino al loro raggiungimento, contenere la crescita della spesa pubblica al di sotto della crescita di medio termine del Pil. Si tratta di un’innovazione positiva, che associata alla richiesta di introdurre comuni elementi di base nelle procedure di bilancio (programmazione a medio termine, regole fiscali, consigli indipendenti di esperti, trasparenza nelle statistiche), può contribuire alla stabilità dei bilanci della zona euro. La principale novità sta però nella parte correttiva degli squilibri. Accanto alla soglia del deficit (3 per cento del Pil) è ora introdotto esplicitamente il criterio del debito pubblico, che deve convergere velocemente al 60 per cento del Pil.

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