mercoledì 4 agosto 2010

Bossi e la fine di un sogno di una notte di mezza Estate

Com’è strana la vita.
Così come, un poveraccio disperato, può vincere alla lotteria o ricevere la famosa eredità “dello zio d’America” (successe ad un mio amico, totalmente ignaro della sua esistenza), capita che – quando ti sembra d’avere in pugno il risultato di una vita di sforzi – con uno sberleffo, il destino ti tolga tutto.
E’ quello che ci viene in mente – in queste giornate di caldo e di afa – quando osserviamo l’effige d’Umberto Bossi.
Riflettendoci un po’, già c’aveva colpito la sicumera di Tremonti quando – a Bruxelles – gongolava, affermando che in Italia (avete visto com’è facile?) si “riforma” il sistema previdenziale, mandando in pensione la gente a 70 anni, senza nemmeno “una voce dissenziente”.
A dire il vero, le voci “dissenzienti” ci sono state – la prima, quella del più grande sindacato italiano, la CGIL – ma il governo, forte di numeri e di consensi, di certezze e d’impunità, aveva tirato diritto. Il Presidente del Consiglio sognava nuovi castelli nei quali invitare nuovi harem, il Gran Visir dell’Economia nuovi fondi previdenziali da saccheggiare, valvassori e valvassini nuovi cespiti di tangenti, da dilapidare nell’Estate da nababbi che li attendeva. E invece.

Le bombe talebane e i residui bellici italiani


Venerdì scorso a Roma i funerali solenni dei due artificieri italiani uccisi da un ordigno artigianale (Ied). E tra i documenti pubblicati da WikiLeaks ne spunta uno davvero imbarazzante: molti di questi ordigni improvvisati sono confezionati a partire da vecchie mine italiane. Bombe anti-carro piazzate oltre vent'anni fa contro i sovietici ma ancora attive e finite nelle mani dei taleban

Sono italiane molte delle mine che esplodono ogni giorno sotto i blindati Nato, così come sotto i passi dei soldati. Italiani compresi.

Un gigantesco cortocircuito, che emerge dagli oltre 90mila documenti militari Usa, diffusi dal sito di controinformazione WikiLeaks. Migliaia sono i rapporti che parlano di Italia, e di questi, centinaia sono i resoconti di pattuglie o unità di artificieri, che parlano di una sola cosa: mine. Mine italiane e congegni artigianali ma micidiali, gli Ied («Improvised explosive devices»), fabbricati dai taleban con i nostri stessi ordigni. Abbiamo reso un grande servizio all'Afghanistan: prima imbottito di TC-6 («le Ferrari dell'esplosivo anti-carro», stando agli esperti), poi percorso dai nostri blindati. Le strade afghane parlano di Italia a ogni chilometro. Morti e crateri inclusi. Unico neo: quegli «unsufferables» di Emergency (come li definiscono i rapporti Usa), che ricuciono i corpi dilaniati.

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